I legni in fondo al mare

Quei legni preziosi in fondo al mare

di Maurizio Bizziccari
Problemi e difficoltà per il recupero delle navi romane adagiate sui fondali del Mediterraneo evitando il collasso del legname impregnato d’acqua. L’archeologia navale nasce nel 1950 quando Nino Lamboglia esplorò al largo di Albenga una nave oneraria lunga quaranta metri. Il metodo di conservazione del restauratore salernitano Giovanni Gallo. L’unica Soprintendenza del mare è in Sicilia, nata per iniziativa di Sebastiano Tusa. I numerosi ritrovamenti sottomarini a Ostia, Pisa, Olbia, alla Maddalena, nel lago di Nemi, al largo di Grado e a Napoli

Il ritrovamento di un relitto spesso può rappresentare una “tragedia”, una delle peggiori che possano capitare a un malcapitato archeologo. Se poi i relitti sono più d’uno (due come a Ostia, tre come a Napoli, diciotto come a Pisa o ventiquattro come a Olbia) le “sciagure” sono tante quanto il numero delle imbarcazioni, considerato il contesto in cui operano le soprintendenze sempre più lontano da uno standard accettabile, con le carenze e i problemi di sempre. Affrontare sfide tecniche già di per sé di frontiera spesso significa la disperazione per gli archeologi. Per questo quasi sempre si preferisce la ricopertura del sito senza procedere allo scavo o, quantomeno, senza asportarne i relitti anche perché si è di fronte a due dei più spinosi problemi dell’intera materia archeologica, il recupero e il trattamento conservativo.
Nonostante l’indubbia evoluzione della disciplina, ancora oggi manca in Italia un sistema organizzato per la ricerca e la gestione dell’immenso patrimonio di beni culturali sommersi. Le soprintendenze fanno quello che possono (con mezzi quasi inesistenti), ma ognuna fa per sé, manca un coordinamento. Unica eccezione la Sicilia dove, nel 2004, grazie all’archeologo Sebastiano Tusa, è stata creata la prima e finora unica Soprintendenza del Mare.
Di archeologia subacquea in Italia si comincia a parlare nel 1950, quando l’archeologo Nino Lamboglia, nei fondali di Albenga esplorò uno dei relitti più grandi mai rinvenuti: una nave oneraria di epoca romana lunga quaranta metri e larga dieci, con un carico stimato di diecimila anfore. L’impresa ebbe una vasta eco, nonostante l’inadeguatezza dei mezzi di allora (e l’uso sconsiderato di una benna per recuperare i reperti). Quello che è rimasto dello scafo rimane sepolto sul fondo a 42 metri. Sempre Lamboglia, nel 1958, condusse le prime indagini sistematiche sul relitto di Spargi, nell’arcipelago della Maddalena, che rivoluzionarono la documentazione archeologica subacquea con il rilievo con quadrettatura e fotomosaico.
Non esisteva ancora la figura dell’archeologo subacqueo e l’archeologia ufficiale iniziava appena ad aprire gli occhi: non si era a conoscenza dell’enorme quantità di testimonianze da recuperare, studiare, restaurare e musealizzare o, in alternativa, da lasciare (con adeguata tutela) in fondo al mare.
C’è poi un problema di come conservare il legno bagnato, singoli manufatti o interi relitti. A partire dagli anni Cinquanta, sono stati gli svedesi ad affrontare il problema in maniera sistematica, con il sistema basato sull’utilizzazione del PEG (glicole polietilenico). I primi trattamenti su grande scala furono quelli effettuati sulle navi vikinghe e sul Vasa, la sfortunata nave ammiraglia della Marina reale svedese affondata nel 1628 nel porto di Stoccolma durante il viaggio inaugurale.
In Italia, di recupero e consolidamento delle parti in legno si comincia a parlare – se si escludono le due imbarcazioni antiche recuperate negli anni Trenta dal lago di Nemi e andate distrutte durante la guerra – con le navi romane trovate nel 1958 a Fiumicino durante la realizzazione dell’aeroporto e conservate nel Museo della Navi realizzato sul posto, ma ora chiuso per una interminabile ristrutturazione.
201509-11Nel Museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala è esposto il relitto della Nave punica (III sec. a.C.) recuperato tra il 1971 e il 1974 dall’archeologa inglese Honor Frost. La “Julia Felix”, come fu battezzata l’oneraria di III sec. d. C. rinvenuta praticamente intatta nel 1987 al largo di Grado, è stata recuperata nel 1999 in duemila pezzi, tutti trattati poi con PEG: lo scafo è ancora in attesa di essere riassemblato. Il relitto di Monfalcone, rinvenuto nel 1972, relativo a una nave del II sec. d. C. di cui si è conservato soltanto il fondo, è in restauro da anni: i legni trattati con il PEG hanno collassato, mostrando tutte le controindicazioni di quel tipo di trattamento.
Per l’eccezionalità del suo carico ritrovato per intero è stato chiamato “Fortuna Maris” il relitto del I secolo a. C. scoperto a Comacchio e recuperato nel 1989, anch’esso a suo tempo trattato con PEG. E’ chiuso in un guscio di resina ormai da quindici anni e nessuno sa dire in che condizioni si trovi. Le ultimissime notizie dicono che l’amministrazione comunale è “a caccia” di 1,2 milioni di euro per finanziare il progetto di recupero presentato dal laboratorio “Legni e Segni della Memoria” di Salerno con il metodo di trattamento ideato dal restauratore Giovanni Gallo che finalmente apre un futuro sostenibile al restauro e alla musealizzazione.
La nave greca di Gela (VI sec. a. C.) lunga venti metri, individuata nel 1988, un vero e proprio mercantile, è un documento straordinario anche sotto il profilo della tecnica di costruzione, con lo scafo “cucito”, ovvero tenuto assieme con fibre vegetali. I pezzi recuperati sono nei laboratori di Portsmouth (noti per avere restaurato con PEG il “Mary Rose”). A Napoli, piazza Municipio, nel 2004 durante lo scavo per la metropolitana vengono recuperati tre relitti di navi di epoca imperiale romana: così come sono stati trovati, si conservano in un capannone a Piscinola, entro gusci di gomma e vetroresina, ancora in attesa di restauro e di destinazione. Il relitto di nave oneraria romana del III secolo d. C. recuperato dalla Soprintendenza del Mare a Marausa sulla costa trapanese, il più grande dell’epoca mai tirato fuori dal mare, è un gigante lungo oltre venti metri e largo nove, recuperato pezzo a pezzo. Il restauro, effettuato con il metodo del tutto innovativo dal laboratorio “Legni e Segni della Memoria”, è terminato con successo e il relitto verrà esposto a Marsala in compagnia della Nave punica. Altra storia quella delle navi antiche di Pisa, scoperte nel 1998. Per il gran numero di relitti rinvenuti, si parlò di “Pompei del Mare”, ma sono passati 17 anni dai recuperi e, nonostante gli annunci, nessuno scafo è stato definitivamente riassemblato. Senza contare, infine, centinaia di altri relitti individuati e censiti dal Ministero. I relitti rimasti in acqua o in ambiente umido hanno subito la modificazione e il deterioramento del legno con un degrado indicato da un “massimo contenuto d’acqua” (MWC%), con cui si definisce l’umidità contenuta nel legno espressa dal rapporto tra il peso del legno quando è asciutto e l’acqua che contiene. Per capirci, nel legno dei mobili delle nostre case tale rapporto, con un’umidità ambientale intorno al 65 per cento, è del 12/14 per cento. Nei legni dei relitti appena usciti dall’acqua, il parametro MWC% varia dal 400 al 700 per cento, per cui sono le stesse molecole dell’acqua che sorreggono la struttura legnosa. Il problema allora è come togliere tutta quest’acqua senza far collassare il legno causando la distruzione del reperto. La molecola del legno somiglia a un chicco di riso vuoto all’interno, caratterizzata, quindi da una cavità cellulare che, nel caso del legno bagnato, diventa addirittura una caverna. Con il collasso delle pareti cellulari delle molecole del legno, conseguente a una rapida disidratazione, si avrebbe una riduzione volumetrica fino a dieci volte: una devastazione! Per cui, tutte le tecniche di restauro del legno bagnato mirano a impedire il collasso delle cellule imbevute d’acqua che ne compongono la struttura.
