I pirati al tempo di Tucidide

– di Raffaele Gargiulo

Prima che nei Caraibi, le scorrerie corsare sono avvenute nel Mediterraneo. Lo storico e stratega greco racconta come i più abili marinai si dessero alle razzie, favoriti dalle isole e dai golfi che offrivano opportuni rifugi.
Le campagne navali dei Romani e la protezione delle rotte commerciali verso l’India e la Cina. La guerra vinta da Pompeo Magno contro i corsari della Cilicia. Il successo dell’ammiraglio Vipsanio Agrippa che liberò il Tirreno e l’Adriatico dai predatori del mare.

Quando si parla di pirateria l’immaginario collettivo l’associa ai Carabi ma, nonostante questa percezione, il fenomeno ha origini ben più antiche trovando nel bacino del Mediterraneo le sue fondamenta. Di pari passo con lo sviluppo della navigazione, sin dagli albori, anche la pirateria nel Mediterraneo si è sviluppata grazie alla miriade di isole e golfi, che costituivano sicuro rifugio per le imbarcazioni, e alla vastità del mare che consentiva ai più scaltri e audaci di predare con le più ampie garanzie di impunità. Quasi tutte le popolazioni marinare dell’antichità classica ebbero delle frange dedite alla pirateria. Tucidide racconta che i più abili nella navigazione si erano dati alla pirateria “procurandosi così la maggior parte dei loro mezzi di sussistenza”, e che questi successi, lungi dall’essere biasimati, avevano anzi contribuito a dare ai pirati un’aurea di gloria tra gli Elladi e i Fenici.
Le grandi potenze navali del tempo cercarono di imporre a quelle rivali la rinunzia alla pirateria in determinate aree allo scopo di rendere sicuri i commerci, come fecero i Cartaginesi nel loro secondo trattato con i Romani (IV sec. a.C.), ma ciò non poté evitare che gli arrembaggi continuassero altrove. Vennero anche condotte delle frequenti campagne navali contro i pirati da parte delle maggiori flotte da guerra, come quelle degli Ateniesi, dei Rodii, degli Alessandrini, ma sempre in aree piuttosto circoscritte e con scarsi risultati.

Gli Ateniesi dedicarono un tempio agli dei Castore e Polluce che avevano liberato la loro città dai pirati. Eumeo, servitore fedele di Ulisse, venne rapito dai corsari fenici e ridotto in schiavitù. La principessa Issipile, figlia del re di Lemno e nipote di Dioniso, fu catturata dai pirati e venduta. Al dio Imene, che presiedeva i matrimoni, veniva attribuita la liberazione di alcune fanciulle rapite dai pirati. Anche Bellerofonte, figlio di Glauco, risultava aver sgominato una masnada di delinquenti che infestava le acque della Caria. La ninfa Pimplea venne rapita dai pirati e tenuta prigioniera in Frigia, ove si recò a liberarla il pastore siciliano Dafni, figlio di Mercurio, a sua volta salvato dall’intervento di Ercole. Lo stesso semidio dovette compiere la sua ultima fatica nel giardino delle Esperidi uccidendo i pirati che tenevano prigioniere le figlie di Atlante.
La fama e l’audacia dei pirati nell’Ellade era talmente radicata che venne immaginato perfino un loro empio tentativo di catturare una divinità maggiore qual è Dioniso che tuttavia con i poteri sovrannaturali terrorizzò gli assalitori trasformandoli in giocosi delfini.
Quanto ai Romani è nota la loro concretezza nel risolvere i problemi. Lo scopo essenziale era rendere sicure le acque per consentire un commercio marittimo sicuro al fine di rifornire l’Urbe. Negli annali di Roma i pirati apparvero intorno al IV secolo a.C., ma la prima vera minaccia agli interessi romani si verificò nel secolo successivo ad opera di Teuta, regina degli Illiri, che permise ai suoi di pirateggiare nell’Adriatico contro il traffico mercantile delle marinerie italiche. Fallita la trattativa diplomatica, Roma intraprese la prima guerra illirica (229-228 a.C.) inviando oltremare una flotta di 200 navi e costringendo la regina a limitare i movimenti delle proprie navi.

Un secolo dopo, diversi sovrani usarono più spregiudicatamente la pirateria, a sostegno indiretto delle loro mire espansionistiche ed aggressive, costringendo Roma a vere e proprie campagne navali per combattere il flagello della pirateria. Nel tempo ci furono le seguenti campagne: la II guerra mecedone (200-197 a.C.) contro il predone Dicerco d’Etolia; la guerra spartana (197 a.C.) contro i pirati cretesi assoldati da Nabide, tiranno di Sparta; la guerra siriana nell’Egeo (191-190 a.C.) contro il pirata Nicandro; contro la pirateria esercitata dai Liguri nel Mediterraneo Occidentale (182-181 a.C.); contro gli Istri e gli Illiri nell’Adriatico e nel Mar Ionio (178-168 a.C.); contro la pirateria esercitata dalle popolazioni baleariche lungo le rotte della Spagna (123-122 a.C.); le guerre servili contro Cleone nella prima guerra (135-132 a.C.), Atenione nella seconda (104-101 a.C.) e Spartaco nella terza (73-71 a.C.); la guerra Sociale (90-89 a.C.) contro il capo-pirata Agamennone; la guerra Sertoriana (81-72 a.C.), sempre contro Agamennone, in Spagna.

