Gli alunni del sole nel mito di Capri

– di Patrizia Carrano

Quei giornalisti di rango che si incontravano da Luigi ai Faraglioni.
Eugenio Scalfari voleva essere Giove.
L’ironia di Oreste del Buono che giungeva dalla costiera amalfitana accompagnato da Lietta Tornabuoni.
Giorgio Fattori e la grande avventura de “L’Europeo”.
La modella di colore di Giovannino Russo.
La barchetta dello sceneggiatore Ugo Pirro, premio Oscar, afflitto da un’attrice
tedesca. I computer di Luciano De Crescenzo, inseparabile da Renzo Arbore. L’allegria di Luciana Viviani.
L’apparizione di Sartre e Simone De Beauvoir in via Tragara.

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200706-14-3mCi si lamentava già da allora. A voce alta, per sovrastare le accese discussioni dei giocatori di bocce che si contendevano il punto sotto le pagliarelle sistemate di fianco all’orto del ristorante Paolino, si diceva che Capri non era più quella di una volta, che l’assedio dei turisti giornalieri era soffocante, che l’acqua non era più blu.
Avevo poco più di vent’anni, in quella Capri degli anni Settanta che da Luigi ai Faraglioni ospitava un folto gruppo di giornalisti di rango, di cui m’impegnavo a non perdere neppure una parola: Eugenio Scalfari, già direttore e fondatore della Repubblica, già con la sua barba argentea, che spiegava come all’uomo sia concessa in gioventù la possibilità di aspirare alla bellezza apollinea.
E che lui, avendo ormai passato i quaranta, guardava al potente e tonante Giove come possibile modello. Scalfari amava ascoltarsi, anche quando veniva sogguardato con ironico divertimento da Oreste del Buono, approdato ai Faraglioni dalla costa amalfitana, in compagnia di Lietta Tornabuoni.
Avevo intervistato O.d.B. per una inchiesta televisiva sulla letteratura rosa, che allora veniva accusata dal movimento femminista delle colpe più orrende. E lui s’era fatto trovare nel suo bell’ufficio della Bompiani, mentre leggeva “la più rosa delle pubblicazioni”, ovvero la Gazzetta dello Sport, che quel giorno dedicava a Falcao un titolo a sei colonne: “amare lo straniero”. Identico al titolo di un celebre romanzo “rosa” di Luciana Peverelli.
Oreste, con la sua meravigliosa, lucida intelligenza, scompose subito il problema, sostenendo che tutti, uomini e donne, hanno bisogno della loro dose di “regressione passionale”. Chi la trova nello sport, chi nelle storie d’amore.
Per una giovane giornalista come me, ascoltare “colleghi” come la Tornabuoni, oppure Giorgio Fattori, o Giovannino Russo – venivano tutti ai Faraglioni, magari solo per una visita – era un vero privilegio.
In quell’estate Giovannino Russo si accompagnava con una meravigliosa modella di colore, che svettava su di lui – piccolino – di una trentina di centimetri. Lui avrebbe desiderato indolenti giornate da pensoso intellettuale meridionale, lei scalpitava sui suoi tacchi da Anacapri a Tragara.
Aveva insistito perché Giovannino si comperasse una sahariana, in verità assai bella, ma che non gli donava, perché “l’accorciava” ancora di più. Ancora ricordo l’espressione perplessa con cui il grande meridionalista, durante una cena in giardino da Luciana Viviani, mi chiedeva “ma secondo te ‘sta giacchetta mi sta bene davvero?”.
Giorgio Fattori, invece, temeva il sole: l’uomo che aveva portato l’Europeo ai suoi grandi momenti di gloria (ma a Scalfari confessò che quando L’Espresso aveva cambiato formato rinunciando ai suoi paginoni s’era detto “qui sono guai”) era a suo agio dalle sei di pomeriggio in poi, quando ci si vestiva, si passava a prendere l’aperitivo in piazzetta e poi si andava a cena. Di giorno era un continuo difendersi dal sole, coprendosi la testa con degli asciugamani che lo facevano sembrare un beduino. Ugo Pirro, lo sceneggiatore del film premio Oscar Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, arrivava via mare da Anacapri.
Nativo di Battipaglia, la faccia da contadino meridionale, larga, con il collo tozzo, Ugo non temeva il sole: mollava la cima della sua barchetta a un bagnino, scrutava chi era sceso ai Faraglioni sobbarcandosi duecento e passa scalini, si fermava una mezz’ora senza abbandonare il pacco di giornali che portava sempre sotto il braccio e poi risalpava verso casa, per l’immancabile appuntamento con il pranzo e la pennica.
