Diario dal gran mare di sabbia

– di Nicola Dal Falco

Dal Cairo a Siwa, punto di partenza per il deserto del Sahara. Un colonnello per guida. La storia del re persiano che voleva controllare l’oasi dalla quale parlava un oracolo. Le difficoltà della Toyota a procedere sulle dune.
Il vento notturno abbatte le tende. Conti, spie, avventurieri, gli eroi di un mondo affascinante e desolato.

Usciti dal Cairo, la strada asfaltata si scaglia dritta, costeggiando la ferrovia del ferro. Sul primo fuoristrada, il colonnello – uno vero, specialista del deserto, che ha lavorato nell’intelligence – ascolta musica occidentale, genere tecnoromantico. Poi, cambia ed ecco della new-age greca. Gli siede accanto un cameraman dilettante: i natali beduini gli danno diritto al titolo di principe. Si porta dietro delle mazze da golf che userà nel gran mare di sabbia. Non è il primo viaggio nel deserto, ma questa volta resto stupito dall’organizzazione.

La sosta per il caffè ci regala un cameriere in giacca bianca (la terrà per tutto il viaggio); ex graduato e sottoposto del colonnello, ha una mano deforme, frutto delle attenzioni del controspionaggio israeliano. Andiamo a Siwa, punto di partenza per un viaggio di sola sabbia. Nell’oasi si imbottiglia l’acqua fossile di un lago sotterraneo, si coltivano palme, ulivi e, oltre ad una certa indipendenza, anche la pedofilia che, essendo comune, viene considerata una forma di pedagogia, assimilabile allo scautismo.
L’ultimo campo prima di entrare nel gran mare di sabbia ha memoria di onde vere. Calpestiamo un pavimento di conchiglie. Di notte, con la luna che inonda il paesaggio, sembra di camminare sul fondo dell’oceano. Non è plancton, ma un cielo bucherellato di stelle. Quello che attraverseremo per 350 chilometri è la più grande distesa di sabbia del Sahara. Il vento che spira da nord-ovest a sud-est ne ha modellato il corpo, creando dei lunghi cordoni di dune, disposti diagonalmente. Sarebbe molto più agevole tagliarla da est ad ovest in modo da arrivare ai piedi delle dune e capire da che parte risalire.

Noi, invece, che veniamo dal lato opposto, nella luce piatta del giorno, scopriamo il precipizio quasi all’improvviso, superando di slancio, nei punti meno ripidi, dislivelli di ottanta-cento metri. Questa fetta di Sahara appartiene solo al deserto. All’infuori dei contrabbandieri che prima trafficavano in oro e adesso in hashish, nessun nomade la attraversa.
A montare la guardia restano i cinquantamila uomini dell’armata di Cambise, inghiottita dall’impeto del khamsin, mentre puntavano su Siwa. Il re persiano voleva l’oasi per controllarne l’oracolo, la cui voce potente era allora paragonabile ad un network televisivo.
Per tre giorni i pensieri avranno un despota, si muoveranno sulla falsariga delle impressioni e delle idee del colonnello. Sarà lui la nostra cartina di tornasole. Non sappiamo cosa ci aspetta e di fronte c’è un vuoto immenso e strisciante, sintomo di una vertigine sconosciuta. Il colonnello può dire o non dire e così non resta altra alternativa che affidarsi. Cosa che lui stesso fece con chi gli mostrò i cancelli del deserto, della vita errante. L’unica chiave che possa aprirli è la paura, un sentimento ragionevole che insieme all’ignoranza (sapere di non sapere) rende possibili molte cose difficili.

«Io nel deserto ho sempre paura – dice il colonnello – e soprattutto qui. Controllo e ricontrollo tutto di persona. Non mi fido, s’impara sempre. Passo dove passa il vento. Dietro a lui la sabbia è più compatta e trovi il varco tra le dune».
La sua Toyota apre la strada, la cerca, s’insabbia, riparte, tasta il terreno, chiama e sospinge attraverso la radio sempre accesa gli altri tre fuoristrada. Gli incoraggiamenti che manda, gli avvertimenti in tono aspro e a volte addirittura materno ronzano nelle orecchie insieme al motore, spinto al massimo dei giri. La sua leadership raggiunge il culmine più teatrale al momento della partenza. Quando il cuoco sta riordinando i tavoli della prima colazione, il colonnello monta in macchina e si dirige da solo in un punto ben in vista, ma abbastanza lontano per le sue personali abluzioni. Gesto demiurgico, violento e tuttavia elegante. Vi assistiamo senza esserne veramente testimoni. Quando infine ricompare, spazzolato e profumato, lo accogliamo, volenti o nolenti, come un padre.
Con metodo e a furia di braccia quando la sabbia supera il mozzo delle ruote, facendoci miseramente arenare, bordeggiamo verso estsud-est fino a che non si scatena una breve e violenta tempesta di sabbia. Al tramonto, un velo cinge di grigio il nord: riusciamo a cenare tranquilli, ma verso le ventitré il vento alza un muro che inghiotte la notte.

