Gli anni indimenticabili alla ‘Canzone del mare’

– di Salvatore Cosentino

La vedemmo sorgere, nel dopoguerra, dal terrazzo di via Krupp dove andavamo a spiare i lavori, affascinati dalla grande novità di una piscina, come ne avevamo visto solo nei film. Il bar modernissimo, gestito da un marchese, aveva un tritaghiaccio elettrico, probabilmente unico in Italia. Il Trio Carosone e il violino dell’artista misterioso e innamorato. La tarantella di Scialapopolo. L’arrivo di Faruk. Una principessa dalle gambe infinite custodiva un leone in una delle cabine in muratura. Il tassista della Lancia ministeriale. Le notti al “Gatto Bianco” dei fratelli Esposito col cantante “Scarola”.

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200603-15-3mA Capri, nel dopoguerra, si cominciò a sentir parlare di una piscina che stavano costruendo a Marina Piccola. Curiosità generale. Dal terrazzo di Villa Krupp si vedevano gli scavi. Tutti eravamo curiosi di vedere com’era fatta una piscina. Fino a quel momento, le piscine le avevamo viste solo nei film americani.
Diventò un’abitudine andare a seguire i lavori. Al pomeriggio si faceva la passeggiata. Scendevamo per via Mulo, controllavamo l’andamento dei lavori e tornavamo in Piazzetta salendo per via Krupp.
Ero impaziente di vederla finita. Mi chiedevo se, almeno una volta, avrei potuto nuotarci dentro. Quel locale era destinato solo ai nababbi. Ma, se non potei frequentarlo come cliente, ebbi la fortuna di starci due anni lavorando al bar della piscina.
Questa fu la Canzone del Mare, a Capri.
Il bar della piscina era gestito da un marchese che viveva da sempre nell’isola. L’allestimento fu fatto alla grande. In cucina una brigata di cuochi sceltissima, in sala e al bar tutti elementi provenienti dai migliori alberghi. Per il servizio in piscina fu ingaggiata una intera famiglia proveniente da Forte dei Marmi.
I servizi, per quei tempi, erano rivoluzionari. Le cabine, tutte in muratura, erano dei veri e propri appartamentini. La sala da pranzo poteva contenere oltre duecento persone. La cucina era stata concepita in modo moderno. In un solo locale si svolgeva tutto il servizio. Bar interno, dispensa, cucina e tutti gli altri spazi annessi erano stati disegnati in modo che gli addetti che vi lavoravano potessero comunicare tra loro con grande vantaggio per il servizio. Il bar era attrezzato con apparecchiature modernissime per quei tempi. Tra l’altro, uno spremiagrumi e un tritaghiaccio elettrici, probabilmente unici in Italia.
La sera si ballava con una orchestra che si chiamava Trio Carosone. Strano, ma erano quattro. A Renato Carosone, Gegè Di Giacomo e Van Wood si era aggiunto un violinista di cui non si conosceva neanche la nazionalità. La cosa certa è che si trattava di un virtuoso. Il giovedì si esibiva la banda di “Scialapopolo” con tarantella e scherzi vari.
Il misterioso violinista era alto, bruno di carnagione, sui trentacinque anni. Si diceva che fosse uno zingaro di origini ungheresi. Non si vedeva mai in giro e sembrava che dovesse scomparire da un momento all’altro, così come era improvvisamente comparso. In certe serate, era insuperabile.
Aveva conosciuto una biondina francese. Pare fosse una ballerina. Da lei si staccava solo per lavorare. Si erano appropriati di uno scoglio, che era proprio davanti alla piscina, dove passavano l’intera giornata. Lui diventava sempre più scuro e lei, per amore, si arrostiva a fuoco lento e divenne rossa come un gambero.
Qualche volta si agitavano sullo scoglio come se litigassero. Li tenevo d’occhio sperando che le discussioni degenerassero e che lei, arrabbiatissima, lo abbandonasse tutto solo sullo scoglio. Quando accadeva, passavo la voce a tutto il personale: “Ragazzi, stasera grande spettacolo”.
Infatti, durante la serata, a un certo punto, il violinista si piazzava al centro della sala, si abbassavano le luci e cominciava la malìa. Dallo strumento sortivano tutti gli stati d’animo del misterioso artista.
La musica tzigana sembrava fatta apposta e lui passava dalle melodie tristi alla rabbia forsennata delle cszarde. Martirizzava il violino. Poi, improvvisamente, lo carezzava producendo delle melodie bellissime. Talvolta allentava l’archetto, lo infilava capovolto nel manico del violino in modo da potere suonare con tutte le corde contemporaneamente.
In quei momenti suonava solo per se stesso, fregandosene di tutti. L’intero locale lo ascoltava soggiogato. Clienti e personale si aspettavano da un momento all’altro di vedere uscire la francesina dal violino.
Dopo un paio di giorni, i due facevano la pace e li vedevi di nuovo sullo scoglio. Noi, sadicamente, attendevamo la ripresa delle ostilità fra i due innamorati.
Una sera il misterioso violinista non si presentò. Sparirono lui, il violino e la francesina.
Tra i tanti frequentatori de “La Canzone del Mare”, una principessa era sempre al centro dell’attenzione. I motivi? Tanti.
Anche se non bellissima, era statuaria. Quando si presentava in costume da bagno al bar, il desiderio degli uomini si eccitava visibilmente. Aveva due gambe così lunghe che di lei si diceva: “Ha il culo al terzo piano”.
Fu la prima donna a praticare lo sci d’acqua. Trainata dal motoscafo, passava le mattinate sullo specchio d’acqua tra lo scoglio delle Sirene e i Faraglioni. Uno spettacolo nello spettacolo.
Una mattina arrivò al bar e mi chiese del latte per il leone. Le misi sul banco un bicchiere colmo, ma lei disse che voleva una ciotola. Come potevo pensare che un leone potesse bere in un bicchiere, disse. Pensai a uno dei suoi soliti scherzi. Misi il latte in una insalatiera e glielo porsi.
“Così va bene” disse. “Lo porti nella cabina numero sei”.
Pensai: a chi sarà diretto questo scherzo?
Bussai alla porta della cabina senza ricevere risposta. Aspettai un po’, tornai a bussare e, alla fine, aprii la porta. Terrore! Nella cabina c’era un leone vero, non grande, ma pur sempre un leone. Posai la insalatiera a terra, chiusi la porta e scappai.
Era stata una delle solite alzate d’ingegno della principessa. Poiché in piscina non erano ammessi i cani, il cartello di divieto all’ingresso era ben visibile e ben specificato, lei si era presentata con un leoncino facendo notare al guardiano della piscina che il divieto non riguardava i leoni. Del fatto si parlò per giorni e giorni in Piazzetta.
Poi arrivò re Faruk dall’Egitto con la nuova moglie e con non so quante decine di persone al seguito che consumavano ogni giorno centinaia di litri di tè e succo d’arancia mettendo in crisi il bar della piscina.
Quando era quasi l’alba, prima di chiudere col nostro lavoro, Arturo, il dispensiere, preparava dei panini per tutto il personale e facevamo questo piccolo spuntino. Quei momenti li ricordo sempre. Tutti seduti attorno al banco di Arturo, il quale era talmente rotondo da stimolarmi sempre lo stesso pensiero: è più alto in piedi o coricato?
C’era sempre anche il “Ricciulillo”. Era il conducente di un taxi blu, una Lancia ministeriale, i cui soli parafanghi basterebbero oggi alla produzione di una Cinquecento.
C’era poi Telò. Era un cameriere di origine cremonese che per sfuggire alla cattura dei tedeschi aveva disertato e, fuggendo, era giunto a Capri. Aveva l’argento vivo addosso, appassionato di balli sudamericani che allora andavano di moda. Parlava, mangiava, serviva i clienti in un continuo moto perpetuo di rumbe, sambe, mambi, senza stancarsi mai. Ed era un gran raccontatore di barzellette esilaranti che spesso costituivano un vero attentato alla vita di Arturo, la cui pressione, nella convulsione del riso, saliva a livelli altissimi.
Alla fine salivamo verso la strada e, tutti stipati sulla “ministeriale”, chi seduto, chi in piedi, chi sui predellini, col “Ricciulillo” che quasi spariva al volante, raggiungevamo la Piazzetta quando ormai era giorno. Giorno che quasi sempre si concludeva alla Pizzeria Aurora dei fratelli D’Alessio con Telò che continuava a ballare.

Tra i locali capresi sorti nel dopoguerra merita di essere ricordato il “Gatto Bianco”. Fu messo su dai dinamici fratelli Esposito in un vicoletto che portava da via delle Botteghe al Quisisana. Tutti i personaggi capresi del tempo passarono per questo locale. Era piccolo, con una sessantina di posti occupati ogni sera. Mangiare al “Gatto Bianco” era obbligatorio per non doversi vergognare di non esserne un habitué.
Tutte le sere, si vedeva il vicoletto pieno di gente in attesa che all’interno si liberasse un tavolo. I fratelli gestori erano corteggiati dai vip che si onoravano di dare loro del tu. Il servizio era di prim’ordine, il personale all’altezza.
Lo chef di cucina era un uomo imponente che si chiamava Totonno. Le serate erano allietate dal cantante “Scarola” che si esibiva nel suo repertorio spesso sedendosi ai tavoli dei clienti che così diventavano il centro dell’attenzione dando agli occupanti la soddisfazione di farsi notare e magari venire citati nelle cronache mondane dei giornali.
Ogni tanto, quando il servizio lo permetteva, bianco ed enorme, col cappello di servizio sul capo, arrivava dalla cucina Totonno che, con finta prepotenza, obbligava Scarola a interrompersi e ad accompagnarlo con la chitarra. Totonno saliva su una sedia, che lo faceva apparire ancora più imponente, e iniziava a cantare con la sua voce baritonale il repertorio classico napoletano. Molti piatti si raffreddavano perché gli spettatori, rapiti, dimenticavano di mangiare.
Capri deve molti ai fratelli Esposito che contribuirono moltissimo alla sua fama nel mondo.
Grazie Peppino, grazie Tonino.

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