Fantasmi e orrore a Capri

– di Monica Florio

Uno sconosciuto beffardo, due ragazze nella vasca da bagno, una vecchia dal pallore cadaverico, un omino col bastone acuminato, un cameriere con una zampa pelosa.
L’Arrivo di Dario Argento sconvolge l’isola da Marina Grande a via Camerelle, alla Piazzetta.
Tra visioni e incubi le disavventure di un critico cinematografico troppo severo col regista.

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200805-9-3mMai come in quel tiepido pomeriggio di settembre la “Piazzetta” era stata così affollata. Si respirava un’atmosfera febbrile per l’imminente arrivo nella cornice caprese di Dario Argento. Negli affollati bar i camerieri facevano sfoggio delle loro abilità per destreggiarsi in quel continuo viavai iniziato un’ora prima.
Ignorati dalle schiere di fan che attendevano, impazienti, l’arrivo del loro idolo, i giornalisti ostentavano un voluto distacco per nascondere l’irritazione di non essere loro l’attrazione della serata. Alcuni si sporgevano dalle sedie in vimini per mettersi in mostra più del necessario, altri ingannavano il tempo tra un pettegolezzo ed una bibita ghiacciata, grati di aver trovato posto al riparo dal sole sotto gli ombrelloni.
Intanto, a Marina Grande, tra i turisti era sceso uno strano tipo, tutto vestito di nero e con il volto parzialmente coperto da grossi occhiali scuri. Così mimetizzato, l’uomo era riuscito a passare inosservato tra la calca ma, giunto in via Camerelle, aveva dovuto arrendersi alla folla assiepata nelle vicinanze dell’Hotel Quisisana.

In quel luogo tranquillo si sarebbe concesso un breve riposo prima della conferenza stampa prevista per il pomeriggio inoltrato. Per l’occasione sarebbe stato proiettato, in anteprima, il promo di “Old souls”, ancora in fase di lavorazione e già in odore di polemiche. Una forte curiosità si era scatenata attorno al film, un horror soprannaturale imperniato sulla congiura ai danni di una novizia da parte delle sorelle più anziane.
Argento aveva dichiarato di essersi ispirato ad un breve racconto, “Anime erranti nel monastero di Santa Chiara”, apparso su una rivista amatoriale. Della vicenda l’avevano colpito la rappresentazione di quel luogo inaccessibile e cupo e il contrasto tra lo stile retrò, da romanzo d’appendice, e il finale a tinte forti con la protagonista soccorsa dalle anime dei defunti risvegliate dal suo potere medianico.
Nella lista dei relatori invitati al convegno di studi dedicato al regista romano figurava anche il nome di Egidio Corbi. A differenza dei colleghi, Corbi non era mai stato un estimatore di Dario Argento al punto da affibbiargli nei suoi pezzi l’etichetta di “morboso manierista”. Con quel pizzetto argentato, gli occhietti vispi dietro le lenti dalla montatura dorata e l’immancabile borsello firmato incarnava professionalità e stile. Eppure questa patina di rispettabilità era offuscata dalla fama di persona rigida e vendicativa, a tratti persino ambigua, che lo seguiva ovunque. Anche Corbi aveva approfittato della pausa a disposizione per ritirarsi nella sua stanza d’albergo. Il tempo di sciogliere il nodo della cravatta e di posare gli occhiali sul comodino e già era precipitato in un sonno profondo, da cui si svegliò frastornato, con le vene che gli pulsavano sulle tempie e la gola arsa come se avesse parlato per ore intere. Nello sbirciare il quadrante dell’orologio notò, con rammarico, che non dava segni di vita. Sbuffando, inforcò le lenti e vide accanto alla finestra uno sconosciuto sfogliare le pagine di un libro.

Lei che fa qui, mi scusi? – per reazione, Corbi aveva assunto un tono di voce arrogante.
Non sono un maschilista. – balbettò l’uomo che tradiva un’evidente somiglianza con Anthony Franciosa. Con uno scatto improvviso, il tizio lasciò cadere a terra il libro che teneva fra le mani e si afflosciò su se stesso. Sempre più sbigottito, il giornalista raccolse il volume e lo esaminò con attenzione da tutti i lati: il tomo, finemente rilegato in pelle, raccoglieva le recensioni pubblicate da Corbi negli ultimi quattro anni. Distogliendo a fatica lo sguardo da quel corpo riverso su se stesso, posò il libro sul comodino con estrema cautela, quasi maneggiasse roba infetta. Senza dubbio era stato vittima di un’allucinazione né poteva spiegare in altro modo la macabra apparizione dell’individuo, a meno che non si trattasse di una beffa ai suoi danni, peraltro di pessimo gusto. Tra un’imprecazione e uno sbadiglio, si diresse verso il bagno, deciso a non farsi intimorire facilmente.
Per fortuna, tutto sembrava in perfetto ordine in quell’ambiente lindo e profumato. Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e vi immerse a lungo le mani. Solo dopo aver avvertito la perdita di sensibilità alle dita, se le asciugò energicamente e decise di concedersi un bel bagno caldo. Soddisfatto, guardò la vasca e, senza pensarci due volte, rientrò nella stanza da letto per munirsi di un cambio. Nel constatare l’assenza del suo visitatore, invece di scomporsi borbottò:
Maledetti totani! Ho ancora lo stomaco in disordine…-.
Poi, alquanto risollevato, fece ritorno nel bagno e quasi incespicò nel tappetino di spugna a causa del vapore proveniente dalla vasca. Con la vista annebbiata, commentò amareggiato:
Ah, ci risiamo! -.

