I grandi misteri italici dell’Isola di Montecristo e della Baia di Ieranto

– di Sergio Moitre

Note di navigazione a vela.
Per sottrarre luoghi patrimonio della collettività alle mire degli speculatori e ai vandali si vieta tutto a tutti.
La sosta proibita a Cala Maestra che, a Montecristo, protegge dal maestrale.
Il disastro della torre di Montalto che domina la baia sorrentina, un improbabile frantoio e lo sconsiderato sbarco dei bagnanti sulla spiaggetta.
Più in là, un albergo su uno dei tre isolotti de Li Galli.

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200508-14-3m“Il Giglio va al focoo…!” Questo grido, molto più vicino del vociare confuso, misto a invocazioni e urla ma remote, ovattate, che l’avevano preceduto, mi strappò al beato mondo dei sogni in cui galleggiavo, anzi, navigavo, tranquillo. Aprii gli occhi e presi le misure della mia cuccetta, nella cabina di prua del Ta-Keer. Il passauomo era socchiuso (dà lì erano passate le voci) e, scostata la tendina, gettai fuori il primo sguardo.
Era ancora buio, ma all’orizzonte, sul mare verso levante, la prima luce rossastra riusciva a prevalere sulle tenebre. C’era un bagliore simile, più piccolo e circoscritto, anche sul lato opposto, su, in alto, a ridosso dell’abitato del porto dell’isola del Giglio. Era il bagliore di un incendio, in un boschetto. Ombre cinesi si agitavano intorno alle fiamme, uomini che combattevano contro di esse, per difendere le loro case, la propria terra.
Mi spostai in pozzetto per vedere meglio. Anche dalle barche vicine cominciarono a spuntare teste di persone svegliate dal trambusto. Una sirena di pompieri aggiunse la sua voce al coro…
Di fianco al mio Ta-Keer era ormeggiato uno splendido motoscafo di Picchiotti. Linee pulite ed eleganti, ma solide, “marine”. Essenze pregiate per il triplo fasciame incrociato, mogano a coppale per le sovrastrutture di coperta e gli interni che si intravedevano dalle finestrature. Tenuto lindo e lustro dall’equipaggio: un comandante, un marinaio e un mozzo, tutti e tre viareggini. La coperta di teak era immacolata, le cime tutte perfettamente abbisciate, gli ottoni, le cromature e l’acciaio inox luccicanti.
La sera prima avevo visto scendere dalla passerella una coppia non più giovane, ma di una eleganza così chic, nei loro abiti da barca lievemente usurati e démodé…
Un paio di minuti, e il comandante prese il suo posto sul flying, camicia e pantaloni candidi, pettinato e sbarbato. Osservava gli eventi, a che nulla turbasse la sicurezza della barca a lui affidata e il sonno dell’armatore.
Portata dalla brezza, cominciò a cadere la cenere grigiastra e nera delle piante che bruciavano. Si posava lemme lemme sulla coperta delle barche ormeggiate una di fianco all’altra lungo il molo. Rimaneva intrappolata nelle gocce di rugiada della notte che le ricopriva, e non occorreva una fantasia sfrenata per immaginare la poltiglia appiccicosa di resina che si andava formando.
Il sopracciglio del comandante del Picchiotti si aggrottò, per un attimo, mentre seguiva il volo planato di quelle farfalle carbonizzate. “Salpiamo!” disse, con tono neutro, di quello abituato a comandare e ad essere obbedito. L’equipaggio raggiunse ciascuno il suo posto di manovra. “Molla a poppa”. “Liberi a poppa”. “Salpa”. L’uomo all’ancora chiese “due giri d’elica avanti ” per aiutare lo sforzo del verricello, che cominciò ad ingoiare le maglie della catena dall’occhio di cubia. Il comandante mi salutò con un gesto della mano e io lo vidi uscire dal porto, lentamente.
Stava venendo giorno, e la luce del sole faceva impallidire quella dell’incendio, togliendogli drammaticità.
Quella sveglia precocissima aveva impresso alla giornata un ritmo del tutto nuovo. Tanto valeva ormai andar fuori dal porto, e cercare la quiete e il silenzio in qualche rada lì d’attorno. Pietro, anche lui sveglio sulla sua barca, fu d’accordo. Avevamo entrambi la cambusa piena, ed anche saltando il consueto giretto mattutino per le botteghe del porto, non ne avremmo sofferto.
Il caffè e latte con biscotti, consumato all’ancora nella baietta del caso, fu propedeutico… alla ripresa del sonno, che peraltro mio fratello non aveva mai interrotto.
Bagno, riposino, bagno con nuotata, spaghetti…
L’arrivo di una bella brezza tesa, avvertita e misurata correttamente come “buona per navigare” sulla pelle, prima che dagli strumenti del vento, ruppe il pigro scorrere delle ore: la stavamo aspettando per arrivare all’isola di Montecristo senza il martellante rumore dei diesel. Via, dunque, a coprire sulle onde le trenta e più miglia…
“Cazza ancora un po’ il genoa” dico al mio secondo, mentre vengo con la prua all’orza, e mio fratello armeggia al winch sottovento. Adoravo manovrare senza motore, quando era possibile farlo in sicurezza, per prendere o lasciare un ancoraggio in rada.
Cala Maestra meritava questa attenzione. Questo è il nome dell’unico ridosso di Montecristo, che protegge proprio dal maestrale. Un piccolo seno, profondo, di sabbia bianca che rende verde e turchese la trasparenza dell’acqua. In fondo, un moletto di pietra e la antica casina di caccia che i Savoia occupavano durante le battute alla selvaggina di passo o ai coturnici da cui l’isola è popolata.
Finalmente metto la prua dritta verso il fondo della cala, il vento quasi sul naso. Le vele fileggiano, la velocità e il rumore dell’onda sullo scafo scemano, ma allo stesso tempo si comincia a sentire un coro di cicale, che cresce d’intensità via via che si avanza. Prepotente si avverte l’odore della macchia mediterranea. Prua al vento, la barca è quasi ferma. E’ il momento: fondo! L’ancora va giù accompagnata dal frastuono della catena che scorre nel passacavo, fino a posarsi in una nuvola di sabbia. In trasparenza vedo un polpo infastidito che “cammina” sul fondo di sabbia col suo incedere tipico. Non l’andatura a reazione che adopera nel momento supremo della fuga, ma l’incedere impettito a otto zampe, che a me ricorda moltissimo il famoso carro russo della seconda guerra mondiale, il T34, quando avanza nella steppa sollevando enormi sbuffi di neve, come si vede nei cinegiornali dell’epoca, con la famosa torretta arrotondata (la sacca del polpo!) sulla quale rimbalzavano le granate anticarro tedesche. Proprio tale e quale!
Anche Pietro arrivò e diede fondo in quel piccolo eden in mezzo al Tirreno. Avevo vinto l’ennesimo match race contro di lui e il suo Comet, e non riusciva a farsene una ragione. Il mio Gib Sea, onesto prodotto della cantieristica francese, era molto meno blasonato del suo 9,10 portato al successo nelle regate niente meno che da Cino Ricci agli esordi nel mondo della vela.
Facemmo in tempo a buttarci a mare, per toglierci di dosso il sale degli spruzzi asciugati sulla pelle, il calore del sole, la stanchezza, quando vedemmo avvicinarsi una barchetta con un fuoribordo, che si era mosso dal moletto menzionato, governata da un uomo in canottiera.
“Qua non potete restare!” disse quando fu a portata di voce.
L’isola di Montecristo, da poco tempo era passata sotto l’amministrazione del ministero dell’Agricoltura e Foreste. Lo sapevo bene perché avevo seguito, indirettamente, il progetto, datato fine anni Sessanta, di un manipolo di appartenenti all’aristocrazia nera romana di fare del posto una sorta di club esclusivo, con casinò, porticciolo, eliporto, case superlusso. Poi tutto era naufragato miseramente per l’opposizione della sinistra, di Italia nostra e così via.
