Giuseppe Prezzolini cittadino vietrese

– di Vito Pinto

Il grande scrittore umbro prese casa a Vietri sul Mare dove giunse nell’autunno del 1962, quando aveva ottant’anni, e vi soggiornò per sei anni. La cittadinanza onoraria nel 1965.
Girava col basco a sghimbescio e un leggero bastoncino di canna. Si spostava a bordo di una Seicento color celeste guidata dalla sua seconda moglie. Gli amici del luogo e la storia di due cani. Ventotto anni fa, la morte a Lugano. Aveva cento anni.

201007-14-1mIn un tiepido pomeriggio autunnale del 1962, proveniente da Ravello, prese casa a Vietri sul Mare un distinto ottantenne in cerca di «tranquillità, serenità e pace che nelle sue precedenti dimore in vari punti del mondo difettavano». Quell’uomo, con il basco a sghimbescio sulla sinistra e un leggero bastoncino di canna, era Giuseppe Prezzolini, che aveva legato il suo nome a “Il Leonardo” di Giovanni Papini, e soprattutto a “La Voce”, messa al mondo il 20 dicembre 1908.
Vietri conquistò il Professore, come lo chiamavano tutti, «per quella sua aria, in un certo senso, un po’ isolata», soprattutto lì dove aveva preso abitazione in fitto, “sopra la Crestarella” come si notava nel suo indirizzo a stampino apposto su fogli e buste da lettera: dalla sua scrivania, il Professore poteva contemplare il mare, la quadrata torre saracena e, dal terrazzo, la cupola maiolicata della chiesa di San Giovanni.

Scriveva: «Abbiamo trovato a Vietri qualche cosa che fa per noi. Vedo un angolo di Mediterraneo in una cornice di piante verdissime e c’è sole quando è bello da tutte le parti…». Più in là, nel mare, si ergevano “I Due Fratelli”, maestosi scogli divenuti un po’ il simbolo di Vietri. Frequentavano quella casa pochi amici come l’avvocato Domenico (Mimì) Apicella di Cava, direttore de “Il Castello”, il suo medico personale Domenico Di Stasi, il ragioniere Vittorio Mendozzi e me, giovane redattore de “L’Amico di Vietri”, quindicinale voluto dal parroco don Luigi Magliano e diretto da Di Stasi, ma, per certi versi, suggerito dal Professore che puntuale mandava il suo pezzo quindicinale e si adoperò anche a procurare articoli di firme prestigiose quali quelle di Emilio Cecchi, Piero Bargellini e Bonaventura Tecchi. Tra i primi articoli scritti da Prezzolini vi è “Dalla mia terrazza di Vietri sul Mare”, un mirabile testo di letteratura che si fa poesia dove il sogno e la realtà si fondono e mettono a nudo un aspetto certamente poco conosciuto del lucido e analitico scrittore.
Prezzolini scriveva: «Sotto la mia terrazza, fra due piccoli faraglioni, i ragazzi si tuffano nell’acqua, appaiono, scompaiono.

Quando rimettono fuori la testa mi gridano “Vieni giù, professore, son diventato un pesce”.
Anch’io vorrei diventare un’altra cosa, ma non posso diventare un pesce. Quei ragazzi non sanno che io mi trasformo in nuvola».
Frasi di intimo lirismo, scritte dal pragmatista Prezzolini, il quale, forse, fu talmente conquistato da quel mare delle sirene da abbandonarsi ad attimi di debolezza sentimentale. Del resto la sua era una casetta immersa nel verde dei limoni, che in primavera si empiva del profumo delle zagare.
E restano nella letteratura vietrese le storie di due cani di cui si occupò il Professore. La prima era quella di un cane “maleducato” che ogni mattina, verso le cinque, lo svegliava con il suo abbaiare e disturbava il suo pisolino pomeridiano. L’altro era “Carbone, un cane antirumori, raccolto dal ragioniere Vittorio Mendozzi.
Un articolo anche questo ricco di lirismo e tenerezza verso quel cane trovatello, che aveva modi educati. Scriveva nell’articolo: «La storia di Carbone, che è un giovanissimo lupacchiotto, quasi tutto di colore nero, avrebbe potuto interessare Jack London. Carbone, infatti, fu abbandonato, non si sa da chi, sul ciglio di una strada, quando ancora non aveva che pochi mesi … dopo aver tanto girovagato e ripetutamente bussato fiutò casualmente quella casa e, per la prima volta, da quando era stato abbandonato sul ciglio di una certa strada, conobbe che cosa poteva significare una carezza nella vita di un cane.
Da quella sera Carbone è un cane felice … non conosce gioia superiore a quella che gli dà la dolce carezza ed il suono della voce del ragioniere Vittorio Mendozzi».
Per i suoi spostamenti il Professore utilizzava una Fiat Seicento di colore celeste guidata dalla signora Gioconda Savini, Jackie, sua seconda moglie; memorabili le loro lunghe passeggiate sottobraccio sul lungomare di Salerno.

Prezzolini adorava la moglie e non nascondeva il bisogno di farle il “piedino” mentre erano a tavola. Un amore che traspare nell’augurio fatto pubblicare, sul quindicinale vietrese, il 9 luglio 1965: «Si avvicina a giorni un’altra felice ricorrenza del nostro matrimonio. Tutti, parenti e fedelissimi, si porteranno a casa nostra per elargirti doni e formularti auguri; io, tuo marito, o mia diletta sposa, voglio dal più profondo del cuore e con animo devotamente grato, esternarti la mia riconoscenza e la mia gratitudine che superano ogni limite per tutta la felicità e la gioia intensa con le quali hai dato calore vivissimo al nostro intimo focolare domestico. Sei meravigliosa: sei unica. Vicino a te, mi sento come un razzo luminoso felicemente proiettato nell’intenso azzurro del cielo. Che il nostro amore si esterni come le eterne cose che morte non hanno! Con amore grato e devoto. P.G.».
In quegli anni alla scuola elementare di Vietri era direttore Nino Mancuso, uomo attento e di grande cultura, che pubblicava due numeri l’anno de “La Scuola”, un periodico realizzato esclusivamente dagli alunni. Mandò una copia al Professore che rispose ammirando la «semplicità e naturalezza che traspare nella collaborazione degli studenti. Fra l’altro vi ho scoperto il compito di un ragazzino che abita vicino a me, tanto grazioso».
Una mattina, su invito di Padre Filippo Catalano, andò al convento dei Cappuccini di Giffoni Valle Piana per un incontro con i fraticelli.

Qualcuno lo provocò chiedendogli come mai lui non si era ancora convertito, come Papini, suo amico. Il Professore rispose: «La fede è un dono di Dio e se Dio non mi ha fatto questo dono che colpa ne ho io». Il giorno dopo, in una lettera a Padre Catalano, ringraziandolo per l’accoglienza, scriveva tra l’altro: «Non avrei mai pensato di trovare in un piccolo borgo, che non occorre esser Leopardi per chiamar “selvaggio”, un gruppo di giovani interessati ai problemi della vita come quello che scoprii.
Quello che più mi colpì fu che si stabilì subito fra me e loro una corrente di reciproca fiducia. Essi capirono che io sarei stato sincero con loro e io capii che le loro domande sarebbero state naturali e spontanee. Ecco quello che mi rimane impresso più di tutto. Dica a quei bravi giovani che accordi di questo genere avvengono raramente e quindi io ne tengo conto particolare».
A Vietri trascorreva i giorni della “pensione” senza affanni, ma anche senza riposo, anzi qui prese corpo uno dei suoi libri di maggiore provocazione intellettuale: “Dio è un rischio”. Il libro cominciò a formarsi nella sacrestia della chiesa di S. Antonio a Marina di Vietri, con una serie di conversazioni che il Professore amava avere con il parroco don Attilio Della Porta, storico attento, con il quale si incontrava la domenica dopo la Messa, alla quale il Professore partecipava per ascoltare le omelie del sacerdote.
Era, per Prezzolini, come riandare agli anni della giovinezza e riannodare i fili di un discorso iniziato con tre amici, Papini, Morselli e Mori, «in una camera d’affitto in Via dei Renai, 10 a Firenze». Quel libro fu, per certi versi, il suo testamento lasciato ai giovani di domani. In chiusura, infatti, il Professore annotò: «Questo libro scritto da me, Giuseppe Prezzolini, in età di anni 86 e mesi 7, senza consulto di libri d’altri, senza ricorso a vecchi calepini, fu pubblicato senza paura di ridicolo, pronto l’autore a difenderlo. Non pretende provare, convincere, esortare. E’ un documento, una confessione, un finale, un testamento, è forse il grido di un solitario che chiede compagnia o il commiato d’un vecchio dai giovani d’oggi ed un annunzio ai giovani che nasceranno dai giovani d’oggi. E’ un libro senza Dio, che trova il posto a Dio, per chiunque abbia un io che debba trovare un posto».

Non perse l’occasione Papa Paolo VI e in un’afosa mattina d’agosto, durante un’udienza generale, parlando delle dottrine dell’attivismo e in specie del pragmatismo, fece riferimento a Giovanni Papini, assertore e poi vincitore di tale dottrina per la sua conversione alla fede cattolica. Poi Papa Montini aggiunse: “Aspettiamo sempre Giuseppe Prezzolini…”
Con un deferente articolo pubblicato su diversi quotidiani, Prezzolini rispose all’invito del Papa, innanzitutto ricordando, grato, l’aiuto da lui ricevuto durante la guerra, quando si trovò isolato dalla famiglia. Quindi, facendo ricorso a Sant’Agostino, che aveva cominciato a leggere all’età di 22 anni, scrisse: «Ed ecco S. Agostino che mi diceva: “La fede per la quale cristiani ci chiamiamo, dobbiamo mostrarla come dono di Dio”».
E citando anche il Concilio di Trento ricordava che anatema è contro chi dicesse che l’uomo possa credere senza l’ispirazione dello Spirito Santo. Per cui concludeva: «Insomma, se Dio vorrà, mi convertirò anche io, come Papini, per modo di dire, perché ogni conversione, o ritorno alla fede, è evidentemente personale».
E aggiungeva: «Qualcuno mi domanderà come faccio io, non credente, a rimettere tutto in Dio.
Ma questo sarebbe un discorso troppo lungo. E, se è permesso, ne ho accennato di già nel mio “Dio è un rischio”. Io credo il mondo un Caso, e fra i casi c’è anche l’esistenza di Dio».
Nel 1968 Prezzolini si trasferì a Lugano, in quella casa di Via Motta 33, che fu la sua ultima residenza. Ma alcuni mesi prima della scomparsa, nell’aprile del 1982, ricorrendo il centesimo compleanno dello scrittore, Vietri volle dedicargli una tre giorni di riflessioni con tema “Un secolo d’Italia nella vita e nell’opera di Prezzolini”. Organizzato da Pietro Borraro, attivissimo bibliotecario provinciale di Salerno, e presieduto dall’ottuagenario Mario Sansone, il convegno portò a Vietri numerose personalità del mondo della cultura italiana ed europea.

Ai convegnisti Prezzolini, da Lugano, inviò una lettera nella quale ringraziò per l’attenzione che gli veniva rivolta e chiese di non essere troppo maltrattato, visto che lui era stato «critico di molti eminenti e di varie ideologie». Tra i partecipanti anche Suor Margherita Marchione, discepola americana del Professore, del quale disse: “Se nel convento apprendevo le virtù soprannaturali, da Prezzolini imparavo a conoscere, ad apprezzare, a praticare le virtù umane: la lealtà nella buona e nella cattiva fortuna, la fedeltà alla parola data, l’assiduità e l’impegno nel lavoro, il rispetto delle idee e delle decisioni altrui, il rifiuto della pigrizia, dell’imprecisione, dell’artificio, della meschinità, l’amore della libertà pur nella disciplina imposta dall’imperativo della coscienza”.
Durante una mia visita a Lugano, affacciati al balcone del suo studio, mi mostrò un albero. Disse: «Ho scoperto che quest’albero ha la mia età: fu piantato lo stesso anno della mia nascita. Ma vedi come è forte. Lui sopravviverà a me».
Ritorna alla mente quanto il Professore scriveva dalla sua terrazza sul mare di Vietri: «Ora quando vedete una nuvoletta che attraversa lentamente il cielo, s’attarda a guardare il mondo … pensate che forse mi son trasformato in quella, son fuggito dalla porta o dalla finestra di casa o da una fessura come un fumo di sigaretta e sto recuperando una innocenza lontana come se mi fossi tuffato in quel mare sotto la mia terrazza…».

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