I colori di Lisbona

– di Alessandro Robles

L’azulejo domina sui vecchi palazzi, nelle chiese, sulle bancarelle di souvenir ed esprime origini orientali.
Il giallo dei tram. Lo stile manuelino. La romantica solitudine della torre di Belem. Il labirinto di scalinate dell’insediamento antico dell’Alfama e la piazza a onde di Pedro IV. L’eco del fado e le voci di Teresa Salgueiro e Amalia Rodrigues. C’è Fernando Pessoa tra i clienti del caffè “A Brasileira”.

La luce bagna le pietre con i colori del mondo, a Lisbona. Accade in una mattina velata di malinconia, nel fuoco mediano del giorno o quando, lentamente, l’ocra fonde le sfumature per abbracciare ogni casa. Accade nel sogno di un viaggio sognato o nella vita assegnata dal fato. E la luce dà il nome alle cose. S’insinua in un’articolata sovrapposizione di scatole coi tetti di tegole, divise da serpentine lastricate che formano vie e slarghi, e accende le superfici bucate dalle finestre regolari dei monumenti come delle residenze.
Si leggono costruzioni contrapposte l’una all’altra, ammassate l’una sull’altra in un caos regolare che segna le epoche e le classi, lunghi percorsi imponenti e arrampicate che portano all’ignoto, intrecci di mattoni e cuori verdi ordinati. Un andirivieni di immagini urbane che rubano i colori al sole per donarli alla gente.
“Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole”, scriveva Pessoa nel Libro dell’inquietudine. I volti più colorati degli edifici hanno un trucco di ceramica. L’azzurro, che contrasta con il bianco delle piastrelle accostate con maestria, lascia spazio a espressioni più variopinte. L’azulejo esprime origini orientali, apparenta tra loro le regioni della penisola iberica e in ogni elemento conserva il segno delle mani di un artigiano. Le tessere si replicano all’infinito o sono parte di un disegno più grande, pezzi preziosi di una composizione da ammirare a distanza.

L’azulejo è sui palazzi vecchi, nelle chiese, sui gradini, nelle bancarelle di souvenir.
Ma è la varietà che forma la vera faccia della capitale. Quella delle pareti intonacate dai colori caldi che si vedono da piazza Sao Roque o dagli scorci lungo la cinta del Castelo de São Jorge, verso la Mouraria; l’imponenza delle murature prive di copertura della chiesa do Carmo che domina con la sua incompiutezza; la magnificenza della città risorta grazie alla guida del Marchese di Pombal che osserva a cavallo il boulevard rua de Libertade e di quella sopravvissuta che ancora si fa contemplare nella ricchezza dello stile manuelino.
Nome che deriva da Manuel I, sovrano a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, anni della conquista delle sponde del Brasile e del viaggio in India di Vasco da Gama. Uno stile che spicca per il suo chiarore che irrompe nei fronti continui del centro ma, soprattutto, che celebra e tramanda nel Mosteiro dos Geronimos. E osserva, nella romantica solitudine della torre di Belem, dove aleggia lo spirito vigile dei portoghesi, navigatori amanti dell’acqua e della conquista. Manuel I ora è nel bassorilievo sul portale della chiesa Nossa Senhora da Conceição Velha, protetto sotto il velo della Madonna.

Perché la storia di una civiltà si racconta con le pietre, prima di tutto. Poi ci sono i musei, le decine di siti ufficiali sparsi nella città, e le mostre. All’interno del Monastero è allestita un’esposizione che mette in parallelo le vicende del mondo con quelle del Portogallo. Si percorre con piacere finché l’attenzione cade sugli aloni scuri delle dita che i visitatori hanno lasciato per indicare l’immagine delle paste di Belem, dolci tipici che puoi acquistare facendo la coda sul marciapiede.
A Lisbona lo spazio è una dimensione che varia, non sempre misurabile né immaginabile. Vie e slarghi sono propri delle zone e dei livelli che si nascondono dietro gli slanci delle chiese. Oltre un angolo può spuntare una salita, in cima al cammino una parete. Soprattutto nell’Alfama, l’insediamento antico contornato da un labirinto di scalinate. Un microcosmo urbano simile ai nostri nuclei medievali dove chi abita si conosce e i panni sono al balcone.
I tessuti sventolano colorati nell’unico spazio possibile di un’abitazione e sono il simbolo di appartenenza ad un luogo, a una cultura. I bambini giocano e si scherniscono per i viottoli o lanciano messaggi dalle finestre mentre le donne spettegolano sedute sotto gli occhi dei bottegai.