Naturalmente non conoscevamo, io e il mio amico Pietro, i dettagli delle limitazioni imposte: divieto di navigazione entro tot miglia, divieto di balneazione, ancoraggio, pesca, sbarco. Una eventuale visita andava concordata col ministero, previa domanda bollata, con non meno di tre mesi di anticipo.
Non furono intese ragioni. Parlammo, ragionammo (il sole stava per tramontare), strepitammo. Niente. Alla fine ci fu concesso di andare a cercare riparo per la notte lontano dagli sguardi dei forestali, dietro la punta, compromesso tipicamente italico. Andammo a gettare l’ancora in acque a profondità batiscafica, sotto uno strapiombo di costa altissimo, sia pure ridossato dal mare. Ma non dal vento che, a raffiche violente, scendeva giù a precipizio dalle cime del grande massiccio di granito che è l’isola di Montecristo.
L’Italia è il posto dove, per sottrarre un luogo patrimonio della collettività alle mire rapaci di qualche pescecane, non si trova di meglio da fare che escludere al godimento di chicchessìa il luogo medesimo. Con eccezione, naturalmente, per gli amici degli amici.
La Baia di Ieranto ha subito, più o meno, la stessa sorte. Salvo veder consentita la realizzazione di un albergo su uno dei tre isolotti de Li Galli, un paio di miglia più in là. E salvo consentire (tollerare?) lo sbarco sulla spiaggetta in fondo alla citata baia a frotte di bagnanti con provviste, sedie a sdraio e ombrelloni al seguito, trasportati via mare dalla vicina Nerano, durante la buona stagione.
Non credo di fare più danni con la mia barchetta a vela, se vado a farmi il bagno in quelle acque.
La passeggiata alla torre di Montalto, che domina questa baia, era per me un “must” di primavera e poi di mezza estate. Ai primi tepori, a piedi, lungo il sentiero che parte dalla Marina del Cantone. D’estate, sbarcavamo col gommone sulla spiaggetta di ciottoli per arrampicarci fino alla torre, in cima alla quale si può godere un panorama straordinario, com’è giusto che sia, essendo una torre di avvistamento. L’isola di Capri, con la vista, nettissima, dei Faraglioni. E, dalla parte opposta, l’Isca e Li Galli.
Ci sono tornato, un paio di anni fa. La scala di pietra che dava accesso al grande stanzone della torre, da cui poi si saliva con un’altra scala interna sulla terrazza, era stata demolita e rimossa. Scala che, io ritengo, fosse coeva alla torre medesima, e quindi databile intorno al ‘500 se la memoria delle vicende storiche mi aiuta. Un grande dispiego di filo spinato, steso in più linee parallele, praticamente dappertutto. A metà del sentiero, tra torre e mare, una grande casa colonica, di cui non avevo alcuna memoria, che si dichiara sede di un frantoio oleario, tutto a nome di un fantomatico F.A.I., Fondo ambiente italiano.
Perché non si ha l’umiltà di andare a vedere cosa si fa all’estero in materia di protezione dell’ambiente? Alle isole Porquerolles, per esempio, in Costa Azzurra, per impedire che le ancore degli yacht alla fonda danneggiassero le praterie di posidonie, habitat di organismi marini preziosi, sono stati messi a disposizione dei gavitelli, fissati al fondo marino con delle spirali di acciaio avvitate in profondità nel suolo. Non si è vietato tutto a tutti!
Passammo una notte d’inferno, sballottati dal vento e strattonati dalle cime che avevamo fissato alla parete di roccia, per non correre il rischio di essere mandati alla deriva.
L’alba fu una liberazione, e ci vide, in pochi minuti, a vele spiegate verso la Corsica, non lontana, “Ile de beauté”…

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