Furore, un fiordo unico nell’Europa meridionale

– di Vittorio Paliotti

L’insenatura molto stretta, sovrastata da altissime pareti rocciose, si insinua per più di cento metri nella costa amalfitana. Pittori e scultori hanno illeggiadrito lo “sparso abitato” del paese con le loro opere dopo che il critico d’arte Nino D’Antonio divulgò il fascino del luogo. Le case spuntano dai costoni delle rocce.
Tremila scalini, i sentieri della volpe pescatrice, per raggiungere a piedi la spiaggia.
Ma c’è anche una strada che scende in picchiata verso il mare da un’altezza di 650 metri.

E’ di origine norvegese la parola “fiordo” e sta a indicare un’insenatura molto stretta che s’immette profondamente nella costa e che, in un continuo accavallarsi di onde, è fiancheggiata da pareti rocciose e quasi verticali. Tipici, appunto, della Norvegia, i “fiordi” sono presenti anche nella Scozia occidentale, nell’Irlanda nord-orientale, in Groenlandia, nel Labrador e nell’Alaska.
L’unico fiordo esistente nell’Europa meridionale, è quello di Furore, piccolo, romantico paese della costiera amalfitana. Pochi lo sanno, ma è sufficiente recarsi lì, a Furore (un’ora e più di macchina da Napoli) per avere l’impressione di trovarsi in una località dei mari del Nord, quelli descritti da Jack London, con il vantaggio, però, di poter godere di un clima splendido.

A quelle che possono essere definite straordinarie bellezze naturali, Furore unisce, e non da poco tempo, quelle artistiche. E’ infatti l’unico paese italiano, Furore, che per l’arredo urbano si è avvalso dei consigli, peraltro disinteressati, di un critico d’arte. Lui, Nino D’Antonio, arrivò qui per caso una trentina di anni fa. S’innamorò del panorama, dei dirupi, delle rocce, delle terrazze coltivate a vigneti e a pomodori; s’invaghì dell’unica strada che qui esiste e delle scalinatelle; si appassionò al fiordo, quel fiordo che visto da un’altitudine di 650 metri sembra più un sogno che una realtà.
S’infiammò di tutto questo, Nino D’Antonio; e, da allora, tornò qui spesso con pittori e scultori. Ecco prendere sostanza i “muri d’autore”, cioè grossi affreschi, a picco sul paesaggio, sorta di quieti murales, firmati da noti pittori: il polacco Werner Wotrova, per esempio, il tedesco Fritz Gilow, il francese Marc Lopez Bernal e gli italiani Rosario ed Elio Mazzella, Renato Castelli, Mario Giovanetti, Giuseppe Borrello, Giuseppe Centro. E nei gomiti dei tornanti, trasformati in spazi di sosta, ecco sorgere, accanto a tavolini e a panchine, sculture e megasculture dovute a Luigi Mazzella, Anna Crosio, Simone Benetton.
E non è tutto. L’apporto del critico d’arte si estese anche alle ringhiere, ai pali della luce, ai cancelli che, infatti, risultano dipinti di rosa o di ciclamino o di viola o di verde pisello: i colori, insomma, della flora mediterranea.

In questo modo, un paese che vantava già bellezze naturali si arricchì di opere d’arte; in continuo aumento, peraltro, perché altri pittori e altri scultori si offrono di venire qui a lavorare e con l’unica ricompensa di vedere una loro opera esposta in una galleria sospesa fra cielo e mare.
Ma è poi un paese, Furore? Ha un municipio, questo sì, e ha abitanti, anche se in numero di meno di mille. Ma non è facile definirlo “paese”. Secondo il lessico geografico, Furore è uno “sparso abitato”. Questo significa che le sue case non stanno affatto l’una dietro l’altra o l’una accanto all’altra, bensì spuntano da costoni di roccia: la loro originaria funzione era di presidiare la campagna. E se proprio vogliamo riconoscere un paese nel senso tradizionale dell’espressione, non possiamo che riferirci a una strada scolpita nel verde della montagna, delimitata dal grigio della roccia e stagliata nell’azzurro del mare; quella stessa strada cha, da un’altitudine appunto di 650 metri, digrada verso la costiera amalfitana.
Inaccessibile, per fortuna, al turismo di massa, Furore si estende su una superficie di due chilometri quadrati attraverso tre colline, Sant’Elia, San Michele e San Giacomo, più familiarmente indicate con nomi animaleschi: Cicala, Gatto e Ciuccio. Fatto peculiare è che il territorio, sovrastato da Agerola, precipita con una pendenza del 70 e anche dell’80 per cento e che al termine di questo territorio vi è un salto di duecento metri. Un salto, inutile chiarire, che si conclude nel mare della costiera amalfitana, e che è contrassegnato da due insenature. Una di queste è appunto il fiordo, il celebre fiordo di Furore. Unico, giova ripeterlo, dell’Europa meridionale.

S’insinua, il fiordo, per oltre cento metri nella costa, e fu uno dei porti della repubblica d’Amalfi. Vi arrivavano velieri colmi di grano. Salpavano da lì barche di pescatori. E perciò sulle rive di quel fiordo fu creato un villaggio che, principalmente, serviva da deposito. Da laggiù, uomini carichi di mercanzie si inerpicavano lungo le scalinate (composta ciascuna da almeno tremila gradini) e raggiungevano la parte alta di Furore, quella che oggi dà consistenza al paese.
Quelle scalinatelle, tuttora facilmente riconoscibili anche se sommerse nel verde, furono scavate ottocento e più anni fa, cioè ai tempi della Repubblica di Amalfi cui Furore appartenne. La costruzione della strada costiera amalfitana, avvenuta in epoca borbonica, sviluppò i traffici terrestri e tolse quindi significato portuale al fiordo di Furore.
Le cartiere, i mulini, e tutti gli altri edifici sorti sulle rive del fiordo vennero abbandonati. Il disegno stesso del fiordo subì trasformazioni per l’accumularsi di materiale terroso trasportato dal ruscello Schianto.

Diminuì l’importanza anche delle scalinatelle, la cui unica funzione era di collegare le varie “case sparse”. Nel 1935, costruita anche la strada di Furore, le antiche scalinatelle, ormai nascoste nel verde, divennero solo un connotato ambientale. “Sentieri della volpe pescatrice” vengono ora denominate, in riferimento a un antico bassorilievo esistente in una chiesa.
“Le case tranquille / sognanti la rosea / vaghezza dei poggi / discendono al mare/ in isole, in ville/ accanto alle chiese”. Così, in una sua lirica, il grande poeta Alfonso Gatto sintetizzò Furore. Non tanto paese quanto strada con panorama, Furore è in realtà l’eterno cantiere di quello che, nell’ambizione dei suoi operosissimi abitanti, dovrebbe affermarsi come minuscolo parco naturale delle bellezze del Mediterraneo. Con, in più, un valore aggiunto: il fiordo. Che sciccheria.

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