Gorkij e la Grotta Azzurra

Quel viaggio in autunno sul vaporetto “Gloria”

di Janka Bryl
Immagini di Capri e di capresi in uno scritto di un grande narratore bielorusso. La gita alla Grotta Azzurra e il ricordo di Gorkij. Un lacerante ricordo di guerra del 1944 e il coraggio di venti italiani che si rifiutarono di sterminare donne e bambini in un villaggio della Bielorussia con cinque laghi e un bosco di pini

La notte buia d’autunno ha coperto il golfo napoletano e il vaporetto “Gloria” naviga da Capri verso Nord. In coperta superiore, dopo una caldissima giornata, fa freddo ed è lontano da me anche solo il pensiero poco originale di starvi. Finalmente respiro l’aria del Mezzogiorno italiano e non mi viene voglia di ascoltare il mormorio delle onde del mare che trovo uguali in qualsiasi parte del mondo, non ho voglia di ammirare le stelle che posso vedere da casa mia e non ho voglia di ammirare come in contemplazione quel punteggio di luci lontane e oblique della funivia che attraverso i pendii porta alla lontana piramide del Vesuvio.
Sono seduto in coperta inferiore. Stanco dopo tre giorni di corsa turistica, mi trovo appoggiato alla finestra assopito in un dormiveglia dolce e leggero dalla cui profondità emergo disturbato da un fastidioso va e vieni di uomini che attorno a me provocano un chiassoso struscio di piedi, da sotto invece sento un inesorabile rumore di motori. Ma i sogni dei miei pensieri sono pieni di sole colorati di verde e d’azzurro.
201509-12mVedo, come negli ultimi tre giorni, il riflesso del sole nel mare immenso, ora vicino e ora lontano come se fossi allo sportello di un vagone o di un pullman. I limoni gialleggiano tra le foglie fitte, i pini sempreverdi s’innalzano lussuosamente come grandissimi ombrelli, mentre i tronchi storti degli ulivi s’agganciano ai lati delle montagne e tra i pianori delle valli i bianchi buoi trascinano gli aratri circondati dai grandi alveari non tanto più piccoli delle capanne di erba delle Pampas.
Sullo sfondo dell’accecante azzurro marino, dalle cime vulcaniche grandiosamente minacciose e dalle rovine dell’eterno marmo antico verdeggiano dolcemente le testoline di cavolo…
E si sente il riso al di sopra dell’acqua…
È bella la tua patria, mio giovane amico dagli occhi azzurri! Se sapessi, te l’avrei detto ancora l’altro ieri, ma dopo aver visto la Napoli piena di foschia e aver camminato in fretta sulle larghe strade con palme e saracinesche verdi dei palazzi di lusso e ancora tra le vie strette con stesi i panni bagnati e asciutti come se fossero “bandiere dei poveri”… A Roma ti avrei detto qualche cosa sia sotto la cupola del Pantheon dove arde il fuoco eterno vicino alla tomba di Raffaello, sia ai Musei Vaticani, davanti alle vetrine con i manoscritti di Galileo e Petrarca, tra le rovine di quel famoso circo le cui pietre contengono ancora l’odore del sangue degli schiavi. Non parliamo poi della Chiesa di San Pietro in Vincoli dove ti viene paura al pensiero di Mosè, nato non più da una storia biblica ma dal genio della tua terra, che adesso farà esplodere non solo la chiesetta scura ma tutto il vecchio quartiere intorno a questa prigione dell’arte…
La tua Italia è stupenda. Mi dispiace però che durante i nostri tre giorni e due notti non ho sentito alcuna canzone. Qui è svanita definitivamente la mia ingenua immaginazione dei cantanti e dei suonatori di mandolino sempre allegri. Dopo aver visto le fabbriche fumanti, i palazzi bianchi e le navi potenti ho capito in modo veramente innovativo che tutto questo è stato fatto da voi, uomini allegri dai quali si può imparare tanto. Ma la canzone non l’ho udita…
Oggi, forse senza alcun motivo ho sentito il tuo riso giovanile, – nessuno può dirlo con sicurezza –. Tu, il barcarolo di Capri, a queste cose non pensi e risuoni senza motivo come fa l’allodola sui i campi del mio paese.
Senti, amico!
Quando il nostro vaporetto è approdato al rumoroso molo del tuo pittoresco paesino Marina Grande, non a caso hai trovato noi, quattro amici, nel mezzo del formicaio turistico. Dallo smagliante tuo sorriso hai gridato e hai cominciato a gesticolare con le mani: “Qui, signori, qui!”. Ci siamo salutati e quasi correndo ci hai portati alla tua barca a motore.
Da dietro all’alto muro di Capri, di colore grigioverde, tramontava il sole. La verticale riva rocciosa illuminata dal sole sembrava una parete alta più di duecento metri. Il tuo gozzo alzandosi orgogliosamente sopra l’acqua ha cominciato a portarci veloce come un uccello bianco, navigando lungo questo muro ombroso alla scoperta di un altro mistero o un altro miracolo … Ridevi bello dagli occhi azzurri e ci facevi vedere le altre barche rimaste lontano dietro di noi. Mi veniva voglia di ridere con te. Ma di un’altra cosa … Uomo prepotente!.. Noi che non siamo capaci di capire l’un l’altro, non possiamo esprimere ciò che in qualche modo ci riempie realmente l’anima! Esistono due lingue, ognuna di una bellezza profonda e omnicomprensiva, ma noi nella nostra moderna barca ridiamo come uomini primitivi, sventolando le mani, ammiccando e increspando i volti.
Mi sembra di conoscerti da sempre, mi è già sembrato di sentire la tua voce e la tua risata dalle pagine dei libri e dallo schermo cinematografico … Ti conoscevo già da allora, fin dai tempi della sincera amicizia con i piccoli protagonisti di De Amicis, quando sulle ali dei sogni fanciulleschi camminavo su questa terra tra le linee di Spartaco e di Garibaldi.
“Grotta azzurra!” gridi protraendo la mano verso il più alto muro della riva nel golfo dove appaiono tantissime barche. Quando si spegne il motore del tuo instancabile volare e il gozzo bianco s’abbassa nell’acqua cominciamo a sentire il rumoroso assordante rumore da mercato. I barcaroli ci attaccano come chiodi alla calamita, giungono da tutte le parti con le prue delle barchette bianche rivolte verso di noi e qui aspettano l’ambasciatore della nostra “Gloria”.
Io ed il mio amico siamo saliti in barca guidati da un vivace e prensile signore anziano col berretto e visiera, che assomiglia ad un parente dello zio Todar, pastore maggiore del nostro kolchos.
Le barche dei turisti arrivano una dopo l’altra, il rombo aumenta. Facendosi largo con le mani allungate, il nostro signore fende il mercato barcarolo per arrivare al buco nero della riva rocciosa che si vede sopra l’acqua come un’enorme bocca di un fumaiolo. Lasciati i remi egli afferra la fune grossa strisciante e arrugginita tirata sopra le nostre teste verso il buco e noi udendo il grido del vecchio ci chiniamo per istinto. In questo posto l’acqua cede alla febbre comune, lenta da tutte la parti entra nella galleria bassa con il rumore e con la schiuma, irrompe dal mondo terrestre al mondo sotterraneo, la nostra barca è quasi immobile sull’acqua calma. Raddrizziamo le schiene … e alziamo le mani, le intrecciamo in ammirazione sopra la testa …
Che bellezza! Vicino alla volta della roccia, dove c’è la congiunzione del buio con la luce, dove sale e passa l’acqua, nasce l’irripetibile colore azzurro della gioia! Come capisco il tuo sorriso, amico dagli occhi azzurri! Ma anche in questa grotta romantica non siamo riusciti a nasconderci dalle leggi del turismo, siamo anche qui limitati dalle regole e dai turni. Il nostro vecchio fa un giro lungo le mura e si dirige verso l’uscita dalla quale prima eravamo entrati, ma abbagliati dalla luce l’abbiamo vista totalmente diversa.
“Anche Gorkij sicuramente c’è stato”, grida qualcuno della nostra barca, ed è proprio in quel momento che il nostro signore improvvisamente sorride, lascia un remo e alzando la mano urla: “Massimo Gorkij è grande!”
Dopo averlo detto, lascia anche l’altro remo e con tutte e due le mani tira ancora il cavo sopra le nostre teste, lo aiutiamo perché l’acqua del mare non vuole lasciarci uscire. Al sole in quel frettoloso momento dell’addio diamo al signore “pastore maggiore” tutte le magre monetine che brillano come scaglie di pesce con la scritta “Repubblica Italiana”, gli offriamo le nostre sigarette di produzione sovietica in omaggio all’onore che ci aveva dato pronunciando quelle tre parole inconsapevole della sua sorprendente generosità. Si scorge un signore sveglio che sta gridando qualcosa – forse a noi oppure al nostro allegro amico alla cui barca a motore siamo appena giunti. Dal suo grido con largo sorriso nascono le tre parole di prima: “Oh!!!!” lo segue il nostro signore dagli occhi azzurri. “Massimo Gorkij è grande!” Corriamo di nuovo e di nuovo siamo i primi sopra l’acqua speculare, seminando nella nostra scia tantissimi diamanti. Ma quando finisce l’altissimo dirupo dietro al quale è già tramontato il sole, quando dalla curva si vede il bianco-rosso-verde anfiteatro della città portuale il nostro motorista lancia dalla manica bianca gonfiata dal vento il braccio abbronzato e gridando indica qualcosa: “Massimo Gorkij! Ercolano!”
Ride di nuovo, dallo splendore di gioia dei suoi occhi azzurro scuro, probabilmente preso dalla stessa Grotta …
Ebbene, ce l’hai ricordato!… Nella nostra impotenza di reciproca comprensione, noi, tuoi ospiti, stavamo quasi dimenticando che anche tu non puoi non conoscere un’altra bella favola della tua Capri italiana, unica al mondo … Né leggenda, né fiaba, ma solo affascinante e favolosa verità che all’albergo “Ercolano” dalle mura rosse, in cima alla roccia, ha vissuto un tempo il creatore delle fiabe immortali della vita. Davvero non solo noi uomini sovietici, oggi abbiamo pensato qui a questo nome. Ridi, amico, della mia ingenuità, dimmi con la tua risata non solo noi!…
Continuavo a pensare a persone che ci sono state prima e che oggi ci raccontano dell’Italia.
I bambini sporchi della povertà napoletana, rumorosi come stornelli sul campo, vicino ai loro i mucchi di arance delle bancarelle che non irradiano per tutti il sole, mi ricordavano il sorriso giovane e amichevole di Gianni Rodari. Egli favorito anche dei nostri bambini, che attraverso tutta la ricchezza un po’ squillante e sontuosa del paese acutamente come Gorkij lo vede, oggi non più così allegro ma insieme alla nostra fede nella vittoria della luce, guarda al domani.
Ci ricordano di questa fede il saluto proletario con i pugni alzati, il linguaggio degli occhi e dei sorrisi in tutti i luoghi dove siamo stati.
Però molto spesso mi veniva in mente il pensiero: come mai in una ricchezza così vasta di colori e di suoni e perché in una terra così splendida poteva nascere un marciume così selvaggio e schifoso come il fascismo?!
Ascoltami!
Guardandoti, non potevo non pensare che gli uomini come te, allegri e gran lavoratori, non sono stati solo in Abissinia, ma anche sui campi della mia Patria, forse tuo padre, tuo fratello maggiore e forse anche quel nostro signore vivace, nonostante assomigli al nostro pastore e ricordi Gorkij. Quelli che sono ritornati hanno raccontato anche a te degli inverni rigidi nel paese lontano del grande Massimo e dell’ira di fuoco dei suoi connazionali …
Ma oggi io non voglio esprimerti il rancore e la rabbia, voglio raccontarti qualcosa di coloro che non torneranno mai più sotto il dolce cielo d’Italia. Erano in venti.
Al terzo anno della guerra, dopo Stalingrado i tuoi compaesani sono capitati al nord della Bielorussia, dove dietro al campo verde di patate e di lino c’è un lago azzurro e dietro al lago c’è un bosco di pini che respira di ragia fresca, il bianco grano saraceno respira di miele tiepido, le cui api ne raccolgono con diligente fervore portandolo da tutte le parti. Nel quadrifoglio sempre suonante dalle api spaventate come bambini si nascondono i leprotti caldi e grigi, nel grano rado fiorisce la rosa selvaggia, il ginepro spolvera il suo profumo, i massi giacciono in terra come una grande mandria coperti dalle tigne di muschio biancastro e ancora i gabbiani bianchi volano sopra i tetti delle case, le cicogne planano come se fossero fedeli amici di questi tetti sulle specchianti superfici dei laghi …
Per la prima volta sono così lontano da casa mia e tu amico mio mi perdonerai se all’improvviso mi metto a piangere di gioia per la mia dolce, laboriosa e coraggiosa Bielorussia.
Adesso immagina, anche solo per un momento, l’acciaio brunito della baionetta davanti al petto della tua vecchia madre, immagina la testa del tuo unico figliolo massacrata all’angolo del tavolo che hai ereditato da tuo padre …
Solo allora capirai, come un uomo laborioso e benevolo si trasformi in terribile e implacabile nella sua giusta rigidità.
Nella storia questi uomini sono stati nominati “i vendicatori popolari” e la nostra tranquilla Bielorussia, “il paese della classica guerra partigiana”, il nemico sa cosa significa tanto che ancora oggi i vecchi generali di Hitler non sterminati, riempiti di carcame sin dai tempi del Kaiser, raccontano del nostro poco comprensibile “fanatismo”.
Amico, non sono contenti, a loro sarebbe andata meglio un’altra cosa, avrebbero voluto attribuire a qualsiasi accordo internazionale la morte delle nostre madri e dei nostri figli come strategicamente necessaria in modo che la nostra santa vendetta al fascismo risulti giuridicamente infondata.
C’è un villaggio nel nostro paese dai laghi azzurri, dietro ad esso si erge una collina con in cima il cono tagliato dalla corona delle giovani betulle, da lì si vedono cinque laghi contemporaneamente che ricordano il mare cioè il luogo dove avresti sorriso guardando l’immensità all’orizzonte. Da quelle betulle si vedono anche i campi, i grigi villaggi, i nastri delle strade e le corde lucide della ferrovia.
Nella primavera del 1944, in una notte di maggio quando i bambini dolcemente dormivano vicino alla finestra aperta e i canti degli usignoli coprivano il passo dei partigiani, dove le corde della ferrovia salivano l’alta scarpata è rimbombata un’esplosione.
E’ stata una di quelle esplosioni purtroppo pagata anche da persone inermi che noi avidamente e freddamente contavamo già scontata con spavento e sangue dal nemico.
Al mattino il villaggio fu circondato dalle spedizioni punitive in divisa nera e grigio-verde, composte non solo da militari tedeschi. Alla stazione più vicina erano in tanti, ma si vedeva che questa volta l’operazione era più grande. Hitleriani hanno dato i fucili ad una squadra di operai, tuoi connazionali, i quali dopo che l’Italia è uscita dalla guerra sono stati trasformati in prigionieri disarmati. Con ancor più forte disprezzo, nutrito dall’odio e dalla disperazione, essi chiamavano le persone come te “farfluchter musiker” e con i vostri ufficiali, i loro recentissimi partner della costruzione della nuova Europa, si accordavano in modo veloce ed amichevole …
Amico, ascolta come davanti alla formazione dei boia piange sulle braccia della vecchietta dai capelli grigi il bimbo biondo vestito soltanto di una camicetta bianca con i piedini ancora caldi perché appena alzato dal letto.