Strana sensazione di trovarsi in balia di un universo che ha cambiato battito, girando pazzamente su sé stesso. Il vento ha piegato i montati d’alluminio e atterrato la tenda che ora ci sbatte in faccia, formando una specie di sacco dove restiamo rannicchiati in due. Ho freddo, sono zuppo di sudore e mi sento la febbre. Ingoio due aspirine, ma nel rimboccare la camicia e il pullover dentro ai calzoni scopro alcune bolle sulla schiena. Dopo alcune inutili contorsioni riesco ad illuminarle con la torcia mentre fuori la tempesta continua, facendo filtrare la sabbia dentro la tenda e provocando piccole scariche elettrostatiche.
Qualcosa mi ha morso, forse un ragno che viaggiava con noi nelle coperte da campo, tirate fuori al momento della cena. Con grande pena, battendo i denti, cerco tutto quello che ho per coprirmi e aspetto.
Il mattino che sorge è color senape:
un giallo senza sfumature dove a dieci metri ogni cosa scompare. Per altre sei ore assaporiamo una sorta di vuoto mentale; la sabbia frullata dal vento ha smerigliato le fiancate delle autovetture e imbiancato il viso, i capelli e gli abiti di ognuno. Sembriamo e ci muoviamo come giovani ectoplasmi, sorpresi dalla nuova dimensione. Poi, arriva la decisione di partire comunque, sempre ad est senza deviazioni, cercando di uscire dalla nuvola gialla.

Come tutti i mari anche questo ha i suoi eroi solitari che hanno voluto ritagliare per il proprio orgoglio uno spazio smisurato. Uno di questi aveva il naso adunco, la schiena curva e un corpo smilzo con due lunghe gambe che quando sedeva ripiegava come le zampe di un grillo. Portava una bustina da aviatore e i gradi di capitano della Luftwaffe. Le foto in bianco e nero lo ritraggono mentre guida una piccola colonna di quattro veicoli, due automobili Ford e due camion canadesi di preda bellica. Le carte, su cui tracciò una rotta di tremila chilometri attraverso il deserto libico e quello egiziano, le aveva disegnate per buona parte lui stesso, negli anni Trenta, quando insieme ad un inglese, Leonard Mosley, aveva lavorato come cartografo per il governo del Cairo. L’uomo, il più anziano ed esperto di quel gruppo di viaggiatori, si chiamava Lazlo von Almaszy. Un conte ungherese, ex pilota dell’aviazione asburgica, esploratore e avventuriero, arruolato nel 1940 dall’Abwehr, il controspionaggio tedesco.
La missione di cui era responsabile, chiamata in codice Salam, aveva lo scopo di trasportare via terra due agenti segreti fino ad Assiut, sulla riva sinistra del Nilo. Vi partecipavano elementi del reggimento Brandeburgo, l’unità d’élite, specializzata in colpi di mano oltre le linee. Da lì, avrebbero raggiunto il Cairo in treno, raccogliendo informazioni sulla dislocazione delle truppe e dei campi minati inglesi, in vista dell’offensiva di Rommel che aveva come obiettivo l’occupazione del canale di Suez.

Almaszy partì da Tripoli, il 29 aprile 1941, seguendo prima la via Balbia e inoltrandosi poi nel deserto in direzione dell’oasi di Gialo. Il piano originario prevedeva l’attraversamento del gran mare di sabbia che si estendeva ad est, ma dopo tre giorni d’estenuanti saliscendi attraverso i cordoni di dune, con due membri della spedizioni ammalati, il gruppo tornò sui suoi passi, scegliendo un itinerario più lungo: a sud verso l’oasi di Cufra e poi, di nuovo ad est, attraverso l’altopiano di Gif el Kebir.
Durante la traversata, Almaszy riuscì anche a ritrovare il punto dove, nel 1937, aveva occultato una riserva d’acqua, ancora perfettamente potabile. Dopo due settimane, con grandi sforzi e un po’ di fortuna, la colonna arrivò a dieci chilometri da Assiut, abbandonando i due agenti. Da quel momento, l’operazione cambiava nome in Condor e anche se ben avviata finì con l’arresto degli infiltrati. I due, piuttosto giovani, persero tempo prezioso, seminando d’indizi la loro breve permanenza nei salotti mondani della città. Un atteggiamento guascone, sicuramente superficiale, che non gli evitò di finire sotto i colpi del plotone d’esecuzione. Curiosamente, uno dei contatti arabi al Cairo era Anwar el Sadat, allora tenente dell’esercito egiziano e futuro capo del governo.

Il conte rientrò indenne in Libia, rifornendosi dai due camion, nascosti all’andata. La carcassa di uno di questi sembra che decori ancora un angolo dell’altopiano di Gif el Kebir. Individuò anche un deposito del Longe Range Desert Group, organizzato dall’ex amico Mosley, che saccheggiò e distrusse.
Ormai abbiamo lasciato alle spalle il gran mare di sabbia per entrare in una sorta di limbo, un altro tipo di deserto che, nell’aspetto e nei colori, sembra quasi accaparrarsi la funzione del dormiveglia, in vista di un completo risveglio. Il deserto bianco, formato da torri e funghi color gesso, è il primo paesaggio solido che si incontra a sud del gran mare, una riva popolata da figure fantastiche, inquietanti come muse. Da questo regno che non è un sogno, ma sembra catturarlo, riproiettandone i dettagli deformati, torniamo pigramente verso nord, tenendo sempre alla nostra destra il Nilo e la linea verde dei palmeti.

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