Ecco l’altra Sicilia

– di Anna Folli

È quella che Matteo Collura, giornalista e scrittore siciliano, svela nell’ultimo dei suoi libri sull’isola escludendo oleografia e stereotipi.
Una terra arsa e febbrile che vive, respira, subisce, densa di personaggi e di storie.

“L’isola senza ponte” segna un altro “ritorno” dell’autore agrigentino alla sua terra e alla sua bellezza negletta, offuscata e quasi distrutta dai troppi sfregi compiuti dai suoi abitanti.

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200803-14-3mSi può parlare di un’isola, la Sicilia, e nello stesso tempo di tutte le isole? Si può proporre un ritratto che è assolutamente caratterizzato, ma nello stesso tempo universale? E’ proprio questo che è riuscito a fare Matteo Collura nel suo ultimo libro: “L’isola senza ponte” (Longanesi, 217 pagine, 14,60 euro). L’isola come archetipo: luogo ideale del narrare e metafora perenne della vita umana. Paradosso e condizione mentale. Così, un discorso che parte dalla propria terra natale, appunto la Sicilia, si allarga fino a comprendere il concetto stesso di isola.
Quello che più affascina in questo lungo saggio che diventa racconto di uomini e storie è la capacità di Collura di tracciare una sorta di fenomenologia dell’insularità. Di proporre un’analisi, che è insieme razionale ed emotiva.

C’è una frase di Jorge Luis Borges che può aiutare a capire lo speciale rapporto che esiste tra Matteo Collura, scrittore e giornalista culturale al “Corriere della Sera”, e la Sicilia: “Abitavo già qui – scrisse a proposito di Buenos Aires il grande scrittore argentino – poi ci sono nato”.
In queste parole si nasconde molto più di una confessione d’amore. C’è la dichiarazione di una profonda appartenenza. Di qualcosa che va oltre la mera contingenza e il dato biografico. Più o meno questo, credo sia avvenuto anche per Collura con la sua Sicilia. Ed è lui stesso a confessare questo atavico attaccamento in un brano di “L’isola senza ponte” in cui si paragona all’abate Faria, il personaggio del “Conte di Montecristo” che per lunghi anni scava per fuggire dalla sua cella. E poi, dopo tanto lavoro, si accorge di essere sbucato in una cella ancora più interna di quella da cui era partito. Così, anche Collura in tutti i suoi libri mira a evadere dalla “prigione” Sicilia, ma in realtà si ritrova ogni volta a parlare della sua terra. Prima del recentissimo “L’isola senza ponte”, Collura aveva dedicato alla regione in cui è nato altre due opere: “In Sicilia” e “Sicilia sconosciuta”, uscito per la prima volta nel 1984 e ora in via di ripubblicazione con modifiche e ampliamenti. Ma hanno ambientazione siciliana quasi tutti i parlatutti i suoi libri, da “Il maestro di Regalpietra”, dedicato alla biografia dell’amatissimo Sciascia, a “Qualcuno ha ucciso il generale”, in cui raccontava la vita e la morte di un piccolo e dimenticato eroe siciliano, Giovanni Corrao, il generale dei “picciotti” che combatté al fianco di Garibaldi.

Alla Sicilia, Collura ritorna sempre. Spesso soffrendo per quella sua bellezza negletta, offuscata e quasi distrutta dai troppi sfregi compiuti dai suoi abitanti. Ma anche le sue critiche più accese sono quelle di un figlio che in quei luoghi è nato, ha vissuto fino a trent’anni e poi, nonostante si sia trasferito a Milano e abbia viaggiato in tutto il mondo, ritorna appena è possibile. D’altra parte, non è il solo a pensare che è particolarmente difficile, per chi è nato in questa terra, riuscire poi a staccarsene. Scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che con Pirandello e Sciascia costituisce la triade letteraria dei numi tutelari di Collura: “Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a svagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta”.
Si è dunque siciliani per sempre.

E quindi diversi da chi vive nel continente. L’insularità, sostiene Collura, è una condizione mentale molto più che fisica. Con aerei e aliscafi, qualsiasi isola è facilmente raggiungibile, eppure i mezzi di locomozione non hanno cambiato la mentalità di chi ci abita. “Gli isolani – scrisse Gesualdo Bufalino che nacque e morì a Comiso, in provincia di Ragusa – sono spinti a farsi isole dentro l’isola e a chiudere dall’interno la porta della propria solitudine, che vorrei con vocabolo inesistente definire “in solitudine”, con ciò intendendo il trasporto di complice sudditanza, che avvince al suo scoglio ogni naufrago”. E se questo avviene in qualche misura per tutti gli isolani, tanto più avviene per gli abitanti dell’antica Trinacria, che non si sentono, sostiene Collura, abitanti di una delle regioni d’Italia ma di un altro continente, di un mondo intero: “La Sicilia – racconta durante il nostro incontro – appare sempre misteriosa e inconoscibile. E’ una metafora del mondo che non si finisce mai di scoprire. A renderla così unica è forse anche la sua centralità geografica che ne ha segnato la vita. Da qui sono passati tutti, anche gli alleati americani che nella seconda guerra mondiale sono partiti da lì per liberare l’Italia e l’Europa”.

Cambierebbe qualcosa se costruissero il famoso ponte di cui tutti parlano da anni, gli chiediamo. “Forse le toglierebbe un po’ della sua aura di mistero e di mito. Ma nella sostanza non cambierebbe niente. I problemi economici non vengono certo da questa sua insularità”.
Chi conosce i libri di Collura, sa che la sua Sicilia non è certo un’isola da cartolina o depliant turistico, tutta sole, mare e cielo azzurro. Al contrario, e nonostante i 1039 chilometri di costa, il mare nelle sue pagine quasi non compare. Il paesaggio di Collura è fatto di una terra arsa e febbrile che vive, respira, subisce.

Non è mai uno sfondo oleografico perché sempre denso di personaggi.
“Le persone – sostiene lo scrittore di Agrigento – non sono mai soltanto belle. Compito della scrittura non è di imbellettare ma al contrario di denunciare, raccontare la verità per quanto scomoda possa essere”.
Così, quella che Collura descrive è l’altra Sicilia, spesso poco conosciuta ai suoi stessi abitanti, sempre pronti a spostarsi nel continente, o addirittura a intraprendere grandi viaggi a Londra o in America, ma poco disposti a trasferirsi da Catania a Palermo e ancora meno a cercare di conoscerla. Scriveva Leonardo Sciascia rifacendosi a Pirandello, esiste “l’isola- vallo (i tre valli in cui la divisero gli arabi) dentro l’isola Sicilia, l’isola- provincia dentro l’isola-vallo, l’isola- paese dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia”. Ed è muovendosi tra tutte queste “isole” che si scopre la straordinaria varietà di un luogo da cui è passata la storia.

Sarebbe troppo facile e semplicistico parlare della Sicilia come di un’unica realtà: al contrario, viaggiando dalle regioni orientali a quelle occidentali, si passa dalla solarità festosa di Catania alla tragica cupa e malinconica di Palermo. E il senso di una tragedia incombente, dal paesaggio si riversa nel volto degli uomini e nella loro concezione della vita. A questa “Sicilia sconosciuta”, Collura dedica un centinaio di itinerari che spaziano dai luoghi più celebri come Palermo, Catania, le isole Eolie, fino ad angoli ignorati anche da molti siciliani. E Agrigento, luogo di nascita di Collura, ha naturalmente una particolare evidenza e diventa emblematica del rapporto di amore e odio che lo scrittore nutre per la sua terra.

Proprio questa città, scrive, dove un tempo s’innalzavano templi tanto splendidi da stupire persino gli dei, ora è diventata il simbolo dell’abusivismo edilizio. Ed è il perturbante contrasto tra la bellezza della celebrata Valle dei templi e, appena sopra, lo sfracello di una vera e propria febbre edificatoria, a provocare lo smarrimento dei suoi abitanti. Lâ essere gli involontari coinquilini di tanta bellezza, sostiene Collura, può portare al rifiuto, all’indifferenza, alla cecità. E nelle sue parole si ritrovano la sofferenza e l’intensità di un amante tradito, che non può fare a meno di ricordare i momenti felici, ormai diventati soltanto causa del dolore presente. Così scrive: “Agrigento non è una città che invoglia alla sosta; al contrario spinge a una sorta di moto perenne. Ma non si pensi per questo a un moto attivo, operoso, come può esserlo quello degli abitanti delle nordiche metropoli.

No, l’agitarsi degli agrigentini è come andare di qua e di là dentro una gabbia, risucchiati, centrifugati dalla particolare topografia del loro precario abitato”. Una città un po’ folle, dunque. E non a caso per Collura, ancora più che ai propri ricordi infantili, Agrigento è legata all’amato Pirandello, nato nella sua stessa città: “Agrigento, Pirandello, la follia – scrive Collura – non si può parlare dell’uno senza parlare degli altri”. Dietro ad Agrigento, dunque, c’è la pazzia della moglie di Pirandello, Antonietta. Così come dietro le nuvole di cenere e la campagna ventosa di Racalmuto c’è Leonardo Sciascia. E dietro il mare color smeraldo e al cielo che sembrava spalancarsi nella luce c’è la Donnafugata del Gattopardo (che nella realtà si chiamava Palma di Montechiaro, la località dove i Tomasi di Lampedusa possedevano un castello). E proprio in questo grande romanzo, che Collura sostiene di aver capito solo nella maturità, si rivela il senso della vita e della morte che è di tutti i siciliani: “E’ il Gattopardo la perfetta metafora di quello che è la Sicilia, con il suo pessimismo e la sua accettazione del mistero della vita. In quel romanzo c’è la Sicilia del 1860 ma anche la Sicilia del 2000 e, io credo, la Sicilia di sempre, irritante, antistorica, spesso violenta, mai banale”.

Ma nella geografia di Collura non c’è posto solo per i luoghi letterari: c’è anche la Sicilia dei petrolchimici di Gela e c’è la Sicilia di Portella della Ginestra: il ventoso passo di montagna dietro le pietrose gobbe a sud di Palermo. Dietro quel nome, apparentemente così gentile e mite si nasconde, scrive Collura, “uno degli eccidi più infami che la storia di queste rugose contrade ricordi”. Ed è sempre così la sua isola: dietro ogni luogo c’è un evento, un personaggio, una moltitudine di piccole storie. E una grande Storia, che in Sicilia è destinata a venire sconfitta.

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