Diario di bordo veleggiando tra Ischia, Ponza e Ventotene

– di Wilma Martusciello

Una minicrociera con partenza dal Borgo Marinari.
Bellezze e nefandezze in rada, in navigazione e negli approdi.
Il panorama dalla terrazza naturale di Ponza.
La notte sotto le stelle a Ischia.
In mare gli uomini sono più eleganti delle donne.
L’orribile moda dei gioielloni, dei kaffettani, dei bisaccioni con la tracolla e degli infradito.
Il fascino del ritorno a Napoli vista dal mare.

Veleggiando tra Ischia, Ponza e Ventotene. Si parte da Napoli, Borgo Marinaro, per una minicrociera di quattro giorni con “Ondina Blu” (fantasia sfrenata), un bel 12 metri bianco con una striscia ovviamente blu. Il programma inviato dall’agenzia che ci ha affittato la barca parla di appuntamento al Borgo Marinari con la “i”, mi viene istintivo correggere e i miei compagni di viaggio, non napoletani, mi guardano dubbiosi. Uhè, sarà pure vero, ma a me quella “i” finale fa l’effetto di un’unghia sulla lavagna. Comunque, il Borgo è sempre bello con il defilè dei Circoli, lo sfondo dei grandi alberghi (didattica al nipotino: “Lo vedi quell’albergone d’angolo? Beh, lì abbiamo fatto il ricevimento di nozze, tutte”), il nugolo di barche e barchetelle, l’omone – panzone a cavalcioni della sedia col gomito appoggiato al tavolino che sono sicura di avere lasciato lì tale e quale 37 anni fa, a meno che il ruolo non sia ereditario. Nota stonata, stonatissima il numero impressionante di buste di plastica ed altre schifezze che galleggiano in acqua con la sicumera sfottente che voi siete di passaggi conti fatti, escludendo la cambusa, il costo è al limite del ridicolo, di molto inferiore di quello di una mediocre pensioncina in un posto di mare – non vipposo per carità! – di questa nostra Italia vacanziera così assurdamente cara. E inoltre (chiedendo scusa alle pensioncine mediocri) vuoi mettere la gioia del risveglio in rada, quando passi la notte all’ancora, e del primo tuffo in mare al posto della doccia col bagnoschiuma finto-esotico.
Soprattutto se sei mattiniero, e in barca devi esserlo sennò ti perdi il meglio, aggiungi la meraviglia di andare col cappottino sull’isola a comprare i giornali e i cornetti nonché a bere il secondo caffè, che poi sarebbe il primo perché si sa quello del bar è un’altra cosa. E che sia Ponza o Paros o Lipari, le isole la mattina presto sono tutte uguali: sanno di fresco, di faccia all’acqua e sapone, con le stradine ancora semi deserte, ancora di esclusiva proprietà degli abitanti, i bar che sembrano sbadigliare dopo la faticaccia della sera prima, il pane e i cornetti caldi e in banchina le barche che si dondolano leggere come culle. Più tardi la scena cambia, ma è sempre incantevole.
Ponza, ore 19, l’ora dell’aperitivo, quanta bella gente. Sono soprattutto romani che hanno approfittato del lungo ponte di San Pietro ed è tutto un rincorrersi di saluti, di bacetti da parte di svolazzanti signore, specializzate in svolazzi intorno al “personaggio” di turno, di pacche sulle spalle, di “Ma Popo è già arrivato?”, di “Uno spago con noi?”, ma chissà perché queste cose tanto veramente orrende nei salotti cittadini qui ti divertono, le prendi a ridere.
