Gli occhi saraceni delle donne di Atrani

– di Tina Cacciaglia

L’arrivo dei musulmani d’Africa al tempo del re Manfredi e il loro allontanamento voluto dagli atranesi e ottenuto da Carlo d’Angiò.
Com’erano gli occhi di Antonia Gargani, la madre di Masaniello nata nel paese della costa amalfitana? La sua vita drammatica sino alla fuga a Gaeta dove fu assassinata.

La roccia che precipita dall’alto, scoscesa, si perde inabissandosi nel colore intenso del mare.
Un’unica via la segna, e si aggroviglia, e si dipana, seguendone il disegno. Doppiato Capo d’Orso, la costa degli Dei ci è innanzi. Ancora lievemente distante il porto d’Amalfi, il nostro scalo. Lì ormeggeremo, poi raggiungeremo la nostra destinazione: Atrani, la compagna e profonda rivale di Amalfi.
Di questo piccolo paese, che si allunga nella valle del Dragone, attraverseremo le vie, visiteremo le chiese e riposeremo all’ombra dei bar nella sua piazza.
Nel compiere questi gesti, usuali al turista, avremo, recondito, un altro scopo. Noi cerchiamo una donna, o speriamo di incontrare i suoi occhi. Che emergano dal passato per noi.
Antonia Gargani, nata ad Atrani intorno al 1600, madre di Tommaso Aniello, detto “Masaniello”.
Del figlio nulla vi è di ignorato, della madre conosciamo poco più di una riga d’anagrafe: Antonia Gargani nata ad Atrani e morta a Gaeta, assassinata.
Che occhi possedeva questa donna quando quasi bambina restò incinta, lei non maritata, di Ciccio pescatore d’Amalfi? E che occhi aveva il giorno che le dissero che il suo figliolo, traditore e tradito, era stato trafitto più e più volte dai colpi dell’archibugio, e che la sua testa, affissa a un palo era stata consegnata al re, e il suo corpo, monco,trascinato per le vie di Napoli e gettato tra i rifiuti?
Noi vogliamo guardare negli occhi le donne di Atrani e cercare, sebbene lontano e coperto dal velo del tempo, la gioia dell’innamorata e il volto dell’Addolorata.

Il bianco abbagliante nel sole dell’alta facciata barocca ci invita a sollevare lo sguardo verso la torre campanara e la cupola di lucida maiolica. Siamo davanti alla Chiesa di Santa Maria Maddalena, si è alzato un vento di libeccio, per ora ancora leggero, ma che smuove i nostri capelli e i parei. Il mare, che incomincia a piegarsi in piccole onde spumose, visto da qui sembra un orizzonte di zaffiro.
Una bambina scende veloce le scale. E’ la prima Antonia che incontriamo. Pantaloncini corti, canotta, capelli mal trattenuti dal fermaglio dei Looney Toons, sandali infradito e un telo di mare.
Corre per recarsi alla spiaggia, forse i suoi amici l’attendono. E’ compresa nel suo atto, sicura scende un gradino, poi veloce il successivo. Gli occhi hanno intatta l’infanzia dentro di loro.
Ma la nostra Antonia possedette mai questo sguardo? Forse. O forse l’ebbe in una età ancora più precoce di questa piccola figlia di Atrani che, oggi, scende al mare a giocare.
Gironzoliamo tra le stradine, che scure si aprono improvvise a squarci di sole. Le ringhiere di balconi hanno i ferri di diversa fattura, le persiane verdi, alcune macchiate dal rosso dei gerani.
Fermiamo una donna per chiedere dove sia la Chiesa di San Salvatore de’ Bireto. Quella dove con il bireto si dava l’investitura ai dogi, specifichiamo. Solleva occhi saraceni verso di noi e ci indica con la mano la direzione. La ringraziamo e lei passa oltre. Quattro bambini la seguono. Quattro quanti ne ebbe Antonia, uno che le morì infante, poi Tommaso, Francesco e infine Grazia.

Forse, anche la nostra Atonia avrà avuto, come la donna con la quale solo per un attimo abbiamo incrociato lo sguardo, occhi saraceni. Neri, profondi, di velluto e seta.
Era stato il re svevo Manfredi a volere che i saraceni s’insediassero ad Atrani. Pochi anno dopo, re Carlo d’Angiò, andando incontro al desiderio degli atranesi, li aveva fatti allontanare, ma alcuni occhi saraceni rimasero, infissi nei ventri delle donne d’Atrani.
Scendiamo alla piazza che s’allarga verso il mare. Case rosa pastello ci girano intorno da un lato, vasi dalla forma di giara la colorano di fiori, le tende e gli ombrelloni dei bar svolazzano sotto il libeccio, che ora s’è rafforzato. Alcune nuvole, spesse, grigie, si spostano velocemente verso le montagne, passando su di noi e buttandoci a tratti in coni d’ombra. Tra una nuvola e l’altra, il sole riaccende i colori. Una fontana è alla nostra destra, intorno ai suoi zampilli siedono sui muretti gli anziani, i loro anni sono tanti, quante le loro rughe. Una vecchia ci nota, ci fissa, non sorride. Ha il viso scolpito nell’ambra dura del tempo, lo sguardo di chi non si sorprende perché nella vita ha conosciuto il tutto e il suo niente.
Antonia seppe che Tommaso le era stato ammazzato e, nonostante il pentimento postumo delle città e i funerali solenni, ci fu chi, amico, le consigliò di scappare lontano. Di mettere tra lei e Napoli tanta strada quanta ne riusciva a fare.

Fuggì. Con lei la figlia, Grazia, e la nuora, Bernardina, incinta di Tommaso. Le trovarono a Gaeta.
Antonia sentì il coltello conficcarsi più volte nella sua carne e vide accasciarsi accanto a lei, senza vita, Grazia. Allora, attese quell’ultima coltellata, terribile e pietosa, che giunse e la liberò del più grande dei suoi dolori, sopravvivere ai suoi figlioli.
Tra qualche ora, con le vele gonfie di vento, di questo libeccio che non vuole calare, salperemo e andremo in altri porti e verso altre storie. Intanto nei nostri sensi porteremo il colore e il profumo del paese di Atrani e la passione mai sconfitta di uno sguardo saraceno.

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