Da Mergellina a Mykonos su un sloop di 9 metri

– di Sergio Moitre

Il battesimo da marinaio su “Sheherazade”.
Prima sosta a Capri. A Lipari dopo una cattiva profezia.
Il rifugio di Scilla per una violenta sciroccata.
Il popolo delle barche di Reggio Calabria.
Un match race in piena regola.
Volare sull’acqua a dodici nodi.
La scia fosforescente.
La compagnia dei tonnetti. I salti dei pescespada e i giochi dei delfini.
Il dottor Livadas tutto vestito di bianco a Cefalonia. Nel canale di Corinto, a Galaxidion.
L’imprevisto e il ritorno.

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200503-17-3mFui iniziato alla vela, o meglio, alla navigazione a vela, che è cosa diversa dalla “vela” tout court, durante una crociera da Napoli alle isole della Grecia, su un piccolo sloop di 9 metri, “Sheherazade”. Con Pietro, armatore e skipper della barca, un equipaggio di tre uomini. La partenza fu fissata a poche settimane dopo il mio esame di laurea.
Chi pratica la vela è per definizione un velista: vira, stramba, orza, puggia. Ma navigare a vela è un’altra cosa. Bisogna saper mettere le mani sul motore ausiliario e su tutti gli impianti e le altre attrezzature di bordo, non ultimo il wc, in barca solo quello che non c’è non si rompe. Avere cognizioni di meteorologia, conoscere la nomenclatura marinaresca almeno in inglese, sapersi occupare della cambusa e della cucina, avere a cuore non solo la sicurezza ma anche il benessere di tutto l’equipaggio, saper trovare un buon ancoraggio per un bagno o per la notte.
Il giorno della partenza per la Grecia, lungi dall’essere un velista, e tantomeno un marinaio, il mio ruolo d’ingaggio era quello del subacqueo che a bordo fa sempre comodo. Salpammo da Mergellina in una bella giornata di sole. Il primo porto dove gettammo gli ormeggi fu Capri, solo 16 miglia più in là, delle 400 circa che ci aspettavano per entrare in acque greche. Sull’isola azzurra trascorremmo serate consumate fra rotelle alle melanzane da “Filomena”, soste sulle scale della Piazzetta e “Jack Daniel’s” al “Number Two”.
Una mattina di buonora venne a darci la sveglia il padre di Gabriele (Gabriele era un mio collega universitario). Impeccabile nel suo completo di lino, piglio deciso che non ammetteva repliche, tipico dell’uomo abituato a comandare (era un pezzo da novanta dell’Enel), dopo il caffè servito nel quadrato venne a dirci che, per il momento non saremmo partiti. Questa era la volontà di sua moglie che aveva saputo “per certo” che nei giorni successivi un terremoto devastante avrebbe raso al suolo Napoli e dintorni.
Nessuno di noi tre ebbe il coraggio di protestare. Gabriele appoggiò la testa sul tavolo in un silenzioso gesto di disperazione. Pietro, lo skipper, cominciò ad elucubrare a voce alta sul dove lasciare la barca in attesa che la natura si scatenasse. Ci trasferimmo mestamente a Ischia. Passarono un paio di settimane senza che nulla accadesse e fummo autorizzati a prendere il largo.
Io raggiunsi la barca a Lipari, per via di un colloquio preliminare alle Industrie Pirelli che non ebbi animo di far saltare. Da Lipari partì la mia prima crociera d’altura in barca a vela. Ricordo l’emozione che mi prese quando misi piede a bordo, presi possesso della mia cuccetta, sistemai le mie cose nell’armadietto. Vuotare le tasche del portafogli, delle chiavi, oggi del telefonino, ha una funzione liberatoria che ritrovo sempre uguale, da allora, ogni volta che salgo in barca.
Da Lipari mettemmo la prua sullo stretto di Messina, ma riparammo a Scilla per via di una violenta sciroccata che ci colse dopo un paio d’ore di navigazione. Il vento, dapprima maneggevole, montò rapidamente, e con esso il mare. La barca a mio avviso andava una meraviglia, due mani alla randa e il fiocco a riva, caracollava sulle onde alzando nuvole di spruzzi. Mi divertivo un mondo, ma Camillo, imbarcato a Napoli all’ultima ora in ragione di una mirabolante esperienza velica millantata, dava i numeri. Paventava la rottura dell’albero, e il susseguente affondamento, con una voce stridula che lasciava trapelare una strizza blu.
Arrivati a Scilla, Camillo tacque, finalmente. E rimase silenzioso fino al giorno dopo, quando prese mestamente un treno per tornarsene a fare il velista al Circolo, nelle belle giornate di sole con un drink fra le mani. La navigazione a vela non era per lui.
Il bollettino meteo continuò per qualche giorno a dare tempo perturbato. Non era il caso di intraprendere il gran balzo di 250 miglia fino alle isole greche dello Ionio. Fraternizzammo con il “popolo delle barche” di Reggio Calabria che ci aprì le porte del Circolo nautico locale. Come “vicino di barca” nella darsena di transito scoprimmo una interessante figura di imprenditore e marinaio: Gaetano D’Agostino, salernitano, allora proprietario della Manifattura di ceramiche omonima. Era con un paio di ragazzi d’equipaggio a bordo del suo “Alpa 11,50″.