Ben presto, però, la foschia finì per diradarsi svelando i corpi di due ragazze intente a strofinarsi nell’acqua. Il volto tirato di Corbi si distese in un sorriso luminoso che scemò all’istante quando una pioggia di schizzi lo investì da tutti i lati, costringendolo ad un precipitoso balzo all’indietro.
Come in un incubo si materializzò nella vasca una vecchia dal pallore cadaverico, infagottata in un impermeabile nero. Sotto le falde del cappello gli occhi esagitati della donna lo squadravano dall’alto in basso.
Lurido pervertito! – sibilò nel brandire la mannaia sporca del sangue delle due amanti.
San Costanzo aiutami tu! – supplicava, atterrito, Corbi che fino ad un attimo prima era stato ateo convinto. Ormai in preda al panico, si tirò con forza la porta alle spalle e fuggì via dall’appartamento infernale. Nel corridoio dell’albergo si fermò una manciata di secondi a pensare. Gli si prospettavano due possibilità di fuga ma, tra le scale e l’ascensore, ritenne più prudente farsela a piedi. Era attaccato al corrimano quando vide passargli accanto un cieco con un bastone. Per l’emozione le gambe gli cedettero e scivolò sui gradini.
Inutile chiedersi da dove fosse sbucato: sarebbe stato come imporre la propria logica a quel mondo assurdo in cui per uno scherzo del destino era precipitato.

Nel rialzarsi Corbi ebbe l’impressione che quella creatura inoffensiva gli rivolgesse uno sguardo beffardo, quasi di sfida. Ne ebbe la conferma quando l’omino, dopo aver sceso le scale con una velocità tale da superarlo, impugnò il bastone dalla punta acuminata per intimargli di restare dove era, in un tacito invito a non seguirlo.
Per la prima volta da quando era cominciato l’incubo Corbi avvertì il desiderio irrefrenabile di bere. Un intraprendente cameriere si precipitò a soccorrerlo. Di buon grado accettò l’aperitivo che gli veniva offerto e lo tracannò in un sorso solo. Subito gli sembrò di aver recuperato le forze e, almeno in parte, la sanità mentale. Dovette ricredersi quando gli occhi si posarono di sfuggita sulla sagoma del suo prezioso aiutante. Tutto in quell’essere, dalla zampa lunga e pelosa che sbucava fuori dalla divisa all’orribile muso schiacciato, non era umano.

L’irrazionale, un tempo messo alla porta dalla mentalità rigidamente scientifica di Corbi, si prendeva ora la sua rivincita imbastendo una girandola di orrori senza fine.
L’ennesimo shock gli diede il colpo di grazia. Boccheggiante, Corbi perse i sensi e si accasciò sul pavimento. All’oscuro di quanto stava accadendo, Argento dormiva placidamente nella camera da letto dell’albergo. Proprio lui che fuori dal set non riusciva mai del tutto a distrarsi e a staccare la spina si era abbandonato ad un sonno ristoratore, di quelli senza sogni. A sua insaputa un alito di vento aveva socchiuso l’imposta della finestra, lasciando la stanza nella penombra. Una figura aggraziata, avanzando con passi impercettibili fino al letto, contemplava con occhi innocenti il volto allungato e magro del regista del brivido. Al suo cospetto i tratti perfetti della giovane si illuminarono e la mano dalle dita sottili gli accarezzò dolcemente la guancia. E, mentre le chiome fluenti si muovevano sulle note di una nenia infantile, uno sciame di vespe la seguì fuori dalla stanza. Nel silenzio delle ore che volgevano alla sera nessuno poteva avvertire la presenza di quelle creature, angeli custodi pronti a trasformarsi in demoni per punire chi, per cecità, le aveva relegate in un angolo sperduto della propria mente gettando per sempre la chiave.

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