Nonostante i successi conseguiti dalle flotte romane, l’ampia dispersione del nemico e la sua natura sfuggente non consentirono ad alcuna delle predette operazioni di eliminare in modo permanente l’aggressività della pirateria cilicia. Per tale motivo, non appena ne ebbero la possibilità, essendo finalmente liberi da impegni interni ed esterni particolarmente impellenti, i Romani attribuirono la massima priorità alla guerra contro i pirati, dedicandovi tutte le migliori risorse. Investito del comando supremo e dei poteri eccezionali, disponendo di 500 navi da guerra, Pompeo Magno suddivise il Mediterraneo in 13 aree di responsabilità per eseguirvi i rastrellamenti. Avviata l’operazione, mentre tutte le aree venivano perlustrate contemporaneamente, Pompeo con 60 navi fece dei controlli nelle aree strategicamente più importanti di entrambi bacini del Mediterraneo, iniziando da ponente e portandosi poi verso levante fino alle acque della Cilicia, ove erano affluite tutte le navi pirate sottrattesi ai pattugliamenti romani.
Sbaragliata quella flotta in battaglia navale, furono catturati o incendiati tutti gli scafi dei nemici e distrutti gli insediamenti a terra. La guerra fu portata a termine in meno di tre mesi (primavera-estate 67 a.C.) e liberò definitivamente il Mediterraneo dalla pirateria cilicia e, come venne ufficialmente riconosciuto, restituendo ai Romani l’imperium maris.

Questo non vuol dire che in epoca romana il Mediterraneo rimase, dopo Pompeo, sempre esente da qualsiasi forma di pirateria. Il dominio del mare doveva essere esercitato con un’azione di vigilanza e di dissuasione adeguatamente estesa, credibile e a carattere continuativo. Lo comprese perfettamente Ottaviano Augusto, ben consigliato da Marco Vipsanio Agrippa, che si dimostrò il più grande ammiraglio di tutti i tempi. Quest’ultimo, dopo aver costruito, armato e addestrato una nuova flotta perfettamente efficiente, liberò il Tirreno e il mar Siculo dalla rovinosa pirateria orchestrata da Sesto Pompeo (37-36 a.C.), liberò anche l’Adriatico dalla pirateria esercitata dai Liburni a partire dal golfo del Quarnaro (35-33 a.C.), e poi, avendo conseguito con la vittoria navale di Anzio l’instaurazione della pace sulla terra e sui mari (29 a.C.), pose le fondamenta per l’istituzione, da parte di Augusto, delle flotte imperiali permanenti, distribuite nelle principali basi navali dell’Impero. Furono queste flotte, con il loro incessante servizio, a inibire il rifiorire della pirateria e ad assicurare la tutela della legalità in mare secondo la legge di Roma, che garantiva a tutti la libertà della navigazione.
Nel periodo dell’alto Impero, gli inevitabili tentativi di ricostruire qualche forma di pirateria organizzata furono numericamente trascurabili ed ebbero vita breve. In quella stessa epoca, se i mari che bagnavano le coste dell’Impero erano accuratamente controllati dalle flotte romane, lo stesso non poteva avvenire lungo le rotte commerciali esterne, come quelle verso l’India e la Cina. Per i viaggi nell’oceano Indiano, che avevano frequenza annuale (essendo cadenzati secondo i monsoni), le navi romane venivano dotate di coorti di arcieri incaricati di respingere i frequenti attacchi dei pirati.

La capacità delle flotte romane di garantire la sicurezza della navigazione iniziò a deteriorarsi con l’avanzare della decadenza e questa fu, a sua volta, causa e conseguenza delle invasioni barbariche, visto che la penetrazione dei Goti iniziò con delle incursioni navali di stampo piratesco dal mar Nero verso l’Egeo, in assenza di un idoneo contrasto. L’imperatore Costantino inflisse il colpo di grazia alle forze preposte alla difesa dell’Occidente, disarmando Roma e l’Italia, e portando con sé, a Costantinopoli, le migliori risorse navali (330).
Tre soli imperatori bizantini avviarono delle spedizioni navali contro i Vandali: Teodosio II, la cui imponente forza navale non andò oltre la Sicilia (441); Leone la cui grande flotta fu incendiata dal nemico (471); e infine Giustiniano, le cui forze poderose, imbarcate su 500 navi (di cui oltre 90 da guerra), affrontarono i Vandali con un secolo di ritardo, annientandoli, ma lasciando l’Africa del Nord spopolata (534).
La successiva vittoria nella guerra Gotica e il conseguente ritorno temporaneo dell’Italia nella sfera dell’Impero (553) consentì ai Bizantini di consolidare un parziale recupero del dominio del mare e li pose al riparo da significative minacce dei pirati, sia dall’atipica pirateria barbarica, orientata quasi esclusivamente verso i saccheggi delle coste, sia da parte di quella classica, prevalentemente votata agli abbordaggi in mare. Va peraltro osservato che con il drammatico impoverimento generale del nord-Africa e di tutte le altre coste del Mediterraneo, si era praticamente azzerato l’incentivo a intraprendere l’attività fuori legge dei pirati, essendo svanite le speranze di ricavare lauti guadagni dalle rapine in mare, visto che i traffici commerciali marittimi si erano ridotti a livelli minimi rispetto al periodo aureo dell’alto Impero.

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