Senti l’ultimo rombo sopra la folla di gente disarmata condannata ad un destino terribile qual è il distacco dalla vita.
L’ordine: “Spara!”. Ma i venti fucili nelle mani dei tuoi connazionali hanno risposto col silenzio, che fra poco scenderà su una nuova fossa comune.
Agli italiani sono state tolte le armi, non immaginavano cosa li avrebbe aspettati, gli hanno ordinato di mettersi vicino alla fossa già piena di cadaveri ancora caldi e nell’obbedienza neanche loro avrebbero potuto pensare da lì a poco cosa sarebbe successo.
Ora sopra questa tomba le foglie delle betulle, palme bielorusse, ondeggiano al vento e brillano alla luce del sole, al monumento di pietra eterna portata dai campi lacustri fioriscono i nostri fiori semplici ma bellissimi uniformati nella loro cordiale modestia. Dai villaggi che si vedono coi cinque laghi dall’alta collina, si racconta che quei Venti sconosciuti non hanno potuto sparare e non hanno voluto, a prezzo del sangue innocente ritornare nel loro paese unico e meraviglioso. Amico mio, ferma la tua barca a motore, aspetta che l’acqua si calmi: onoriamo con il silenzio la loro memoria.

(Traduzione dal bielorusso all’italiano di Aksana Danilchyk)


CHI ERA JANKA BRYL


Janka Bryl nasce il 4 agosto 1917 ad Odessa in una famiglia di ferrovieri, nel 1922 con i genitori torna
nella Bielorussia occidentale nella Regione di Grodna. Terminata la scuola settennale polacca, lavora e studia da autodidatta. Chiamato sotto le armi nel 1939 nella Marina militare delle Forze armate polacche, dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale viene fatto prigioniero dai tedeschi e portato in Germania da dove, nell’autunno del 1941, scappa e torna a casa. Fa la staffetta dei partigiani, l’esploratore, il redattore del giornale “La bandiera della libertà” e del volantino satirico antifascista “Pungiglione partigiano”.
Dopo la liberazione della Bielorussia, dall’ottobre del 1944 abita a Minsk. Lavora nella direzione del giornale-volantino “Schiacciamo la canaglia fascista”, poi nelle direzioni di varie riviste letterarie bielorusse. Dal
1966 al 1971 fa il segretario dell’Unione degli Scrittori della BSSR.
La sua attività letteraria comincia nel 1938. Janka Bryl è autore di racconti, novelle, romanzi, saggistica
tra cui le novelle “Bassi Bajduny” (1975), “L’alba vista da lontano” (1979), il romanzo “Uccelli e nidi” (1963), i libri delle miniature filosofiche e letterarie “La manciata dei raggi di sole” (1965), “La vetrata” (1972), “Il giorno di oggi e la memoria” (1985), “Scrivo come vivo” (1994), “Dov’è il vostro tesoro?” (1997) e altri ancora tradotti in diverse lingue. In collaborazione con Ales Adamovič e Uladzimir Kalesnik ha lavorato al libro
“Sono del villaggio ardente”, in cui sono raccolte le testimonianze dei sopravvissuti dei villaggi bruciati, con tutti i loro abitanti, dai nazisti.
È stato insignito del Premio di Stato dell’URSS, Premio letterario “Jakub Kolas”, Premio di Stato della BSSR. Ha tradotto in bielorusso alcune opere di scrittori polacchi e russi.
È morto il 24 luglio del 2006.
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