Nel quadrato della sua barca passammo splendide serate, alla luce di una lampada a petrolio che accendeva di rosso i pannelli di mogano, bevendo caffè e whisky, ascoltando i racconti delle avventure per mare di Gaetano. Gli occhi di Pietro e Gabriele luccicarono quando sentirono descrivere Mykonos, dove eravamo diretti, come Sodoma e Gomorra.
Fu deciso di traversare il mar Ionio insieme. E fu subito regata, un match race con la linea di arrivo al porto di Argostoli, a Cefalonia.
Durante le prime ore di navigazione, i due metri circa di lunghezza al galleggiamento in più dell'”Alpa” sul nostro “Sheherazade” si fecero sentire, e rimanemmo indietro per un po’. Verso mezzogiorno il vento girò, mettendosi in fil di ruota, di poppa. E qui cominciò il divertimento, nostro: su lo spinnaker, la barca cambiò letteralmente passo, come se avesse una marcia in più. Raggiungemmo e superammo Gaetano. A bordo dell'”Alpa” le tentarono tutte: prima portando randa e genoa a farfalla, poi alzarono un drifter con la randa, ed ancora via con drifter e genoa gemellati.
Ma non c’era niente da fare: lo spinnaker ci dava un vantaggio incolmabile. Alla fine furono costretti a dare motore per non perdere il contatto visivo con noi. Navigammo sotto spi per tutto il giorno, e quando il sole calò, fino a toccare la linea dell’orizzonte, allora il vento incalzò, come sempre succede, facendoci letteralmente volare sull’acqua. La barca a vela può dare emozioni, a volte, che un’auto sportiva a duecento orari non può permettersi. Far vela sotto spi a dieci, dodici nodi con una barchetta di 9 metri è una di quelle.
Al calare delle tenebre, il vento lentamente ruotò di 90 gradi, orientandosi stabilmente da nord, gagliardo e gelido, nonostante si fosse in giugno inoltrato. Il cielo era un tetto di stelle. Spenta ogni luce a bordo, al di fuori di quelle regolamentari di via, si seguitò a navigare verso levante avendo come riferimento solo la stella polare. Niente Gps, né il Vor, allora diffuso sulle imbarcazioni da diporto, che pure avevamo a bordo. E nemmeno la bussola. Era una maniera di andare che mi faceva pensare ai coloni della Magna Grecia di ritorno verso la madre patria. La nostra rotta, sicuramente, era la stessa, duemilacinquecento anni dopo.
La scia che ci lasciavamo alle spalle emetteva una fosforescenza inquietante per me che non ci ero abituato: milioni di organismi planctonici, sfiorati dallo scafo che avanzava, davano il segnale della loro presenza. Il silenzio era rotto solo dal fruscìo dell’acqua e dal frangersi delle onde sulle murate, e, a tratti, dal vento che fischiava fra le sartie. In quei momenti, quando il vento prendeva vigore, la barca partiva orgogliosamente all’orza, e bisognava lavorare di barra per tenerla in rotta. Cercando con lo sguardo nell’oscurità, sulla linea dell’orizzonte, era visibile la luce in testa d’albero dell'”Alpa 11,50″ di Gaetano che navigava di conserva.
Era un momento magico. Pochissime parole venivano pronunciate tra noi. Avevamo tutti i sensi all’erta per cogliere in pieno i rumori, le immagini, gli odori, le sferzate del vento e degli spruzzi sul viso, il senso di solitudine nel grande mare e, nello stesso tempo, di comunione con gli elementi e tra noi. Anche l’ultima “cassetta” di Gloria Gaynor, che era la colonna sonora della nostra giornata, taceva.
E venne il nuovo giorno. Ricordo il secchio di bordo pieno di tutta la frutta imbarcata prima della partenza fatta a pezzi in una enorme macedonia, un attimo prima che andasse tutta a male. Il frigorifero era un lusso ancora riservato ai grandi yacht.
Una spaghettata battezzata immediatamente “lucky strike”, per via della salsa di pomodoro che, mentre curavo amorevolmente, dovetti abbandonare sul fornello al grido “tutti in coperta!”: via lo spinnaker per un salto di vento. La salsa si bruciò, ma non tanto da diventare immangiabile. Prese un gusto amarostico, originale e mai più ritrovato. Insomma, un colpo di fortuna, come quello che fece nascere le famose sigarette.
Nel tardo pomeriggio, si consumò ai miei danni la più grande beffa mai subita ad opera di pinnuti. Ero al timone. Con la coda dell’occhio vedo un’ombra infilarsi sotto la barca, sotto lo specchio di poppa. Concentro la mia attenzione su quel punto, e poco dopo un’altra macchia scura appare per sparire subito dopo. Chiamo l’equipaggio a raccolta, mi levo in piedi per osservare meglio. Uno dopo l’altro, una processione di tonnetti andava a cercare l’ombra sotto la nostra barca, che navigava veloce sotto spi.
