Hemingway e il mare

– di Vittorio Paliotti

La caccia ai sommergibili tedeschi sul “Pilar” mascherato da peschereccio con una ricetrasmittente a bordo. “Finca Vigia”, la villetta a sette chilometri dall’Avana, davanti al Mar dei Caraibi. All’ingresso un gigantesco ceiba, l’albero sacro del culto voodoo. Il fedele autista e Mary Welsh, la quarta moglie. “Avere e non avere” ambientato a Cuba. La storia dell’anziano pescatore Santiago che perse il suo pescespada valse il Nobel.

Era un bel cabinato lungo quaranta piedi, pitturato di nero e verde, dal peso di quindici tonnellate. Si chiamava “Pilar”, in onore della protagonista di “Per chi suona la campana”. Fra il 1942 e il 1944 venne abilmente camuffato e, con l’autorizzazione dell’ambasciatore U.S.A. a Cuba, Spruille Baden, esercitò la guerra da corsa nel mar dei Carabi. Il nome del comandante? Ma era lo stesso di quello del suo armatore:
Ernest Hemingway, trasformatosi da scrittore in inseguitore dei sommergibili tedeschi.
Anzichè scriverlo, il suo più bel romanzo di avventure, Hemingway lo visse. Quel cabinato, il “Pilar”, era sempre stato il suo orgoglio: vi aveva perfino allestito uno studio con tanto di leggio dove, talvolta, si recava a scrivere; e spesso vi ospitava amici illustri. Ma quando, nel dicembre del 1941, la Germania dichiarò guerra agli Stati Uniti, Hemingway, che già da due anni viveva stabilmente a Cuba, incominciò a fremere. “Questo mare non è più sicuro”, diceva rivolto a Gregorio Fuentes, il suo timoniere, “bisogna perlustrarlo giorno e notte, questo mare”. Il mar dei Carabi, il mar delle Antille, quello che nel Seicento era stato percorso e talvolta dominato dai Fratelli della Costa, viveva nella minaccia dei sottomarini del Reich. Hemingway, dunque, arruolò otto marinai, fra cui cubani, spagnoli e americani, e subito diede inizio alla mimetizzazione.

Tramite un lavoro di carpenteria, il “Pilar” fu mascherato da peschereccio. Hemingway, poi, vi fece installare mitragliatrici e bazooka; e a prua fece collocare una radio ricetrasmittente. Lo scrittore-comandante aveva ideato tutto un complicatissimo piano di guerra: non appena si fosse imbattuto in un sommergibile tedesco in emersione, lui e la sua ciurma, giocando sull’effettosorpresa, l’avrebbero attaccato e, possibilmente, abbordato.
In realtà il “Pilar”, benché avesse cambiato più volte mimetizzazione, non riuscì mai a ingaggiare battaglia con i sommergibili tedeschi. Inutilmente Hemingway si spinse al largo della costa nord di Cuba. In cambio lo scrittore poté raccogliere e far pervenire alla Navy americana preziose informazioni sicché non pochi sottomarini tedeschi furono attaccati con bombe di profondità e presumibilmente affondati. Per questa sua personale guerra di corsa, Ernest Hemingway fu più tardi decorato dalla Navy.
Nella sua vita di girovago, di soldato di ventura, di guerrigliero e, perché no?, di cavaliere dell’ideale, Ernest visse sempre un rapporto privilegiato col mare. Si trasferì nell’isola di Cuba, cuore del mare dei Carabi, nel 1939, quando aveva quarant’anni ed era già famoso: aveva partecipato, da volontario, alla prima guerra mondiale ed era stato ferito sul Piave; come giornalista era scampato miracolosamente alla morte durante la guerra fra Grecia e Turchia; poi aveva vagabondato nella Spagna lacerata dalla guerra civile. “Addio alle armi” e “Per chi suona la campana” gli avevano dato la gloria letteraria oltre che la popolarità.

