La finestra di Marechiaro

LA CELEBRE FINESTRA DI MARECHIARO

di Giuseppe Manetti

Puntualizzo alcuni passaggi dell’articolo di Vittorio Paliotti che mi ha dato lo spunto per verificare una storia vera, riguardante la mia famiglia, e non una leggenda. Carolina Cotugno, mia nonna, citata nel verso “scetate carulì”, è esistita veramente. Ma non si sa se Salvatore Di Giacomo compose la sua poesia, poi musicata da Francesco Paolo Tosti, nella trattoria di Marechiaro, di fronte alla “fenestella” (nella foto), oppure al Caffè Gambrinus.

201405-3mScrivo in riferimento all’articolo di Vittorio Paliotti dal titolo “Quel garofano di stoffa sulla finestra di Marechiaro“, pubblicato sul vostro periodico nel marzo del 2011.
Faccio una doverosa premessa: io sono uno dei nipoti del Carmine Cotugno menzionato nell’articolo, più nello specifico, sono figlio di Giuseppina, nata a Napoli nel 1922, ultima dei figli di Carmine.
Da sempre, io e i miei numerosi cugini conosciamo quella che Paliotti descrive coma una “leggenda”, quale è invece la storia della nostra famiglia, storia che posso brevemente sintetizzare nei fatti salienti di seguito elencati. Nostro nonno Carmine è stato sposato con Carolina, la quale morì in giovane età. Da lei non ha avuto figli. Ha conosciuto di persona Salvatore di Giacomo, il quale, secondo i racconti di mio nonno, pare fosse un assiduo frequentatore della sua trattoria. Quest’ultimo fatto non è aimè certificabile, a differenza di molti altri attraverso i quali credo di poter precisare i contenuti dell’articolo del Paliotti.
La trattoria di mio nonno, Carmine Cotugno, era ubicata di fronte a quella che oggi tutti conoscono come la “Fenestella di Marechiaro”, quindi, appena dopo la prima rampa di scale che conduce alla marina di Marechiaro. All’interno della Fenestella vi era all’epoca la sua casa, la stessa in cui successivamente sono nati mia madre e i suoi fratelli dal secondo matrimonio con Luisa Anastasio.
Salvatore di Giacomo compose i versi di “Marechiaro” nel 1885. I versi furono successivamente musicati da Francesco Paolo Tosti un anno dopo, nel 1886. Questo è ciò di cui siamo al corrente, da sempre. Vittorio Paliotti, nel suo articolo, intitola i fatti che le ho appena menzionato come il “trucco” di Nannina Cotugno, parla di Carmine Cotugno come colui che sfruttò furbescamente la popolarità della canzone per creare fortuna e mette addirittura in discussione l’esistenza della stessa Carolina.
Inutile nascondere che nel momento in cui ho letto l’articolo mi sono venuti grossi dubbi riguardo la moralità della mia famiglia. Com’è possibile, mi sono chiesto, che mio nonno prima e mia madre e tutti i mie zii, poi, abbiano potuto raccontarci una tale bugia? Com’è possibile che un uomo nato nel 1853, senza alcuna istruzione e completamente analfabeta, abbia potuto avere una intuizione così geniale?
Alla luce di questi dubbi ho cominciato le mie ricerche. Mi sono innanzitutto recato presso la parrocchia di Santo Strato al Casale di Posillipo, che, per quell’epoca, era punto di riferimento per gli atti di nascita, di matrimonio e di morte, di tutta la zona di Posillipo. Consultando i registri disponibili nella parrocchia ho scoperto quanto segue:
Carmine Cotugno è nato a Napoli il 3 maggio del 1853. Carolina Anastasio è nata a Napoli il 10 novembre del 1863 da Vincenzo e Teresa Cammarota; Carmine e Carolina hanno contratto matrimonio il 25 luglio del 1880. Carolina Anastasio è morta a Napoli il 20 settembre del 1901. Carmine Cotugno ha sposato in seconde nozze Luisa Anastasio il 22 agosto del 1903. Dal matrimonio di Carmine e Luisa sono nati rispettivamente: Maria, Antonio, Anna (la Nannina dell’articolo), Assunta, Strato, Vincenzo, Concetta e Giuseppina, mia madre.
A differenza di quanto afferma Vittorio Paliotti nel suo articolo, i documenti che ho consultato mi consentono di confermare senza dubbio alcuno che Carolina è realmente esistita, che non si tratta quindi di una curiosa apparizione, e che è stata sposata con Carmine Cotugno, mio nonno, prima di morire alla giovane età di 38 anni.
Ancora una inesattezza all’interno dell’articolo di Paliotti. Carolina era figlia di Vincenzo, come correttamente riferisce Salvatore di Giacomo nella cronaca della passeggiata che fece a Marechiaro descritta in un articolo firmato Salvador. L’articolo di Di Giacomo venne pubblicato il 6 febbraio del 1894, ed è oggi consultabile presso la Biblioteca nazionale di Napoli alla sezione Lucchesi Palli. Il poeta stesso racconta quell’evento come la sua prima visita a Marechiaro e afferma che fosse avvenuto parecchi anni prima. Nel suo articolo, Vittorio Paliotti afferma invece che ci fossero voluti addirittura due lustri dal lancio della canzone “Marechiaro” prima che Salvatore Di Giacomo approdasse per la prima volta nell’antico borgo di Posillipo e che, quindi, la prima visita del poeta a Marechiaro risalisse al 1896, di sicuro in contrapposizione rispetto a quanto il poeta stesso dichiara.
Questo vuol dire che quanto ci è stato raccontato da mia madre e i suoi fratelli è tutto vero.
Probabilmente non saremo mai in grado di scoprire se effettivamente Salvatore Di Giacomo sia stato a Marechiaro prima di comporre i versi della sua poesia. Non metto in dubbio che abbia potuto comporre la sua opera seduto ad un tavolino del caffè Gambrinus e che abbia immaginato tutto: il magnifico paesaggio, la finestra, il vaso con il garofano e Carolina, che a quella finestra si affacciava per davvero perché è li che abitava.
Noi saremo per sempre riconoscenti al grande poeta per tutto quello che ha dato alla nostra città e per aver reso immortale con i suoi versi quello splendido borgo che è Marechiaro. Anche se, a dire il vero, a fare ciò avevano già provveduto, un secolo prima, Francesco Cerlone e Giovanni Paisiello con l’opera teatrale “L’osteria e Marechiaro“, rappresenta al teatro dei Fiorentini nel Carnevale del 1769.
In definitiva, se da un lato non è possibile avere certezze riguardo la nascita della poesia, se fosse effettivamente stata composta da Di Giacomo al caffè Gambrinus, oppure invece nella trattoria di Marechiaro, dall’altro, a provare l’esistenza di Carolina e del matrimonio con mio nonno Carmine Cotugno, ci sono documenti disponibili e consultabili presso la parrocchia di Santo Strato a Posillipo.
“Nannina“, che per la verità abbiamo sempre chiamato zia Ninuccia, nell’intervista di Paliotti diceva il vero, una verità che oggi possiamo dichiarare inconfutabile perché certificata.
In fin dei conti, alla luce dei fatti, appare molto più attendibile il racconto di “zia Ninuccia” piuttosto che la ricostruzione del Paliotti, che, tuttavia, sento l’obbligo di ringraziare in quanto mi ha fornito lo spunto per fare finalmente chiarezza su questa affascinante storia che riguarda la mia famiglia. Spero infine che i risultati della mia piccola ricerca possano essere di aiuto per studiosi o semplici curiosi della storia della canzone napoletana.