In pochi minuti fu messa in acqua una lenza. Neanche il tempo di toccare l’acqua che questa afferrava un pesce per essere strappata subito dopo. Stessa storia un paio di volte finché finirono gli ami, ahimé arrugginiti, che erano a bordo, uno dopo l’altro resi inutilizzabili. Mi misi a costruire una fiocina col “mezzo marinaio” e un coltello. Tentai per ore di arpionare almeno uno di quei pesci che continuavano, imperterriti, a passare sotto di noi.
All’approssimarsi del tramonto, come se fosse stato dato un segnale, su tutti i 360 gradi dell’orizzonte, a perdita d’occhio, cominciarono a saltare fuori dall’acqua tonnetti di tutte le dimensioni.
Il mar Ionio è un mare speciale. In quella traversata, e nelle tante altre che seguirono, da ovest a est e viceversa, ho fatto avvistamenti memorabili ed emozionanti: balene, capodogli, tartarughe. Ho visto pescespada saltare fuori dall’acqua tre, quattro, cinque volte di seguito, come se fossero impegnati in una corsa a ostacoli. Ho visto pescecani gironzolare curiosi intorno alla barca, per poi mettersi nella sua scia per un po’, e branchi numerosi di delfini e altri mammiferi marini di cui ho conosciuto i nomi successivamente, sui libri, venire a giocare con l’onda di pressione determinata davanti alla prua dall’avanzamento della barca e farsi spingere a lungo senza fare la fatica di nuotare Spesso in coperta, al mattino, scoprivo uno o più pesci volanti, come succede in oceano. I pesci più grossi li ho catturati alla traina nel mar Ionio: alalonghe e tonni da record.
A volte, invece, trascorrevamo giornate intere senza scorgere segni di vita. La superficie del mare diventata come di piombo.
All’alba del terzo giorno, scorgemmo il profilo della terraferma. Era l’isola di Cefalonia, e con una piccola correzione di rotta puntammo verso il porto di Argostoli, uno di quelli abilitato all’espletamento delle pratiche doganali, per ottenere il “transit log”, la carta di libera circolazione nelle acque greche.
Entrammo in porto quasi contemporaneamente a Gaetano: di notte recuperava quello che perdeva di giorno, quando noi mettevamo a riva lo spi. Ormeggiammo al molo destinato alle barche che avevano da fare dogana, e rimanemmo in attesa della visita. Prima degli ufficiali portuali arrivò, come era stato previsto da Gaetano che non era nuovo dei luoghi, una personalità dell’isola, il dottor Livadas, un uomo di non alta statura, tutto vestito di bianco e con una bella capigliatura anch’essa candida. Si rivolse a noi in italiano, ma una lieve inflessione, che avevo imparato a riconoscere negli studenti greci della Facoltà d’ingegneria, tradiva la sua origine.
Il dottor Livadas faceva visita a tutte le barche con bandiera italiana che si fermavano nel porto di Argostoli. Ci chiese notizie dell’Italia, poi cominciò a raccontare dei giorni terribili che avevano vissuto, a Cefalonia, i soldati italiani nell’estate del ’43, e di quanto si era prodigato per salvarne alcuni. Fu un incontro breve ed emozionante di cui serbo una memoria precisa. Lo invitammo a salire a bordo, e sedette fra noi in pozzetto, a bere caffè, sotto la tenda aperta per difenderci dal sole cocente. I giorni seguenti furono splendidi, ma senza emozioni: brevi navigazioni di avvicinamento al canale di Corinto, bagni, relax, qualche battuta di pesca subacquea. Una in particolare, miracolosa, in una baietta dove poco prima qualcuno aveva usato il tritolo. Il fondo era tappezzato di pesci agonizzanti: saraghi, qualche orata, spigole che catturai senza difficoltà, qualcuno con le mani. Finirono tutti arrosto, in una grande grigliata.
Mi sentivo felice per quello stile di vita nuovo per me, un po’ da zingaro del mare. Ma il destino volle che quei giorni per me dovessero finire. Ebbi la pessima idea di telefonare a casa, a mia madre. Da lei seppi che Flavia, la mia ragazza, aveva avuto un grave incidente d’auto, e stava in ospedale. Da Galaxidion, nel canale di Corinto, affrontai un avventuroso viaggio in pullman, nave e poi treno per far ritorno a Napoli. Qui seppi che la mia dolce metà era a Ischia, con la famiglia. Mi sentii molto sollevato, naturalmente. Raggiunsi Flavia a Ischia, e, quando finalmente potei guardarla negli occhi, con un’espressione imbronciata mi disse: “E’ stato veramente difficile riuscire a riprodurre lo stesso tono di bianco su questo dente” e indicò col dito il canino superiore sinistro. Nel grave incidente d’auto, Flavia si era spezzata un dente.
“Si è scardata una mola” disse correttamente Pietro quando lo rividi, due mesi dopo. E aggiunse: “E tu te sì perso Sodoma e Gomorra!”.

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