Sarà il panorama che dalla terrazza naturale di Ponza è davvero prestatemi un aggettivo, sarà la certezza che tra poco in barca sarai salva, e allora chissenefr… Anzi ti diverti a osservare, a fare un tuo pettegolezzo personale (sono riuscita ad evitare la parola gossip, visto che non è difficile?). Parliamo di moda per esempio. Nella situazione isola-barca, gli uomini sono mille volte più eleganti delle donne. E dico tutti, dal marinaio di “E votta ‘a cimm” al proprietario di quella “cosa” da mille miliardi, sono sempre bellissimi nella maniera più classica: bermuda, polo, scarpa da barca. La sera se vogliono cambiare con i pantaloni lunghi, sbattono un bel pull annodato sulle spalle ed è la perfezione anche se non è cachemire.
Le donne… aiuto! Ragazze, qui bisogna assolutamente fare qualcosa. Non se ne può più di roba trasparente, caffettani, bisaccioni a tracolla, infradito sempre più intorcinati, gioielloni d’argento, di pasta di corallo, di pasta di turchese, di pasta di tutto purché siano enormi (le gioiellerie hanno dovuto allargare le vetrine) e soprattutto non se ne può più di “etnico”. Che poi il colmo è che sono sempre le stesse cose, dalla bancarella al negozio che etnico lo scrive col kappa, cambiano solo i prezzi, dalla babbuccia ricamata alla camiciona specchiata.
Sarà per il veliname che impazza su tv e giornali, ma tutto sembra già visto, obsoleto e polveroso. Si potrebbe tornare anche noi ai bermuda con la polo, si può rispolverare la divisa caprese di Jacqueline Kennedy, pantalone bianco e maglietta a righe, ricordiamoci lo chic dei foulard di seta leggera, ricorriamo alla Tod’s classica, rientriamo dai gioiellieri con le vetrine di dimensioni normali ma per un anello estivo di classe. Non so, fate voi, qui urge inventarsi qualcosa.
Ma ritorniamo alla barca. Dove eravamo rimasti? A un bel piatto di spaghetti al tonno mangiato nel quadratino di poppa (forse dopo questa minicrociera eviterò per un po’ il tonno) e anche se sei stretto tra due barche alte come palazzi con tanto di cena servita da marinai in guanti bianchi, col tuo piattello in mano e un bel birrozzo sei felice come un re. Anzi ti vendichi alla maniera di Fiorello nell’imitazione di Carla Bruni: “che volgare”.
Passa il calciatore Fabio Cannavaro con un Persching 60 tutto d’argento… che volgare, attracca un coso giuro più grande dell’aliscafo con hostess e body-gard… che volgare. Volgarità e invidia sordida parte, mentre con la barca a motore arriva sempre quello più mostro e più ricco e poi un altro ancora più mostro e più ricco, con la vela fai sempre la tua figura spartano-distinto-sportivo e ti consoli così.
Non vi ho parlato né di Ischia, né di Ventotene, ma tanto le conoscete. Nella prima ho passato la notte sotto le stelle, sdraiata a poppa, e ho rischiato di essere investita da un getto di pipì del tedesco vicino di barca pieno di birra, che tutto nudo ha pensato bene di farla en plaine air, ma è stata una notte bellissima lo stesso.
A Ischia abbiamo giocato a chi si ricordava più nomi di tutte le frazioni. Piccole cose e grande felicità con odore di sale e di vento, con sapore di sole e di acqua. Ma la cosa più bella per me è stata il ritorno a Napoli.
Napoli vista dal mare: la collina di Posillipo, la sfilata delle ville, dei mitici “bagni”, se qualcuno di voi ha passato l’adolescenza a Napoli e poi se ne è allontanato può capirmi. Marechiaro, la Gaiola, Villa Romana, Villa Rosebery… ho voluto fare lì l’ultimo bagno e non è stato un bagno: è stata un’immersione nell’acquasantiera dei vent’anni.
Felice chi è stato giovane a Napoli, chi si è scapicollato per i sentieri di Trentaremi, chi è andato a trovare l’amico che abitava a Palazzo Donn’Anna, chi si è sdraiato sugli scogli di Villa Beck.
Si risale a bordo, si ammaina il fiocco, ci si prepara a buttare l’ancora. Siamo ritornati ed è subito città.

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