I locali diffondono sonorità melanconiche. Il fado è destino qui, nel quartiere che canta il popolo e le storie semplici, dov’è cresciuta, frequentando locande che servono cibo e musica, la voce soave di Teresa Salgueiro dei Madredeus, seconda solo ad Amalia Rodrigues, regina indiscussa che cantava la saudade passando dalla campagna al mondo dello spettacolo e scrivendo pagine di storia della musica internazionale. In tempi diversi, queste interpreti hanno esportato le melodie portoghesi elevandole a fenomeno mondiale.
“Il fado non è allegro né triste, è la stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato”, diceva Amalia Rodrigues. Ma ad ogni ora il figlio di Dio ha le braccia aperte verso Lisbona. È dall’altra parte, sulla sponda opposta del Tejo. È il gemello portoghese della statua del Cristo del Corcovado di Rio de Janeiro, frutto di un voto fatto dai vescovi a Fatima nel ’40. “Nella piena luce del giorno anche i suoni splendono”, scriveva Pessoa. E il poeta era in grado di riconoscere i luoghi anche ad occhi chiusi: “Io ascolto senza guardare e così vedo”. Un pensiero diventato concetto chiave del film di Wim Wenders del ’95, Lisbon story. La pellicola ha per set la capitale del popolo lusitano e si concentra sull’importanza del suono in assenza di tutto il resto. I rumori sono forse la vera presenza della città, una presenza che marca i ritmi della vita, fatta di permanenze e spostamenti, mezzi di lavoro e di trasporto, convivenza tra nuovo e antico, tecnologia e tradizione, bianco e nero.

Può capitare che l’atmosfera si volatilizzi in rapidi frammenti impossibili da cogliere o, al contrario, si cristallizzi fino a identificarsi nel giallo dei tram che annunciano il loro arrivo col vibrare dei binari, tram sulle cartoline, nei quadri degli acquerelli di artisti di strada, nell’interesse commerciale del turista, nei magneti da attaccare sul frigo di casa, tram che hanno il legno lucido delle sedute, i fanali rotondi, il lettore magnetico che unisce tutta la rete di trasporti e ti permette di viaggiare con una sola scheda.
I tram sono la città stessa, vivono nell’immaginario collettivo e lasciano la propria scia in ogni luogo, con quella ragnatela di cavi in cui s’impigliano i pensieri e che rigano le facciate allo sguardo dei passanti.
Ma il segno tangibile del passato si miscela con le misure di questa epoca. Pochi passi e le insegne parlano il linguaggio comune delle catene internazionali d’abbigliamento, ristorazione, oggettistica.
Alla Baixa, l’arco trionfale segna l’inizio di rua Augusta e la via pedonale viene inondata dalle persone.
La terra s’appiattisce e gli isolati si squadrano, irrigidendosi nello schema a scacchiera.

Camminando ti sembra d’essere in una città misurata e monumentale. Ne perde qualcosa la curiosità ma ci guadagna l’orientamento. Alla fine della via si apre praça dom Pedro IV con la pavimentazione a onde. Si coglie un dislivello netto e considerevole che solo l’elevatore di Santa Justa può far vincere senz’affanno per andar su, nella zona del Chiado, dove Luis de Camões guarda dall’alto del suo piedistallo Fernando Pessoa che se ne sta seduto all’altezza dei clienti di A Brasileira, storico locale che fa un caffè espresso dal sapore familiare della moka di casa, mentre le note della fisarmonica di un’artista di strada rapiscono la piazza.
La sagoma immortale di Fernando, scelta da chi ha fuso il bronzo per celebrare il centenario della sua nascita, ha la testa a forma di cappello ed è seduta al tavolo con accanto a sé una sedia libera, a disposizione di chiunque voglia farsi ritrarre. Pessoa è l’autore che ha esplorato l’universo e le dottrine, scavato l’anima dell’uomo e indossato mille volti. Come quelli di Lisbona.
Così, quando si chiude il giorno nella città dei navigatori, la luce ancora non muore. Piuttosto s’affievolisce e sopravvive nel bagliore della lanterna sospesa allo spigolo di un palazzo. Allora in ogni luogo si definisce la dimensione del racconto, il tempo è quello del ricordo che attraversa il silenzio delle strade. La notte non è solo specchio di se stessa, diventa qualcos’altro. Ricerca, sospiri, vibrazioni lontane. Chissà se giungono dal Bairro Alto che pulsa di vite festose e di bicchieri. Ma tutto il resto scorre nelle vene dei borghi, lungo il fiume che non s’acquieta.

Le frasi dei poeti stampate sulla strada guidano i sogni di chi cammina o pedala partendo da Belem, sette chilometri che fiancheggiano la ferrovia. I quartieri s’appartano nelle loro vicende umane, architettoniche, sociali. Al centro poche anime smuovono una penombra romanzesca.
Praça do Comercio ha i margini accesi e il cuore vuoto. Verso l’acqua, la faccia solitaria di una giovane donna cerca il vento, immobile. Trova un soffio rotto dalle auto che passano alle sue spalle e il vocio insistente di un pusher. Lo sguardo s’abbassa, lambendo la pelle dei pesci che emergono spinti uno dall’altro. È una folla nell’acqua, un ammasso viscido alle foci degli scarichi. Sembrano creste nel fiume agitato dalla corrente, sono le ombre inquiete che abitano la notte del Tejo. Lisbona lascia in fondo ai respiri una traccia intima e intensa. Si può vedere senza guardare, viaggiare senza muoversi, capire senza domandare. Ma non si può vivere senza amore. Ti fa sentire d’essere il nulla d’ogni più nulla illusione, un pulviscolo perso in giorni uguali, forse come quell’esile e schivo uomo coi baffi che ha anticipato sì la letteratura di un secolo intero, ma non ha retto all’ultimo il significato della vita.

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