I giocolieri del vento vanto di Cava de’ Tirreni

– di Vito Pinto

Da quarant’anni gli Sbandieratori Città de la Cava portano per il mondo la cultura e la civiltà di una città sorta e cresciuta all’ombra della millenaria Abbazia benedettina di Sant’Alferio.
Acrobati e danzatori. L’intuizione di Luca Barba all’inizio di una storia spettacolare partendo dall’antico Borgo Scacciaventi. I costumi disegnati da Odette Nicoletti e il premio annuale Bandiera d’Argento. L’impegno di Felice Abate a sostegno di una tradizione centenaria.

“Bandiere, bandiere, tante bandiere per terra e per aria, sui campi e sulle piazze. Nuvole di bandiere come improvvisi voli di uccelli”. Così scriveva Domenico Rea su “La Repubblica”, nel 1992, parlando degli Sbandieratori Città de la Cava. E aggiungeva: “Gli sbandieratori sono come le squadre di calcio. S’incontrano nei posti più impensati del mondo, si sfidano, danno spettacolo in pubblico di quella loro specie di sfavillante toreada e, a suon di tamburi (così possenti e ritmici non ne ho sentiti mai), vince o perde chi sbandiera meglio”. Non si è mai capito cosa esattamente sia uno sbandieratore, rimanendo il suo fare tra l’acrobata e il danzatore, l’antico cavaliere in giostra e il moderno torero. Di sicuro è un giocoliere della fantasia che sventola il suo vessillo nel vento breve della corsa, che sa disegnare coreografie in piazza con bandiere che volano, si librano leggere, si intrecciano sospese nel vuoto dell’azzurro per poi ritornare, obbedienti, nelle mani amiche dello sbandieratore. E quando quelle bandiere, tutte insieme, sono in alto, non sai se sono un arcobaleno o un volo di farfalle che portano festa.

Scriveva Odette Nicoletti, disegnatrice dei costumi: “Nel grande gioco sfarzoso di colori e di emblemi che si annodano e si snodano per la città festosa c’è del teatro e dei teatro di tanti secoli”.
Sono quarant’anni che gli Sbandieratori Città de La Cava sventolano con orgoglio le loro bandiere, testimoni di una tradizione, una passione, una civiltà del rapportarsi con gli altri. Senza sosta vanno in giro per il mondo portando un messaggio di pace da una città con la cultura del Grande Tour e ritornano portando da altre parti d’Italia, nella loro piazza grande, altri giocolieri del vento. Sono stati in Francia, Germania, Svizzera, Austria, Portogallo, Spagna, Malta, Russia, America, Turchia, Finlandia, Australia e ancora in tanti altri Paesi; hanno portato a Cava i gruppi di Massa Marittima, Città della Pieve, Cori, Gallicano, I Petroniani di Bologna, di Sant’Elpidio a Mare, Carovigni e San Marino a contendersi il Trofeo “Luca Barba”, il fondatore scomparso e mai dimenticato.

Tutto nasce da Luca giovane eclettico, fantasioso, amante della cultura e soprattutto della sua città, Cava de’ Tirreni, nei cui cassetti di memorie andò a rovistare, cercando e trovando un passato di storia che poteva farsi e si fece folclore. Sognava Luca Barba, a metà del Novecento, di riportare l’antico Borgo Scacciaventi agli splendori delle caratteristiche botteghe delle mani. E fu subito una sorta di “rivoluzione” nel tranquillo vivere di quella città porticata.
Le tappe di un cammino tracciato sono state ripercorse da Felice Abate, attuale presidente dell’Associazione sbandieratori Città de la Cava, successore e continuatore del messaggio lanciato da Luca Barba. Una storia in chiaroscuro, con momenti esaltanti e angoli in grigio dovuti a varie gelosie per una crescita veloce come le bandiere nel vento.
Ma quello che offrivano e offrono è la passione, l’altruismo, la sincerità di rapporti ovunque essi vadano, portando con loro l’entusiasmo dei giovani e la professionalità di gente abituata a una dura preparazione. Andavano in giro con un vecchio autobus di linea dismesso, comprato, ricorda Felice Abate, per 350 mila lire, ma hanno percorso l’Italia e il vecchio continente.