A quel tempo Pirro era legato a una giovane attrice tedesca, di nome Birgitte, che lo chiamava spesso con un tono infelice, vagamente stridulo, il tono di chi non capisce troppo la lingua e non sa mai bene cosa fare del suo tempo: “Ugoooo”. “Ugoooo”.
Sceneggiava con Nanni Loy un film che poi non si fece, ospitava nella sua grande casa il regista Franco Giraldi per immaginare un altro film che al dunque sarebbe saltato… ma nessuno aveva toni ansiosi o preoccupati.
Il cinema italiano di allora era in crisi, ma era una crisi in cui si producevano duecentoventi film all’anno, contro il niente di oggi.
La mattina presto, quando percorrevo via di Tragara, Capri profumava di ibischi e di bouganville, meravigliosa pianta scoperta dal marinaio e scrittore illuminista Louis Henry de Bouganville, che in una botta narcisistica le diede il proprio nome. A quell’ora, le otto e mezzo, mentre le commesse pulivano le boutiques, era possibile illudersi che l’isola fosse riuscita a conservare certe atmosfere di prima della guerra. Ma Pirro, che era un osservatore puntuto, aveva calcolato quante saccocce di cemento erano state scaricate sul molo nell’ultima estate: “dietro ogni pagliarella non c’è una creatura accaldata che vuole ripararsi dal sole, ma un piccolo cantiere” mugugnava.
Al duro civismo di Pirro, opponeva la sua lunare bonomia l’ingegner Luciano De Crescenzo. Non ancora celebrato e vendutissimo autore, impiegato all’IBM, De Crescenzo aveva per lo meno due atout: era sempre in compagnia di Renzo Arbore ed era molto spiritoso.
Raccontava i suoi rapporti con il mondo del computer con la stessa amara e divertita rassegnazione con cui Pulcinella parla della fame: come un male necessario, che di sicuro ci avrebbe cambiato la vita. Il primo computer italiano, grande come una stanza, l’aveva avuto per le mani proprio lui. E l’aveva affrontato con una vocazione animista, da cui erano scaturiti piccoli aneddoti, raccontati con grande grazia. A De Crescenzo piacevano le ragazze, che affollava sul suo motoscafo con uno spirito da “leone al sole”. Allora ci si ungeva di Eutra, crema svizzera che – si diceva – venisse usata per le mammelle delle mucche. Era la gran moda del periodo, e la pelle friggeva sotto il sole estivo, producendo una sorta di “gioventù tostata”.
Qualche volta, nei pomeriggi domenicali, quando l’assalto dei turisti “giornalieri” si faceva più violento, si restava nelle case: quella dei produttori Silvio e Anna Maria Clementelli era una faraonica villa costruita negli anni ’30, realizzata per il regista Anton Giulio Bragaglia, con degli spazi assolutamente impensabili per la Capri del dopoguerra. Bragaglia si era ritirato in un piccolo appartamentino in un’ala della villa: seduto su una sedia a rotelle, lucidissimo, un po’ bizzoso, autoritario, raccontava del “suo” cinema e del “suo” teatro con molta precisione ma senza nostalgia.
C’erano poi i sostenitori di Anacapri, che conservava ancora un carattere campagnolo: la piazzetta da cui partivano i pullmini per Capri o per la grotta azzurra sfoggiava, al mattino presto, un’aria quieta, provinciale. E la passeggiata notturna fino a Tragara, dove ci si fermava a mangiare il coniglio, aveva un che di magico, di semplice e di perfetto. Anche per via dei tre chilometri a piedi che si facevano sia all’andata che al ritorno.
A Capri si finiva per scarpinare molto: Giovannino Russo se ne lamentava, Luciana Viviani, la figlia di Raffaele, era felice di tutto quel movimento: era sempre lei la prima a proporre di andare a nuoto alla punta di villa Malaparte “con le pinne, che ci vuole!”. Io preferivo salire lentamente i duecento scalini dei Faraglioni (altri si facevano portare in barca a un approdo meno scosceso) e ripercorrere tutta via Tragara.
Fu lì che un tardo pomeriggio, vidi un anziano signore con degli occhiali spessi camminare lentamente con l’aiuto di un bastone, sottobraccio a una bella donna con il turbante che ne disegnava il profilo. Erano Sartre e la De Beauvoir. Li guardai a lungo, e pensai che in quell’estate ero vissuta al centro del mondo.

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