La tecnica finora più sperimentata è quella che prevede la saturazione del legno con PEG, che penetra lentamente sostituendosi all’acqua. Il trattamento, molto lungo (circa cinque anni, essiccazione esclusa, per spessori sopra i 15 cm), scurisce e rende il legno caramelloso; inoltre il risultato non è definitivo perché lo stato finale del legno rimane instabile. Per alcuni relitti recuperati interi è stato utilizzato il metodo del “guscio chiuso”: un involucro di vetroresina nel quale si pompa a pressione una soluzione di PEG e acqua calda. Per i reperti di non grandi dimensioni nel cantiere delle Navi antiche di Pisa si è usata la colofonia, la resina di pino, nota come pece greca: la lavorazione è piuttosto breve (dai due ai cinque mesi di bagni, altrettanto di asciugatura), ma il legno, anche se si mantiene stabile, cambia natura, diventando pesante e scuro. Ora a Pisa si è passati all’impregnazione dei legni con kauramina (brevetto della società tedesca BASF), che sembra funzionare. C’è però una questione relativa ai principi del restauro in quanto il trattamento con kauramina è degenerante e irreversibile: il legno praticamente viene plastificato, sbianca e perde la consistenza naturale. Invece la storia dei relitti della Navi di Olbia è esemplare per dimostrare l’efficacia del metodo di Giovanni Gallo.
Nel 1999, durante i lavori di scavo di un tunnel nel porto, sono stati recuperati ben ventiquattro relitti. Si è trattato di uno dei casi più eclatanti nella storia dell’archeologia navale, non solo per le dimensioni e la spettacolarità dei reperti, ma perché fotografa due momenti cruciali di storia mediterranea: la fine dell’impero romano e la rivoluzione dei traffici marittimi con l’avvento delle Repubbliche marinare. Per il recupero è stato usato il sistema dello smontaggio in scavo, mentre il trattamento conservativo è stato condotto con il metodo Gallo, a cui – come sostiene il responsabile scientifico delle Navi di Olbia, Rubens D’Oriano – va tutto il merito di averci restituito, al contrario di quanto avviene con il PEG, del legno in tutto simile, per aspetto, caratteristiche fisiche, strutturali e flessibilità, al materiale originario: “dopo il trattamento si è ottenuto del legno e non altro ”. Ora nel nuovo Museo archeologico di Olbia, realizzato in meno di sette anni (un record anche questo!), sono esposti tre relitti, due di epoca romana e uno medievale. L’elemento cardine del trattamento “Gallo” è l’essiccamento ottenuto con la disidratazione in camere ipobariche (sottovuoto), dove a 80 millibar di pressione l’acqua bolle a 40 gradi. Si elimina così tutta l’acqua senza collasso del legno. Per legni spessi tre centimetri e lunghi un metro il trattamento in camera ipobarica dura una decina di giorni; per i pezzi più grandi un mese. Partendo da contenuti d’acqua del 600/700 per cento si finisce a valori intorno al 20/25 per cento. I reperti con un MWC% superiore al 700 per cento sono impregnati con una soluzione di carboidrati complessi che si usano nell’industria alimentare, affini a quelle perse dal legno. L’ultima fase del trattamento è quello delle celle climatizzate per mantenere i legni a temperatura e umidità costanti, pronti per essere musealizzati.

Nella foto: Museo archeologico di Olbia: sono esposti tre dei ventiquattro relitti, ritrovati nel 1999 durante la costruzione del tunnel sub urbano. due sono di epoca romana (V secolo d. C.) uno medievale, attualmente nel museo è esposto anche l’unico albero di nave romane esistente al mondo. Nella foto la chiglia lunga 16 metri in legno di cipresso, la parte curva costituisce una parte di ruota, probabilmente, di prua, la parte ritrovata del relitto misura sedici metri per otto.

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Un commento su “I legni in fondo al mare

  1. Giovanni Gallo 29/09/2017 at 8:33 - Reply

    Grazie! Maurizio Bizziccari. Grazie e ancora grazie, mi gratifichi con la tua gratuità: grazie. E’ Grazia.

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