Con le bandiere, che raccolgono i simboli degli antichi quattro distretti della città, i costumi sono un altro segno di una tradizione e di un impegno. All’inizio furono fatti in casa, come si usava una volta, ma ben presto ci si rese conto che anche il costume aveva la sua storia. Si cominciò a indagare e Giovanna Palazzo realizzò i primi, bellissimi costumi per quel nucleo di giovani entusiasti di vestire abiti multicolori. Poi arrivò Odette Nicoletti, costumista, docente all’Accademia di Belle Arti a Napoli. Ricorda Abate: “Ci presentammo a casa sua con Antonio Polacco, nostro socio e suo alunno, per chiederle di realizzare dei costumi che rispecchiassero il periodo storico a cui il nostro gruppo faceva riferimento e, in particolare, alla storia degli antichi quattro Distretti della Città de la Cava”.

Coinvolta dall’entusiasmo di quei giovani, Odette accettò l’incarico, lavorò con passione e alla fine scrisse: “Se tutto ciò rientra nella ritualità della festa ecco cosa devono essere i costumi. Senza dimenticare il sontuoso e il fasto di ogni cerimonia, cerco di rievocare con forme, colori e fogge, quell’epoca d’oro dove grandi maestri come Pisanello, Buontalenti, Arcimboldi ed altri grandi artisti si divertivano a disegnare costumi per ogni tipo di festa e cerco di fantasticare e sognare un po’ senza aver paura”. Era il 1981.
Le bandiere, dipinte a mano una per una, garrivano ancora più festose nel vento dell’ascesa verso un cielo colorato di festa e ritornavano a terra, docili tra le mani di chi le aveva fatte volare. Quante mani hanno stretto quelle calibrate aste realizzate da Primo Pagni, artigiano a Siena della Contrada del Bruco!

I sogni nascevano e si realizzavano, ma bisognava registrare anche contrasti e defezioni. Il gruppo, però, andava avanti, forte della ferma volontà del presidente Abate, che non ha avuto un solo momento di indecisione, di tentennamento nel proseguire il progetto di Luca Barba. E per un’associazione che viveva di manifestazioni in costume non poteva mancare una particolare attenzione per i ” costumi di scena”, un mondo affascinante e spesso dimenticato. “Noi ricordiamo i protagonisti dei film che abbiamo amato, uomini e donne, per come erano vestiti” scrive Gianfranco Angelucci a proposito di costumi di scena. E aggiunge: “Di Audrey Hepburn ricordiamo i tubini neri di Colazione da Tiffany e l’eleganza delle gonne a campana di Vacanze Romane. Di Sophia Loren la guepière con il reggicalze dello spogliarello avanti a Mastroianni in Ieri oggi e domani o l’abito perlaceo da cerimonia di Filumena Marturano in Matrimonio all’Italiana. E chi potrebbe dimenticare lo spumeggiante vestito bianco di Angelica nel ballo del Gattopardo, o il completo scuro e gli occhiali neri del bel Marcello Mastroianni nella Dolce Vita”.

Ecco, il costume, quell’abito di scena che, una volta vuoto dell’attore, resta con la sola anima del personaggio rappresentato.
Gli Sbandieratori de la Cava, anno dopo anno, li rapiscono ai dimenticati bauli delle sartorie italiane e li portano in mostra, ripercorrendo immaginifici scenari di film, di teatro, di televisione. Per venti anni, tranne qualche parentesi, hanno riproposto un viaggio delle emozioni, in ambienti suggestivi come quelli del vecchio cimitero longobardo nell’Abbazia benedettina di Cava, riaperti per la prima volta dal dopoguerra proprio per ospitare le suggestioni di un mondo a cui non sempre si concede il giusto risalto.
L’intuizione per questa mostra fu unica e prima in Italia e, come sempre accade, ebbe tanti imitatori. E così ci furono mostre dedicate ai costumi del teatro di Roberto De Simone o quelli disegnati da Pablo Picasso per lo spettacolo di Manuel Fallo, sino all’ultima dedicata a “Fede, storia e magia”, curata da Sibylle Ulsamer ed Emilio Ortu Lieto.

Un percorso affiancato dall’annuale premio “Bandiera d’Argento”, e dai quinquennali appuntamenti con “imprese” importanti come la rappresentazione de “La pergamena bianca”, una storia tra realtà e fantasia sulla Battaglia di Sarno e il rapporto tra Ferrante I d’Aragona e l’allora Sindaco de la Cava Onofrio Scannapieco, scritta da Rosario Gallo e diretta da Andrea Carraro, messa in scena al Maschio Angioino di Napoli.
A voler raccogliere gli “appunti sparsi di una storia intensa”, alla fine ci si accorge che, quello degli Sbandieratori Città de la Cava, è “un mirabile viaggio” non solo come memoria di un sodalizio, ma soprattutto come narrazione di passioni, entusiasmi, volontà, professionalità di un gruppo divenuto, in una città inconsapevole, sintesi del suo ritorno alla storia.

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