Granatello, il futuro dietro le spalle

– di Francesco Marolda

Il mare di Portici e le occasioni perdute. La riva naturale e protettrice di Carlo III. L’origine incerta del nome, suggerito forse dai melograni che arrivavano sino alla spiaggia.
I racconti di “Pescecane” che diceva: “Queste sono acque di cefali”.
Un rifugio di innamorati e una memoria avvilita.
L’attesa delusa che Portici si riappropri del suo mare, del porto, della sua storia.

200605-9-1m

200605-9-2mChi non l’ha mai visto, chi non c’è mai stato non perda l’occasione. Chi da quelle parti, invece, ci passa la vita o pure la notte solamente, ci vada e ci ritorni. Spesso. Ogni volta che può farlo. E guardi fuori, guardi il mare che entra e esce tra le due isole di fronte perché solo da là, solo dalla spiaggia che c’era una volta e ora non c’è più del Granatello ci si può lasciare dietro il resto del paese.
Città? Vabbe’, città. Tanto Portici non cambia, non migliora da quel suo essere frontiera di peccati. Di cemento. Di moderno brigantaggio. Di razzia dei luoghi e degli spazi. Di razzia della storia e del futuro. Le mani sul paese negli anni in cui si decise il suo domani. Il bene e il male e si scelse il male. E allora non resta che quel porto, approdo ma anche via di fuga del pensiero. Guardi avanti. Guardi il mare che non è più romantico mistero ma salvezza. Del momento? Del momento. Bisogna sapersi accontentare.
Però… però non è più neppure il Granatello d’una volta. Ne vogliono fare una gran bella cosa.
Ne parlano.
Il porto, il bosco della Reggia, il Miglio d’Oro, gli Scavi che appartengono all’umanità e il Vesuvio che pure appartiene a tutti.
Ne parlano.
Studi e progetti. Dibattiti e un unico e ricchissimo disegno.
Si farà? Non si farà? Qualcosa si farà. Intanto, mentre aspetti, chiudi gli occhi, tiri la testa indietro, respiri forte l’aria di sale che pure non è più l’aria salata di una volta e pensi al porto che era tuo. Granatello una volta innamorato. Granatello complice rifugio di amori adolescenti. D’incerte carezze tra le barche a secco.
E Pescecane? Dov’è il vecchio marinaio che raccontava storie da marinaio. O peggio ancora, storie da pescatore. Ore e ore in silenzio accanto a lui. Alla sua canna di bambù tutta d’un pezzo e a quel malconcio secchio quasi sempre vuoto. Così come pure la sua litania era sempre la stessa, sempre uguale. “Questo è mare di cefali”, diceva. Cefali ingordi di pane e di formaggio. “Ma che sia romano”, raccomandava mentre aggiungeva alla pastura “l’acqua delle sarde”, il suo segreto.
Diceva pure di aver perso il conto dei cefali pescati in quel porto voluto dai Borboni, Pescecane. Racconti di chi già allora fissava il mare e guardava avanti per non guardare indietro.
Granatello. Nome strano. Persino un poco buffo per un porto. E se chiedi, nessuno sa ancora con certezza chi l’abbia chiamato in questo modo. Però è bello pensare che così l’abbiano battezzato quelle macchie di melograno che arrivavano una volta sino a mare. Melograno, granatum, granato, e giù e giù e giù fino a Granatello. Rami spinosi e fiori solitari. Foglie delicate e frutti sodi che il sole spacca in due.
Granatello. C’era un castello, qui, una volta. Il forte antico. A sinistra, invece, la lingua di fuoco diventata roccia che regalò le pietre per il porto. Basoli lavorati lì vicino, alla Petriera. Terra amica, riva naturale e protettrice di Carlo di Borbone, Carlo Terzo, quasi vinto da una tempesta in mezzo al mare. Ci mise piede e quel porto, quel paese lì volle come sua dimora. E quindi reggia. Reggia che poi stregò pure Murat.
Sì, qui ha buttato l’àncora la storia. E se ci pensi la rileggi. E se la guardi la stringi nel palmo della mano. Di qui la prima ferrovia, undici minuti da Napoli sino a questa riva. Di là la nobiltà tradita della casa che per sé volle il generale e principe d’Elboeuf. Intatta, almeno quella, l’architettura affascinante delle scale. Ellittiche. Come a stringere in un’unica stretta di caldo marmo bianco mare e terra. E là dietro il campanile. Quello di San Pasquale, il Serafino dell’Eucarestia, spagnolo d’Aragona, protettore delle donne in cerca di marito e, chissà se qualcosa c’entra, inventore dello zabaione.
Ed è tutto qui, raccolto in un solo colpo d’occhio: il mare, l’ombra della spiaggia, il marchio dei Borboni, il passato tradito dal presente, la storia in cerca di chissà quale futuro. Gli volti le spalle, ma non è questa la salvezza. Né di Portici, né del Granatello che è la porta della sua memoria ormai avvilita. Avvilita e offesa. Avvilita, offesa e violentata da quell’urbanizzazione selvaggia, malvagia, malandrina che ha ingoiato profitti e cancellato percorsi e passeggiate. Che ha rubato il verde e l’aria da respirare. Portici paese metropolizzato contro la sua natura, la sua vocazione.
E ora? Ora ci vorrebbe il coraggio di voltarsi. Di ricominciare. Di riportare il paese giù sino al Granatello e il Granatello su, fino a Bellavista. Ci vorrebbe una rivoluzione moderna di menti e di coscienze. Un moto del pensiero perché Portici paese si rivolti, si riappropri del suo mare, del suo porto, della sua storia antica.
Abbasso conformismo e indifferenza, viva la voglia di trovare un nuovo approdo. Già, ma chi può farlo in un paese che ha perso le radici gonfiato com’è stato dall’immigrazione, senza più nascite perché non c’è nemmeno un posto per venire al mondo e che agli ormai mezzi figli suoi nelle case e nelle scuole, ma perché?, non racconta mai le origini, la storia, il sogno innovatore dei Borboni e l’illusione della Repubblica Napoletana per la quale fu versato pure tanto sangue porticese?
Inutili pensieri, perché di questo non se ne curerà nessuno. E allora, che Portici dal Granatello a Bellavista continui ad ingannarsi. Pensi ancora di poter vivere senza produrre niente. Neppure un poco di memoria. Un poco di cultura.
Sì, meglio stare là, in riva al Granatello e guardare avanti, solo avanti, dove c’è solo mare. Un mare di malinconia se non addirittura di tristezza.

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