Finalmente a Sabaudia

– di Chicco Testa

Una visione bionda, snella, gli occhi chiari, le lunghe gambe. Il mistero di un incontro.
Una gara di nuoto e il tumulto dei sensi sulla battigia.
Una voce che chiama e il ritorno alla realtà.
Ma chi era Jack?

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200403-17-3mPer gentile concessione dell’Autore e dell’Editore pubblichiamo questo brano tratto dal libro “I racconti di Sabaudia” della Baldini Castoldi Dalai editore, edizione 2003.

Finalmente era a Sabaudia. Dall’alto della strada, fra le dune, già sentiva il rumore e l’odore del mare. L’eccitazione cresceva dentro di lui. Quante volte ne aveva sentito parlare. Quante volte aveva fatto domande, richiesto precisazioni, approfondito i dettagli. Ma finalmente c’era. Molti suoi amici lo guardavano con aria di sufficienza quando si parlava di spiagge, mare, giornate calde, sole, tramonti. Il rimprovero era implicito nel loro sguardo. “Ma che ne sai, se non sei mai stato a Sabaudia?”
Ma finalmente c’era. L’automobile imboccò il cancello della villa dell’amico da cui sarebbero stati ospiti, la portiera si aprì e lui si precipitò fuori, quasi a capofitto, verso il mare. Ed eccola di fronte a lui quella benedetta spiaggia. Dall’alto della duna fino al cancelletto che dava sulla spiaggia non la perse mai di vista. A destra e a sinistra la lingua di sabbia, sovrastata dalle dune e chiusa dal mare appariva splendida. “Da dove comincio?” Fu l’istinto a portarlo a sinistra. Cominciò a correre, poi si arrestò. Gli odori erano fortissimi.
Era l’ora del tramonto e tirava un piccolo vento di tramontana. L’orizzonte era lucido e quasi infinito. La spiaggia, ormai vuota, conservava gli umri ch’egli esseri umani si lasciavano dietro. Creme, oli solari, cibo, sudore. Sull’altro lato l’odore del mare.
Camminò a zig zag, quasi in bilico tra questi due confini, indeciso tra la terra e il mare, tra la folla assente e l’acqua solitaria. Quasi non si avvide che qualcun altro faceva lo stesso percorso in direzione opposta alla sua. Se ne rese conto quando ormai erano ormai a pochi metri di distanza. Rimase sorpreso. Dio, quant’era bella. Non era sicuro di avere mai visto prima una femmina così affascinante.
In un attimo la memorizzò tutta. Bionda, di quel biondo che pervade tutto il corpo e crea un’aurea dorata. Snella, di quella snellezza che riveste un corpo abituato all’esercizio e alla vita all’aria aperta. E che movimento. La fissò nel momento in cui portava avanti un fianco, la testa alta con il mento leggermente teso in avanti e le gambe lunghissime, che spingevano tutto il corpo in un movimento fluido e senza fatica.
Aveva distolto subito gli occhi, conosceva la buona educazione, ma non seppe resistere alla tentazione, passati una decina di metri, di rigirarsi per un ultimo sguardo. Anche lei si girò e l’istinto gli consigliò la prudenza. Niente sguardi da playboy sulla spiaggia. Mica voleva passare per il solito cafone, che magari lei pensasse che lui veniva dall’entroterra. Invece la fissò dritta negli occhi, caricando il suo sguardo di tutti quei sentimenti che in quel momento provava. Ammirazione, stupore, desiderio, sorpresa. E poi vi aggiunse del suo. Un tocco di sguardo disperato che dicesse più o meno: “Me ne stavo tutto solo su questa spiaggia e adesso sei arrivata tu a farmi capire che ciò che io avvertivo come un grande senso di piena tranquillità in realtà celava una disperante solitudine. Sei tu responsabile di questa improvvisa felicità. Non ho occhi che per te e la tua immagine dentro di me è così abbagliante che non riesco a vedere nient’altro”.
Se c’era qualcosa nello sguardo di lei, lui non la colse. Gli sembrò fredda, distante, neutra. E già il gelo, quel gelo particolare, crudele, asettico, sottile, provocato dall’indifferenza, stava scendendo nel suo cuore, quando, proprio all’ultimo secondo, un attimo prima che tutti e due tornassero a girarsi, lui colse l’ultimo lampo negoli occhi di lei. Uno scintillio d’ironia. Ironia positiva, promettente. Come se lei avesse detto, più o meno: “Ehi, carino, lo so a che cosa stai pensando. By default, pensano tutti la stessa cosa. Ma tu un po’ di sangue me lo fai. Però lascia stare quello sguardo da cane bastonato. Fammi capire che potremmo anche divertirci. A te la palla e battila bene, che se no mi annoio e vado, da sola, sotto la doccia”.
Forse aveva capito troppe cose per un lampo che era durato un attimo. Gli occhi di lei erano talmente chiari che sembravano trasparenti. Insomma, ciò che pensava di avere visto era un azzardo. Ma aveva un’altra possibilità?
