Gallipoli, la bella città

– di Angelo Caroli

L’offesa di un grattacielo in stridente contrasto col CastelloAngioino.
I cunicoli, le corti, le ville e i palazzi barocchi in uno scenario di luce e di vento.
La straordinaria varietà delle spiagge.
Il pittore del Bagno San Giovanni.
Una gita a Santa Maria di Leuca.
Il mare blu cobalto e verde smeraldo con isole e isolotti.

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200512-9-3mSe osservata dall’alto, la vecchia Gallipoli somiglia a un poligono con angolo smussato nel versante nord orientale. Probabilmente la città ha origini greche, lo suggerisce il nome Kallipolis, bella città. E la si può considerare tuttora un’isola dal momento che solo un ponte costruito nel 1600 la collega al nucleo moderno ancorato alla costa. In passato l’isola-cittadella fu conquista di romani, cartaginesi, aragonesi, francesi e borboni.
A Gallipoli si arriva da Lecce, fertile terra salentina, dopo un viaggio estenuante per chi proviene dalla regione dove regnò la stirpe sabauda. E’ l’ora del tramonto, il sole sembra un’immensa palla rovente attaccata all’orizzonte con un filo invisibile. All’improvviso una forbice recide quel fragile collegamento e la palla di fuoco affonda in una pozza dorata. E spunta la città, come un sogno.
La strada mi conduce nella parte nuova attraverso una serie stizzosa di serpentine prima di farmi percorrere corso Roma che, in agosto, si trasforma in un budello colmo di voci e colori. Il traffico è caotico. Ognuno segue un proprio itinerario fantastico, le regole sono azzerate, vige la norma dell’anticipo e del sopruso, con i rischi annessi.
Corso Roma si allarga in una piazza dove si esaurisce la città nuova, da dove ammiro il nucleo antico e da dove annoto tre particolari di cui uno conflittuale. Innanzitutto la fontana greca, la più antica d’Italia. Si presenta con un trittico di altorilievi orizzontali. Molto apprezzata la favola di Salmace la quale, totalmente nuda, invita a sé Ermafrodito. La scena è osservata con interesse da Amore e Venere. Sono raffigurati anche Biblis che ama il fratello Cauno e Dirce che viene straziata dai tori per ordine dei figli di Antiope, un’odiata parente.
Il secondo particolare è il castello Angioino, imponente, massiccio gigante poligonale rafforzato da torri cilindriche. Una difesa ovvia del porto sottostante e della vecchia città. La contraddizione la offrono le strutture ipermoderne del grattacielo che si innalza e contrasta, con impudenza anacronistica, con il paesaggio ricco di tradizioni.
Percorro il ponte-rampa che mi proietta in alto. Ed è lassù, a una manciata di metri sopra il livello del mare, che la storia si fa voce arcaica. Sotto, l’acqua sfoggia contrappunti di schiume, di acque blu e verdi. Natanti alla fonda galleggiano con leggiadria quasi incorporea. Viene voglia di raccontare la piazza della Repubblica, i cunicoli e le corti che si diramano nel cuore della paleopoli, le ville padronali, i palazzi barocchi (Ravenna, Muzio, Balsamo e del Seminario) e le chiese (la Cattedrale soprattutto) incastonate nelle vie e nelle piazzole dove il vento si intrufola con schiaffi sopportabili e dove la luce filtra appena. San Domenico, invece, è investita tutto il giorno dal sole poiché esposta verso il litorale che mi indica i siti balneari e la costa in direzione di Santa Maria di Leuca.
La speciosità della Cattedrale è il contrasto tra il frontone austero, quasi sinistro, e l’interno luminoso che è diviso in tre navate da grosse colonne. Santi, bambini e madonne sono riprodotti da famosi pittori barocchi come “Le anime del purgatorio”, “La Trinità”, “Il Martirio di Sant’Agata”, “San Giorgio”, “L’Adorazione”, “I miracoli di San Francesco da Paola”.
