I 150 anni del Porto d’Ischia

– di Ciro Cenatiempo

Scavato a braccia nel bacino di un lago vulcanico e inaugurato il 18 settembre 1854 alla presenza di Ferdinando II, “munificente augustissimo autore del porto”. Lo sviluppo dell’isola dall’epoca borbonica ai tempi di Angelo Rizzoli.
Estati scolpite nella memoria. Le partenze del traghetto “Santa Rita” lento ma sicuro, gli arrivi del panfilo “Sereno” del “commenda” milanese governato magistralmente dal comandante Molino. La nascita della Rive Droite e il motoscafo pubblicitario di Tonino Baiocco, la boutique di Antonia e la taverna-birreria di Cervera.

“Circa dugento legni pavesati a festa, fra ‘l rimbombo di artiglierie ed i concerti di bande musicali, entravano con la festiva solennità d’una regata nel porto novello, e vi facevano varie evoluzioni”. La descrittiva euforia del “Giornale del Regno delle due Sicilie”, che i lettori di Napoli sfogliarono il 18 settembre del 1854, ricrea a ritroso nel tempo le atmosfere da gouache sulle quali regnava Ferdinando II di Borbone, il “munificente Augustissimo Autore” del porto d’Ischia.
Un porto scavato a braccia nel bacino di un lago vulcanico, separato per millenni dal mare, da una striscia di sabbia sottile. Si compiva un’opera che avrebbe segnato il destino dell’isola. Mutazione epocale: il cronista dell’epoca ne era consapevole. Il resoconto della festa, cominciata alle 4 e 30 del pomeriggio del 17 settembre di 150 anni fa, si faceva incalzante.
“L’aria risuonava incessantemente delle grida di Viva il Re, che innalzandosi da’ navigli confondeansi con quelle che un’immensa calca di spettatori sollevava al tempo stesso dalle rive. Le Loro Auguste Maestà con la Real Famiglia godevano di sì delizioso spettacolo da un loggiato a bella posta quivi costrutto…”.
Centocinquanta anni per rinnovare la festa, celebrare il legame liquido col resto del mondo, come una bottiglia lanciata tra le onde per lasciarsi riempire dalle suggestioni progressive e successive, le stagioni della vacanza di pochi, prima; il turismo come industria, poi. Il flusso continuo di barche ha sublimato il sogno di milioni di viaggiatori approdati in una terra in mezzo al mare, Ischia appunto: eden termale, solare; il luogo del benessere, di amori facili e difficili, di estati da raccontare.
Estati scolpite in un teatro della memoria dove le quinte, create dalla natura e dall’uomo, non hanno uguali: il Castello Aragonese, la Torre di Guevara; la baia di San Montano, dove sbarcarono i primi coloni greci d’Occidente; il borgo di sant’Angelo, il giardino della Mortella. Ed ancora, gli alberghi “moderni” di Angelo Rizzoli, il commendatore: sembra ancora scendere dalla scaletta del panfilo, il “Sereno”, governato nella sua rotta da un comandante magistrale, Renato Molino, ed attraversare la banchina dispensando sorrisi, con l’immancabile sigaretta a labbro pendulo, ed una banconota da “diecimilalire” per l’ormeggiatore…
Se le estati di Ferdinando II erano quelle dell’altro ieri, le estati di Rizzoli appartengono al regno di ieri. Vicine alla contemporaneità.
Erano le estati che, nel porto di Ferdinando II, erano accompagnate da un docile cigolio di ferraglia, il rumore della catena dell’ancora tirata su dall’arrugginito verricello del “Santa Rita” in partenza: il traghetto diretto per la terraferma, lento ma sicuro. Nel porto-crocevia, quelle estati erano suonate alla “Lampara”, mito fantasmagorico del by-night, che era un tutt’uno con le case della Riva Destra, il salotto buono e goliardico dell’isola. L’attesa per la notte serpeggiava, mentre rientrava in darsena, solleticando le increspature del maestrale, il motoscafo di Tonino Baiocco, con l’altoparlante che aveva gracchiato il suo annuncio in nasal-milanese, al largo dei litorali, per catturare l’attenzione dei futuri nottambuli a mollo come trichechi intorno al pack: passava non lontano dal bagnasciuga del Lido, ai Maronti, a Citara e ripeteva il suo refrain pubblicitario: “Tuti-tuti guesta seera allo Scooch clàb con Pepino Di Capri e la szua oorchestraa”.
L’eco sfiorava la boutique di Antonia con le sue mannequin; la taverna di Antonio Cervera, trendy, con i suoi sgabelli di legno dal gusto dolce-amaro del luppolo d’una birra, un “peroncino” senza schiuma.
L’immaginazione e lo sguardo si illanguidivano alle visioni dei flambé e dei lumi di candela, dei téte à téte prodigiosi, dei languori complici dei playboy di quella belle époque: erano gestualmente poliglotti, e più efficaci d’una agenzia di viaggi. Camicia apertissima sul torace, stavano seduti di sguincio, in perfetta asimmetria: il bicchiere semivuoto d’un liquido trasparente (tequila, vodka, acqua?) tenuto sul fondo, tra le dita, l’indice un po’ staccato verso l’alto, con nonchalance ruffiana. Eternamente sospeso a mezz’aria, col gomito poggiato sul bracciolo, pronto ad un cenno: a metà tra il brindisi, il saluto, e l’invito sorridente. Attendevano il materializzarsi della probabile compagnia d’una soirée, la luce bionda d’una turista in promenade.
Un’altra estate era stata santificata.
La Rive Droite è rimasto l’acquario di Ischia, per vedere e farsi vedere. Le vetrine sono affollate. La notte pullula di teen-ager, i ristoranti con la solita sarabanda di ricci ed aragoste, gamberoni e rane pescatrici in bella vista all’ingresso, luccicano sempre di corpi perfetti, di infiniti crocicchi, di agglomerati umani che pigramente s’assordano in progetti per uno slancio ballerino.
“Dove si va, stasera?”.
Alla fine si resta lì, sul porto di Ferdinando II, sull’uscio dell’isola verde, infagottati nell’incertezza, fino all’alba di un nuovo giorno. Dalla banchina Olimpica, intanto, s’avverte il digrignare ferroso del primo traghetto per Pozzuoli, il frullo dell’elica nel fondale basso, la risacca che fa gemere l’amplesso di gozzi e sartiame. Come voci di sirene. Voci d’una estate che, ad Ischia, è sempre un po’ più estatica delle altre.

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