Dal Cile alla fine del mondo

– di Anna Folli

La straordinaria vita di Francisco Coloane, “il Jack London dei nostri tempi”. Vascelli fantasma e corsari, le attrazioni dell’infanzia. Una casa sulla spiaggia dell’Isola Grande di Chiloè. La suggestione dell’alta marea. Su un veliero col padre, nella tempesta. Poi gli imbarchi su baleniere, brigantini, cannoniere. Un esploratore marino infaticabile e uno scrittore di grande successo. Le frastagliate coste cilene, le desolate lande della Patagonia e il mare gelido dello Stretto di Magellano. Il richiamo di posti lontani e sconosciuti.

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200705-11-3mL’immancabile basco nero che gli copre i capelli candidi. La barba da uomo di mare e due occhi azzurri vivacissimi, nonostante l’età avanzata. Nella copertina del suo libro autobiografico, “Una vita alla fine del mondo”, il viso di Francisco Coloane ha un’espressione gentile, quasi sognante, che non lascia certo immaginare un’intera esistenza trascorsa tra esplorazioni e tempeste. In realtà pochi, meglio di lui, hanno vissuto la sconfinata solitudine dell’oceano e sanno descrivere la potenza selvaggia della natura.
A legare tra loro i suoi molti libri è proprio questa “geografia del limite” che trae ispirazione dagli oceani grigi e burrascosi, dalle acque abitate da balene, foche, pescatori, tempeste. E dalla lotta dell’uomo contro una natura spesso ostile, che lui descrive con il rispetto di chi ne teme la magia misteriosa.
Le opere del grande scrittore cileno, popolate di figure fiabesche, di vascelli fantasma, corsari e coraggiosi esploratori ci hanno fatto conoscere le regioni più isolate del mondo australe, dalla Terra del Fuoco allo Stretto di Magellano. In “I conquistatori dell’Atlantide” Coloane confessa: “Si prova un immenso piacere nel vedere terre sconosciute. Più sono lontane e sperdute rispetto alla civiltà, meglio è, e sapendo di essere il primo, o uno dei primi, a metterci piede, si prova una gioia particolare, che compensa qualsiasi sacrificio”.
Alvaro Mutis lo ha definito “il Jack London dei nostri tempi”. E infatti i romanzi di Coloane sono stati spesso paragonati a quelli dei più celebri autori di mare: da Conrad a Melville, da Stevenson a London, appunto.
Ma lui confessa che più che dai maestri della letteratura, si è sempre sentito ispirato dalle maree e dai venti.
E che la sua vena poetica è nata nei giorni della scuola, quando la sua aula era uno stanzone che si affacciava sulla spiaggia dove le onde lambivano lo scheletro di un antico bastimento spagnolo.
“Sono diventato scrittore per nostalgia, per la mancanza del mare e delle mie isole e terre australi”, scrive nella sua autobiografia. E aggiunge: “Fin da ragazzo, ogni volta che potevo comprare un libro, ne sceglievo uno che narrasse di navi e naviganti: in fondo era normale per il figlio di un marinaio e fratellastro di un capitano che aveva comandato diverse navi”.
Tutta la sua vita è irrimediabilmente segnata dal mare. Nasce il 19 luglio 1910 sulla costa orientale dell’isola Grande di Chiloè, in Cile, mentre suo padre era in navigazione. La sua casa sorge sulla spiaggia: per raggiungere la cucina bisognava attraversare un ponte di legno simile alla coperta di una nave e con l’alta marea le onde arrivavano fin sotto la camera da letto. Qualche anno dopo, la casa verrà portata via da una grande mareggiata del Pacifico, ma intanto è il rumore del mare a cullare i primi giorni della sua infanzia. “Laggiù – racconta – piove in mille forme diverse, con cieli cupi che minacciano uragani, copiosi pianti celestiali capaci di trafiggere i cuori dei vivi in contatto con i loro morti che riposano in cimiteri di conchiglie”.
La sua infanzia si svolge avventurosamente tra due isole dell’arcipelago di Chiloè, l’isola Grande e l’isola di Caucahuè, che in lingua huilliche significa “luogo dei grandi gabbiani”.
Il padre è proprietario di un gruppo di scialuppe baleniere, mentre la madre ogni mattina prende la barca a remi per raggiungere l’estremità dell’estuario di Tubildad, dove possiede un fazzoletto di terra coltivato.
Degli anni della scuola, più delle lezioni, Francisco ricorda le ore passate a guardare gli uccelli che con l’alta marea si posano a stormi sulla spiaggia. “Con il bel tempo – racconta – la porta della scuola restava aperta e dalle lettere tracciate sulla lavagna i nostri occhi volavano come le ali bianche e la testa nera del chelle, il piccolo e grazioso gabbiano delle isole”.
La prima volta che affronta una tempesta, il giovanissimo Coloane è con il padre al largo dell’isola di San Pedro. Il veliero è “come un fantasma bianco che risaliva e precipitava tra montagne d’acqua”. Il padre lo lega perché non cada dalla cuccetta e nella notte rischiano più volte il naufragio. Ma il mattino dopo il sole sorge sulle acque calme della baia e Francisco e Juan Augustin Coloane sono pronti per nuove imprese.
Purtroppo, sono poche le avventureche riescono a condividere. A cinquantaquattro anni, Juan Augustin viene colto da una forma acuta di diabete ed è costretto a sbarcare. Ma lontano da timoni e sartie, sopravvive per poco. Anche la madre muore giovane e Francisco, orfano a quindici anni, comincia la sua vita da vagabondo.
Attraversa gli oceani e sperimenta tutti i mestieri: è falegname, mandriano, venditore di carbone, cronista, peone in una fattoria della pampa, attore di teatro e attivista politico. Da tutte queste esperienze ricava materiale per scrivere ma nessuno di questi lavori lo distolgono dalla sua passione per il mare.
La vera felicità, Coloane riesce a raggiungerla soltanto quando si imbarca. Baleniere, brigantini, velieri, cannoniere, incrociatori: qualunque mezzo è buono, pur di esplorare gli oceani e scandagliarne le profondità più misteriose. Da ogni avventura, riesce a riportare un’emozione che molto tempo dopo riverserà nelle sue pagine. Nell’estate del 1941 la casa editrice cilena Zig Zag indice un concorso letterario. Coloane decide di scrivere un racconto sulle sue esperienze di viaggio a bordo della nave scuola Baquedano, sulla quale si erano addestrate generazioni di ufficiali e marinai della marina cilena.
Non possiede una macchina da scrivere ma in quindici giorni riempie a mano due quaderni e vince il primo premio. “L’ultimo mozzo della Baquedano”, in cui racconta le esperienze di un ragazzo che, al contatto con le forze della natura, compie il suo apprendistato di vita, diventa il primo di una lunga serie di romanzi.
Ne seguiranno molti altri: da “Capo Horn” a “I conquistatori dell’Antartide”, da “I balenieri di Quintay” a “Naufragi” (in Italia tutti editi da Guanda).
Protagonisti sono le lande desolate della Patagonia, la frastagliata costa del Cile e il mare gelido dello stretto di Magellano. E soprattutto gli uomini che si trasformano quando sono messi alla prova da una natura tremenda.
Alcune delle sue storie sembrano travalicare la fantasia. “Il capitano di un cutter – scrive in “Una vita alla fine del mondo” – mi ha raccontato che una volta, navigando nelle vicinanze di Capo Horn gli parve di sentire dei suoni musicali.
Allora calò in mare una scialuppa e a forza di remi trovò tra gli scogli un vascello naufragato. Il mare aveva portato fuori dalla stiva il suo carico di pianoforti e li aveva sparsi sulla riva. Le onde andavano e venivano sulle tastiere facendole suonare”.
In “Naufragi”, ormai novantenne, Coloane scrive le storie che avrebbe voluto leggere da ragazzo: racconta delle imprese leggendarie di Francis Drake, uno dei più grandi navigatori di tutti i tempi che salpa dall’Inghilterra per raggiungere il Pacifico attraverso lo stretto di Magellano.
Esalta il valore del generale Josè Pizarro, che nel 1741 difende i possedimenti spagnoli in Cile e Perù con una piccola flotta di quattro vascelli e narra l’apparizione di un catamarano fantasma, di cui non si riuscì mai a ricostruire la provenienza nè la storia. I suoi viaggi e i suoi libri si moltiplicano ma, nonostante in America Latina fosse da anni molto famoso, Paco Coloane è pubblicato per la prima volta in Italia solo nel 1987. Arriva a Roma novantenne e in un’intervista confessa la sua invincibile attrazione per “l’altrove”: “Io non cerco solo il limite o la frontiera che c’è in ogni uomo, perché nella mia parte del mondo tutto parla di frontiera, anche la storia”.
L’amore per quell’universo quasi irreale, per i suoi cieli apocalittici e le vertiginose muraglie d’acqua, spingono Coloane a sfidare l’ignoto per raccontare storie che hanno il sapore della fine. La fine di un viaggio e di un mondo. O semplicemente la fine di un sogno.

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