Possedette molte case Hemingway, nella sua vita, ma quella caraibica, quella che lui stesso definiva “la casa a mare”, rimarrà la sua dimora stabile. La casa caraibica sorgeva a San Francisco di Paula, un cadente paesino a sette chilometri dall’Avana. Lì lo scrittore acquistò una vecchia fattoria, detta “Finca Vigia”, cinque ettari di terreno coltivati a frutta, un pascolo con sei mucche, una villetta malmessa, una piscina, un campo da tennis, un cottage di legno destinato agli ospiti e una torre quadrata, in cui vivevano i gatti. Il tutto era circondato da un recinto, costruito personalmente da Hemingway.
Quanto mai spettacolare la vista: da un lato il mare, immenso e sconfinato, e dall’altro un bosco di manghi. L’ingresso era contrassegnato dalla presenza di un gigantesco ceiba, l’albero sacro del culto voodoo. Lo scrittore, nato nei pressi di Chicago, aveva trascorso l’infanzia a Horton’s Bay, nel nord del Michigan: proprio accanto a quella sua remota abitazione era accampata una tribù di pellirossa Ojibways: li aveva visti compiere riti religiosi, li aveva intesi mettersi in contatto con il Grande Spirito e dunque, ora, non poteva non conferire importanza al sacro ceiba.

Fu dinanzi alla distesa del mar dei Carabi, rinchiuso nel suo studio carico di cinquemila volumi e ornato con quadri di Mirò, di Klee, di Braque, che Hemingway scrisse molti dei suoi più celebri romanzi. Rendevano più agevole il soggiorno cubano di Ernest, il cameriere René, l’autista Juan, un cuoco cinese, tre giardinieri, un carpentiere, due domestiche e il guardiano dei galli da combattimento. Soprintendeva su tutti Mary Welsh, quarta moglie dello scrittore.
Quel mare, quell’isola, li amava da prima ancora di aver posto lì la sua residenza. Era ambientato a Cuba, e nei Carabi, “Avere e non avere”, un romanzo risalente al 1937, ma composto sulla base di tre racconti precedentemente pubblicati su riviste. In “Avere e non avere” si narrano le vicende amare di Harry Morgan, un “onesto contrabbandiere” di Key West, Florida, il quale vive prevalentemente dando in affitto la sua barca da pesca. Morgan, un giorno, ha la sventura di imbattersi in un losco cliente il quale si fa condurre all’Avana e scompare senza aver pagato la somma pattuita. Per rifarsi delle spese, Morgan accetta di prendere a bordo un gruppo di cinesi che intendono emigrare clandestinamente; ma scoppia una rissa che provoca altri danni, purtroppo.

Morgan crede di essere più fortunato trasportando alcol dall’Avana a Key West, ma arriva la polizia e perfino il battello viene confiscato. L’ultima delle imprese cui l'”onesto contrabbandiere” si abbandona sul mar dei Carabi consiste nel condurre all’Avana quattro giovani rivoluzionari russi: altri guai. Il protagonista di questo romanzo, non si sottovaluti il particolare, porta il nome di quel celebre corsaro che, nel Seicento, aveva scorrazzato negli stessi mari. Ancora a Cuba, anzi proprio sul mare dei Carabi, o mare delle Antille che dir si voglia, è ambientato “Il vecchio e il mare”, uscito nel 1952. E’ racchiusa qui la vicenda, anzi la parabola, di cui è protagonista Santiago, anziano pescatore cubano, che ha per amico solo un ragazzino. Da ottantadue giorni Santiago non riesce ad acchiappare un sol pesce. Al largo della costa cubana, finalmente, il vecchio si imbatte in un pesce spada. Dopo una lotta durata tre giorni, riesce a ucciderlo. Ma la preda, messa a rimorchio della barca, verrà totalmente spolpata dai pescecani. Il “lieto fine”, lì nel mar dei Carabi, era privilegio solo degli eroi di Emilio Salgari.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *