Da Trani a Capri con il “Magia Quattro”

– di Vincenzo Siniscalchi

L’architettura bianca di Bari, la sosta a Gallipoli e l’ospitalità di D’Alema, il vento nel golfo di Squillace, le colline della Locride, Punta Stilo e le sue battaglie, la costa turchina della Calabria e le lance siciliane per il pesce spada, la gemma lucana di Maratea.
Nel tratto finale quasi una regata con un cutter francese.
Promosso a “gatto di bordo”.

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200404-10-3mQuesta è la storia di una meravigliosa occasione offertami da Paolo Signorini per vivere il mare e la vela sul “Magia Quattro”. E’ anche il ricordo di una mia iniziazione (ancorché tardiva) alle incantevoli suggestioni veliche in passato vissute sempre in momenti troppo rapidi, sporadici, nel golfo di Napoli o, qualche volta, in mari lontani.
Paolo mi raggiunge a telefono nel mio solito ritiro estivo dolomitico, all’Armentarola.
Affabile, affettuoso, mi ricorda che c’è un posto per me sul “Magia” di rientro dalla Croazia. Mi aspetta nel porto di Trani per imbarcarmi ed affrontare il “periplo” dello Stivale per il ritorno a Capri. Una crociera mediterranea in agosto e in piena regola con Alessandro Gambuli, Rosario Ceci e i prestigiosi soci del nostro mitico Circolo Italia Bruno Bruni e Vittorio Cataldi.
Bruno Bruni mi rileva a Napoli e mi conduce a Trani. Il “Magia” ci aspetta nel porto.
Paolo mi accoglie con la sua carica d’affetto e d’entusiasmo. “Magia” è per me una vecchia e cara conoscenza che già mi sedusse e con cui ora mi accingo a stabilire una consuetudine di qualche giorno. Realizzo una remota aspirazione che risale alle “veliate” con il monotipo da Santa Lucia a Puolo, alle gite con il “Tomahawk”, la superba barca di Southampton regalata da Gianni Agnelli all'”Italia”.
Alessandro mi assegna la cabina da dividere con Bruno Bruni, che con gran pazienza m’inizierà all’utilizzo dei servizi. Dormirà una sola volta in cabina e poi preferirà la cuccetta del quadrato assicurandomi, però, che la sua decisione non è conseguenza del mio “ronfare”, ma della temperatura meno opprimente rispetto alla cabina.
Una serata, trascorsa tra la rivisitazione della cattedrale dell’antico borgo gentilizio di Trani e la confortevole ospitalità di Ferdinando e Maria Capece Minutolo nella loro azienda “Schinosa”, conclude il mio itinerario dalle Dolomiti alla barca maestosa ormeggiata nella darsena comunale di Trani.
Il primo risveglio è accompagnato da un lievissimo rollio ed è sollecitato dal riquadro di un cielo incorniciato nel boccaporto, che appare come una pertinenza esclusiva della barca. Provviste per la cambusa e partenza con rotta verso sud. Rotta: Gallipoli. Motore, poi vela e motore con l’inevitabile commento: “O’ bello d’a vela è o’ motore”. Stridono le sartie. Si incrociano le attività di tutto l’equipaggio ed io cerco di prendere confidenza con il codice linguisticovelico. Randa, fiocco, mezzana. Manovelle che tendono freneticamente i cordami.Verricelli veloci che aiutano il distendersi delle vele mentre la barca incede sul tavolato del mare Adriatico. M’invento qualche “servizio” e mi muovo in una continua esplorazione di tutti gli spazi di coperta.
Siamo lontani da terra ma non tanto da non scorgere la lunga linea sottile della costa barese orrendamente scomposta dalla più turpe delle cementificazioni. Bari invece si riscatta perché riesce a non sommergere l’architettura bianca dell’antico borgo che recinge San Nicola e che emerge come per incanto.
Vittorio Cataldi ritira dal mare tre volte le lenze con il “pescado”. Un attimo d’ipocrita pietà animalista su quegli occhietti spalancati e poi la prosaica pregustazione della brace apprestata a poppa da Bruno Bruni. Il punto rosso sul computer si sposta lentamente secondo il programma di navigazione. Sento sulla pelle un progressivo adattarsi del corpo ad una dimensione diversa che sembra programmarsi come vera novità esistenziale. Passano le ore. Fluiscono lente con lo stesso andamento quasi costante degli otto nodi segnati dal “Log”.
Il tempo di questo caldo agosto pare allungarsi ravvivato dalle brezze che carezzano il corpo a volte inducendo ad abbandoni in coperta per sonni complici e ristoratori. Si sommano alle sensazioni di piacere i ritorni della memoria sulle giornate più belle trascorse in un’estate dedicata alle Crode Fiscaline sulle Dolomiti di Sesto, alle lunghe marce dall’Armentarola nell’interminabile Val Travenanzes e s’inseguono sogni di libertà e di gioia perduti. Un tramonto rosso fuoco stabilisce intime connessioni tra le sensazioni dei “tremila” e quelle di un mare vissuto “a vela” come nelle storie più remote della vita.
La linea di costa dopo Mola si accende di mille luci. Lo sguardo può riscattarsi dalle brutture edilizie che nelle ore precedenti alteravano il profilo della terra. Un sonno profondo dopo sole due ore di “turno di guardia” che mi viene consentito più dalla tolleranza di Alessandro che da una reale necessità. Ancora un ritorno dell’indescrivibile bellezza del cielo come “tetto di stelle”.
Dopo circa ventidue ore di navigazione, orientati da terra da Massimo D’Alema, ansioso di dare l’avvio alla sua ospitalità arricchita dalla fierezza di mostrare le bellezze della sua terra salentina e dall’entusiasmo per l’incontro con i suoi emuli velisti, diamo fondo all’ancora.
Non dimenticheremo una generosità che traspare ad ogni sviluppo del programma che ha curato per l’equipaggio del “Magia”: da Pizzo (ieri “bianca masseria” a mare fortificata ed ora “residence raffinato”) a Gallipoli, che percorriamo in tutta la rete bianca di stradine, di antichi angoli silenziosi, di fortificazioni fino al “Bastione”, accademia dei frutti di mare e della cucina a base di pesce dell’Adriatico. Con D’Alema per qualche ora vivo la mesta parentesi del saluto al cimitero di Galatina ad un mio caro da poco scomparso. Una parentesi che dovevo affrontare da solo ma che Massimo ha voluto dividere con me con un’affettuosità, una solidarietà, un’elevatezza di sentimenti che mi si scolpiscono nel cuore.
Poi, la terza notte, nel porto di Gallipoli.
Piove molto forte, per poco tempo, quando all’alba del 24 agosto riprendiamo la navigazione lenta e costante lungo tutto l’arco della costa tarantina. Ore di protagonismo assoluto della sinfonia muta e suggestiva di vele spiegate: genoa, trinchetta, randa, e mezzana. “Rari Nantes in gurgite vasto”.
Compaiono i delfini e scompare la costa. Tutto, ora, è orizzonte e mare.
Lontano si addensa un temporale. Il “Magia” dialoga con il vento, con il mare che s’increspa con un suo dolce ma vigoroso crescendo. Nel golfo di Squillace, più vento! Vele, barca e mare s’incontrano in perfetta simbiosi nelle sintesi mentali di Paolo Signorini, timoniere, nocchiero, signore della navigazione, un misto di classicità omerica e di vichinga capacità di comando.
Alessandro, Rosario, Vittorio, Bruno compongono il coro armonico delle manovre sulle vele proiettate nel cielo per assecondare i ritmi del vento, le sue bizzarrie, le sue impennate o le sue improvvise dolcezze. “Orza”, “molla i terzaroli”, “puggia”, il linguaggio si fa sempre più essenziale e le manovre orientano le bianche ali alla più opportuna raccolta del vento.
Tramonto tizianesco con nuvole sparse. Poi l’attenuarsi del vento, il ritorno del motore, con il progressivo attestarsi nel cielo dell’universo di stelle. Vittorio mi indica Mercurio.
