ESTATE: quando andavo al mare con Marotta

– di Vittorio Paliotti

Il suo eterno timore di sentirsi male. I bagni allo stabilimento “Savoia” a Santa Lucia. Mi diceva: “Tu, no. Tu resti a terra perché non mi devi perdere di vista. Se mi viene un malore mettiti a gridare, chiama aiuto”. Le traversate sui vaporetti per raggiungere Capri e Ischia lo angosciavano. Quella volta che fece il coraggioso con Ugo Tognazzi e Anna Magnani. Al Pallonetto per parlare coi personaggi dei suoi racconti.

Quella volta che l’accompagnai a Capri, quella volta che andai con lui a Ischia, quella volta che insieme con lui mi tuffai nello specchio d’acqua di Santa Lucia…Giuseppe Marotta amava moltissimo il mare, lo prova il fatto che intitolò “Mare verde” la sua più celebre canzone, quella lanciata da Milva.
Ma lo temeva anche. Questo timore, anzi questa paura del mare e, dunque, delle isole, era una conseguenza diretta della sua convinzione di dovere essere, prima o poi, colpito da una grave malattia o, peggio ancora, da un improvviso malore. Aveva comprato una casa a Monte di Dio, nel medesimo palazzo ove abitava il più celebre cardiologo di Napoli e, quindi, sulla terraferma si sentiva abbastanza tranquillo. Non così per mare.
Lo seguivo spesso in quel periodo (metà inoltrata degli anni Cinquanta) sulle rampe e sulle scale del Pallonetto di Santa Lucia dove lui si recava per chiacchierare con pescatori e marinai: era infatti dalle conversazioni con costoro che Marotta traeva gli spunti per i racconti della serie “Gli alunni del tempo”. Io, anche se avevo la firma su un settimanale come “Oggi”, ero poco più che un ragazzo, allora, e mi sentivo orgoglioso di poter sbandierare l’amicizia di quel famoso scrittore. Giuseppe Marotta stava vivendo, in quegli anni, la sua stagione trionfale: da poco Vittorio De Sica aveva tratto un film dal suo libro “L’oro di Napoli”; “L’Europeo” pubblicava le sue critiche cinematografiche e il “Corriere della sera” i suoi racconti; la televisione mandava in onda le sue commedie.
Il nostro punto d’incontro era un bar della Galleria. Lì l’attendevano, per un caffè, un sedicente guappo, un magliaro e un venditore porta-a-porta di provoloni Auricchio. E da lì, ogni tanto, noi due ci muovevamo per le incursioni al Pallonetto. Uno di quei giorni, in Galleria, lo trovai che aveva un’aria particolarmente scocciata. “Mi vogliono dare un premio a Capri, un Oscar della canzone. E’ previsto perfino un mio lungo intervento in tv. Ma come ci vado a Capri, Vittò, come ci vado? Se mi sento male? Se mi viene una cosa? Farmi accompagnare da mia moglie? Ma quella, Pia, sta più inguaiata di me” mi disse, tutto d’un fiato. Finsi disappunto. “Io, Peppì, io a Capri ci devo andare per forza. Mi ha telefonato stamattina il settimanale “Oggi”.
Vogliono un servizio proprio sugli Oscar della canzone”. “Meno male, meno male!” scattò. “Meno male che ci sei tu”.
Sul vaporetto incontrammo il paroliere Enzo Bonagura, il cantante Aurelio Fierro e Giovanni Leone, allora presidente della Camera. E Leone, che nell’isola era di casa, fornì a Marotta un paio di numeri di telefono di bravi medici a Capri. Parve risollevato, e anche in tv filò tutto bene.
Fu in circostanze analoghe che andai, con Giuseppe Marotta, a Lacco Ameno d’Ischia, dove lui doveva ricevere un premio come critico cinematografico e io dovevo scrivere un articolo sulla manifestazione. Al Molo Beverello già appariva in ansia. Sopraggiunsero, per fortuna, Ugo Tognazzi e Anna Magnani, e Peppino, a furia di recitare la parte del coraggioso, prese coraggio davvero.
Una domenica d’estate mi telefonò per chiedermi di accompagnarlo a farsi un tuffo a mare. Scelse il bagno “Savoia”, superstite stabilimento della belle-époque, lì a Santa Lucia. Stavo per discendere, insieme con lui, la scaletta, ma ne fui subito trattenuto: “No, Vittò, tu devi rimanere qua, sullo stabilimento, e non mi devi perdere di vista. Se ti accorgi che mi è venuto un malore e sto affogando, mettiti a gridare e avverti il bagnino”. Si tuffò e prese a nuotare. Io, come promesso, dall’alto lo sorvegliavo attentamente. Vicino a me, sulle tavole, cinque o sei ragazze, distese al sole, prendevano la tintarella. Ad un tratto, una di quelle ragazze si alzò e mi raggiunse. “E’ tuo padre quel signore che sta con te?” mi chiese. “E’ un mio collega”, buttai lì. “Ma è o non è Giuseppe Marotta?” incalzò la ragazza. “Sì, è Marotta” confermai. La ragazza tornò, correndo, dalle sue amiche. “E’ lui! E’ proprio Marotta!” gridava.
Di lì a poco Peppino risalì, grondante acqua, dal mare. Fui io, allora, a scendere in acqua. Quando a mia volta risalii, lo trovai circondato da quelle ragazze. Pendevano dalle sue labbra. “Vittorio, vieni che ti presento” disse Marotta. E aggiunse: “Vittorio è un giornalista del settimanale “Oggi”, un milione di copie. E sta per uscire un suo romanzo”. Ma quelle ragazze non avevano occhi che per lui. Solo per lui.

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