Decise di rischiare. E poi che cosa avrebbe raccontato agli amici? Che aveva incontrato una femmina da sballo, si era fatto prendere dalla depressione e se n’era andato con la coda tra le gambe. Ma andiamo.
Il cuore gli si riempì d’audacia. Era pronto. Girò su se stesso e cominciò l’inseguimento. Ma non ce ne fu bisogno. Lei si fermò, fece finta di cercare qualche cosa tra la sabbia e fece in modo che lui la raggiungesse. Infinita sapienza femminile. “Stai cercando qualche cosa? Posso aiutarti?”
Lei era china con la testa sulla sabbia. Si girò lentamente e lo guardò dritto negli occhi. Lo guardò a lungo. Lui cominciava a sentirsi imbarazzato. Poi le parlò decisa: “Te”.
Nel frattempo lui si era dimenticato la domanda e quindi la risposta lo colse impreparato. Gli sembrava di avere la faccia da pesce lesso, mentre cercava disperatamente di connettere quel “te” con qualche cosa di comprensibile.
Ci pensò lei ancora una volta: “Cercavo te e siccome ti ho visto mi sono fatta trovare”. A questo punto lui non capì più niente. “Ti va di fare il bagno?” chiese lei. Lui si sentì al sicuro. Era un ottimo nuotatore. In un attimo fu in acqua e la guardò entrare. Poi lei partì a razzo verso il largo.
Era una vita che lui desiderava assaggiare l’acqua di Sabaudia, un altro dei miti delle conversazioni con i suoi amici. Chi diceva calda, chi fredda, chi con molto sale, chi un poco dolce. Non ebbe il tempo di pensarci. Lei filava. Per starle dietro dovette darci dentro. Gli venne il fiatone e si chiese se, per caso, quella tipa dalla faccia d’angelo e i polmoni da campione olimpico non volesse arrivare fino a Palmarola che, nella luce del tramonto schiarito dal vento, sembrava dietro l’angolo. Fortunatamente, lei si fermò.
“Sei bravo a nuotare” gli disse. Non capì se era sincera o ironica. “Se si tratta di seguire te, posso nuotare per altre dieci miglia”. Si pentì di averlo detto. Magari la tipa lo prendeva sul serio e ripartiva. Invece lei sorrise. Poi fece una cosa che lo lasciò senza fiato. Gli si avvicinò e cominciò a strofinare il naso sulla sua pelle. Lo stava annusando ed ogni tanto emetteva piccoli rantoli, quasi dei sospiri. “Hai un buon odore, mi piaci” disse.
Lui era perso e con evidenti difficoltà di respirazione. Da quel momento smise di pensare e tutto gli venne, finalmente, naturale. Prima nell’acqua, alta e avvolgente. Poi sul bagnasciuga (ma come ci erano arrivati?), in bilico tra la spinta dell’acqua e l’attrito della spiaggia. Poi sulla sabbia, che iniziava a freddare, trasmettendo la perdita di calore ai loro corpi. Fecero l’amore come fosse l’ultima ora dell’ultimo giorno dell’ultimo anno dell’ultimo secolo della storia del mondo. Ebbe l’impressione che, in un secondo, dovesse decidersi, insieme al loro destino, il destino del mondo.
Quanto durò? Non possiamo, caro lettore, chiederlo a loro. Loro erano persi. Con l’adrenalina a mille. Fuori dal tempo. Incoscienti di tutto, coscienti solo del loro corpo. Che in quel momento era tutto. L’inizio e la fine. L’origine e il termine. A loro, comunque, che fosse durato un minuto o un’ora, non importava. Il tempo era nulla.
La sera si fece avanti. Il silenzio e le luci, accese nelle ville sulle dune, l’accompagnarono. Poi si udì una voce.
Dapprima confusa. Solo un rumore. Poi sempre più precisa. Chiamava qualcuno. Lui tese le orecchie. Vigile. Lei percepì la sua attenzione e ne fu disturbata. “Cos’è?” domandò. Lui non rispose e rimase con le orecchie tese. C’era qualcosa di noto in quella voce. Ma che cosa? Era stordito, soddisfatto, spossato nel corpo, nei sensi. La voce si ripeté e lui infine la riconobbe.
Si girò nervoso verso di lei. Lei era ancora più tesa. Avvertiva il pericolo. Che fare? Da una parte c’era il mare, la sabbia, Sabaudia e soprattutto lei, la più bella compagna che avesse mai vista e desiderata. Dall’altra una voce nota che rompeva il buio della notte, che ormai era scesa, e il freddo che improvvisamente cominciava a farsi sentire nelle ossa. Che fare?
Cominciò a muoversi verso la voce che lo chiamava. Lei lo seguì disorientata, un poco irritata. Risalirono le dune, sempre più su, lui sempre più determinato, lei sempre più tesa. Furono in cima, infine.
Lui si girò e la guardò. Era proprio bella. Rimase indeciso per un attimo. Davanti a loro c’era una notte da trascorrere. Sabaudia era bella, ma la notte era notte. Uguale in tutto il mondo. La guardò ancora una volta e poi saltò.
Atterrò nel portabagagli della station-wagon. “Bravo Jack, adesso torniamo a Roma. Stai a cuccia che in un’ora saremo a casa”.

200403-17-4m

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