Ora si scorge la costa ionica. Roccella, Crotone, la Locride che profila le sue colline. Punta Stilo, le battaglie navali catastrofiche, un mare popolato nei suoi fondali da resti mortali di naviganti, di soldati e, ora, di miseri disperati fuggiaschi dalle terre più sfortunate del mondo. Poi, Capo Spartivento.
La sera, la vita di bordo, silenzi e chiacchiere, musica e qualche tentativo di “rubare” conoscenze nautiche. Otto nodi, rotta 218/219 gradi. Bene così! All’alba del 25 agosto il risveglio nello stretto di Messina, a destra una costa calabra fatta di colori turchini. A mare, verso la Sicilia, le tipiche lance per il pesce spada.
Capo Vaticano: una sosta balneare, ma anche una lunga ora d’impressionante lavoro in immersione che Paolo è costretto a fare sotto chiglia per liberare un tubo ostruito. Alessandro e Rosario lo aiutano mentre il “Magia Quattro” si offre, nell’insenatura, al corteggiamento dei bagnanti che si avvicinano per ammirarlo.
Avanti, verso Vibo Valentia ormai in pieno versante tirrenico dello Stivale. Si preannuncia una tempesta. Attracco nel porto di Vibo. Alle 3,30 la previsione viene rispettata: fulmini, saette, bagliori di ogni dimensione, scrosci di temporale estivo, rovesci imponenti di pioggia.
L’indomani nuova cambusa per i nostri pasti (qualcuno ha anche ammannito un “kous kous” in questi giorni). Attraversiamo qualche nembo tempestoso poi un mare robusto nel suo moto ondoso, ma bellissimo ci accompagna lungo tutta la costa calabra. Per ore ed ore. Non si incontra nessuno.
E ci si interroga: dove sono i vistosi panfili, i “ferri da stiro”, le barche miliardarie abitate da esibizionisti superficiali impegnati nella fiera delle vanità? Quando si esprime la passione nautica di questi vacanzieri di lusso? Soltanto nello “show” da banchina?
Paola, Belvedere Marittimo. Mare forza 5. Randa terzarolata e trinchettina. Galoppo attraverso le onde che spazzano la prua.
Ancora un tramonto che disegna i raggi del sole dietro la nuvolaglia nerastra che copre le montagne calabre e si tinge di rosa. Ore vissute nel silenzio, nella riflessione, nel recupero di sensazioni naturali ed intime ancor ieri massacrate da una quotidianità feroce.
Una notte nel porto di Maratea, gemma lucana. L’indomani, il balzo verso Capri. Il mare ed il vento sono sempre forti e le scelte suggerite da Paolo ed Alessandro hanno il conforto del “saggio” Bruno Bruni (l’altro “saggio” Vittorio Castaldi era sbarcato a Vibo). La solitudine, oggi, è temperata da una vela lontana, un cutter francese che per ore ed ore diventa l’inconsapevole protagonista di una sorta di regata. Paolo decide per la strategia di un “bordo a terra” (gli scempi sono, qui, molto ridotti).
La costa cilentana: grotte, scogli, anfratti, boschi verdi che scendono a mare. Afferro un libro che descrive la storia avventurosa di tutte queste coste. Punta Licosa e poi mare aperto verso Punta Campanella, davvero un “folle volo”! Ancora un tramonto struggente e poi, il tappeto di stelle su un mare che si è fatto oscuro.
La strategia giusta ha pagato. Ora, dalla posizione delle sue “luci di via”, ci accorgiamo che il rivale francese è ben più che superato. Paolo gli rende l’onore delle armi e lo consacra ottimo navigatore.
E’ notte, a Capri nel porto, e domani si sbarcherà a Napoli con dentro una voglia di continuare, di costruire altre sensazioni, di scandire il tempo in questa nuova dimensione, di respirare nell’anima il soffio purissimo delle atmosfere vissute in questa crociera.
Sono riconciliato con il pensiero, con la memoria, con i silenzi che ti fanno dialogare con te stesso, con il passato che non si disperde. Paolo mi elogia e mi promuove “gatto di bordo”. Temeva che rimanessi impigliato nei cordami ed ha constatato invece che sono stato felice al punto che ho curato finalmente me stesso.

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