Riceviamo da Vittorio Paliotti:
“Tutto ciò che ho scritto, mi è stato detto dall’interlocutrice che cito e lo confermo pienamente. Non escludo, naturalmente, che possa esserci stato qualche equivoco (non però da parte mia) e quindi terrò conto in futuro, se mi capiterà di tornare sull’argomento, delle preziose informazioni del gentile signor Giuseppe Manetti che ringrazio. Sia chiara però una cosa: io intendevo scrivere un articolo, non una scheda anagrafica.
Vittorio Paliotti”.
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2 commenti su “La finestra di Marechiaro

  1. Giuseppe Manetti 23/06/2014 at 10:11 - Reply

    Gentile Sig. Paliotti,
    Lei è un famoso giornalista e scrittore, e come riferisce nella risposta, intendeva scrivere solo un articolo.
    Lei ma fa giustamente notare che ho scritto una scheda anagrafica.
    Come potevo dimostrare dversamente, che i personaggi da Lei citati, sono veramente esistiti, se non riportavo le date e quindi ne veniva fuori una vera e propria scheda anagrafica?
    Tenga presente che non sono un giornalista e neanche mi ritengo uno scrittore, anche se da poco è uscito un mio piccolo volume dal titolo ” Carolina s’è scetata ” che approfondisce ancora meglio il mistero della nascita della famosa canzone.
    Sarei onorato e felice di omaggiarla di una copia.
    Con grande stima,
    Giuseppe Manetti

  2. Pingback: Marechiaro: la poesia dentro il mito - laCOOLtura

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