Gallipoli, mi dicono, oltre che dell’opulento turismo vive di oleifici, aziende enologiche e conserviere. La cucina è fra le più gustose e raffinate d’Italia. Grazie alla dovizia di una terra mai avara. Ed è addirittura una cornucopia per il turismo, poiché la balneazione presenta una sequela di spiagge per tutti i gusti: bagnasciuga lunghissimi e bianchi oppure con spunti rocciosi, inesauribili chiazze di rena immacolata con al fianco vaste pinete ricche di oleandri dove solo la gazzarra di cicale rompe umbratili silenzi. Lungo la strada si notano masserie delimitate da muri di pietra vergine e che portano per lo più nomi di santi. In mezzo alla vegetazione talune costruzioni moderne disegnano macchie non sempre gradevoli alla vista.
Per quanto riguarda la cucina cito i ristoranti “Il Pescatore”, da me a lungo sperimentato, Le Fontanelle e L’Aragosta. In un delizioso paese non molto lontano da Gallipoli, Taviano, insieme con amici stanziali e torinesi mi gusto all’Acchiatura (in pugliese, Tesoro nascosto) squisiti piatti locali. Ma torniamo a Gallipoli. Un giorno, dopo aver percorso la parte settentrionale della città vecchia, entro forzatamente nel suo cuore, in piazza Imbriani dove il passaggio obbligato delle auto crea ingorghi poco gradevoli per l’olfatto di chi nei dehors si fa servire il caffè o l’aperitivo. La strada è un cerchio, inforco di nuovo il ponte, in senso contrario e in discesa questa volta. Dopo un centinaio di metri di corso Roma, svolto a destra, imbocco il litorale e transito vicino a una zona commerciale dove scopro i Bagni San Giovanni. Nel salone del bar un pittore spande colori su una tela. Acquisto un acquarello che riproduce il Castello e la Torre. Esco e riparto verso Santa Maria di Leuca.
La strada è all’inizio scorrevole, ma poco prima e subito dopo il Grand’Hotel Costa Brada e Le Sirenuse il percorso non è agevole poiché i turisti, soprattutto in agosto, parcheggiano le auto ai lati della strada creando difficoltà al traffico. Mi fermo al Lido Pizzo. Il panorama è quasi un prodigio, una carezza alla mia fame di riposo, di salsedine e di sole. Il parking sterrato in mezzo alla pineta mi introduce in un’area sabbiosa dove sono piantati centinaia di ombrelloni in tre file. In segreteria svolgo le procedure d’affitto anche per lettino e sdraio. Vado incontro all’inedito luogo di vacanza suggeritomi da amici. Punto lo sguardo verso nord ovest e Gallipoli mi appare come una fettuccia polverosa poiché quel giorno il sole sembra malato. Diventerà di un bianco abbacinante quando il vento, scirocco, tramontana o maestrale, spazzerà via gli umori soffocanti. Il mare si scuote appena, le tinte mi ricordano alcune zone della Sardegna.
E’ il mare nostrum dove spesso la terra si frantuma e partorisce isole e isolotti. Come quello di Sant’Andrea di origine calcarea a poco meno di duemila metri dalla città antica. L’isolotto ha un faro senza guardiano ed è soggetto a una notevole salinità, a mancanza d’acqua da siccità ed è molto percosso da venti che ruotano attorno ad esso quasi con ossessione. La laguna è molto caratteristica, ma non saprei raccontare le peculiarità botaniche. So invece che l’area è frequentata da conigli, aironi, cavalieri d’Italia, starne, chiurli, gabbiani corsi, una specie molto rara che nidifica soprattutto nell’isola di Montecristo.
Tutto intorno vele gonfie scivolano via come proiettili di seta bianca sul solito mare blu cobalto, verde smeraldo e azzurro. E’ il mare nostrum che il mondo ci invidia.

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