I viziosi festini di herr Allers a Capri

– di Giuseppe Aprea

Il celebre e ricco pittore tedesco, che aveva ritratto il cancelliere von Bismark, si costruì un villa a Tragara ospitandovi la colonia germanica dell’isola tra sbronze e amori con i ragazzi capresi. Il suo preferito era “Mezarecchia”, un giovane di Marina Grande. L’originale carnevale del 1899 in onore di un grosso maiale cui diede il nome di Conte. La scoperta delle “giornate proibite” e l’arrivo dei gendarmi. Una soffiata di donna Lucia Morgano favorì la fuga dell’artista su una barca che partì da una insenatura dietro i Faraglioni e puntò verso il golfo di Salerno. Girò il mondo per dodici anni sotto falso nome prima di morire a Karlsruhe. La condanna in contumacia a quattro anni e mezzo di carcere.

200907-9-1mOgni volta che gli otto remi affondavano nell’acqua, miracolosamente all’unisono, la barca scattava in avanti come se il diavolo in persona le soffiasse nella poppa. E ad ogni balzo il pittore tedesco Christian Allers, unico passeggero seduto a bordo, stringeva nervosamente le mani intorno al pomo d’avorio del bastone su cui teneva poggiato il mento. Lo sguardo, fisso, stringeva in un abbraccio una figurina d’uomo in lontananza, ormai irrimediabilmente sbiadita.
L’ultimo dei suoi giovani amanti dell’isola.
Conosci la terra dei limoni in fiore, dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, dal cielo azzurro spira un mite vento, quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse? Laggiù, laggiù io andare vorrei con te, o amato mio!
Chissà se i versi immortali di Goethe, che tante volte sua madre gli aveva recitato, vennero ad attenuare per un attimo il flusso vorticoso dei suoi pensieri…
Chi può dirlo. Forse invece furono assai più prosaici e angosciosi ragionamenti a conquistare la mente dell’uomo, mentre la barca, con la prua rivolta al golfo di Salerno, era già più vicina alla meta di quanto non fosse il punto donde era salpata, la piccolissima insenatura appena dietro ai Faraglioni che gli abitanti di Capri chiamano ancora “il porto di Tragara”.
I giorni in cui si svolgevano i fatti che si vanno narrando sono quelli drammatici del dicembre 1902:
Allers fuggiva dall’isola, braccato dai gendarmi, per sottrarsi alla terribile infamia di un arresto con l’accusa di violenza sui minori.

Tragara. Si può dire che quel luogo avesse cominciato ad esistere per davvero da quando, più di dieci anni prima, Christian Wilhelm Allers era giunto a Capri. Appena trentacinquenne, era già ricco e famoso in tutta la Germania soprattutto per essere stato l’unico artista – lui che soprattutto era un disegnatore – ammesso al cospetto di quel personaggio tanto austero quanto temuto che rispondeva al nome di Otto von Bismark. Costui, non più “cancelliere di ferro”, com’era chiamato nel suo periodo di massimo potere, e anzi da tempo in contrasto con il nuovo imperatore Guglielmo II, si era ritirato nella sua tenuta di Friedrichruhe e nessuno pareva poter penetrare quella sua rancorosa solitudine.
Ebbene, Allers c’era riuscito tanto bene che si diceva addirittura che Bismark fosse stato così entusiasta dei ritratti eseguiti da aggiungere alla ricompensa pattuita per ciascuno di essi un pregevole bastone in ebano dall’impugnatura d’avorio…
La villa di Allers a Tragara, realizzata appunto grazie al danaro ricavato dalla fortunata pubblicazione di quei ritratti, era stata inaugurata con un grande ricevimento il 15 di aprile del 1893. E questa data, proprio in virtù della grandiosità dell’evento, per gli anni a venire lasciò chiara traccia di sé nella memoria collettiva della numerosissima colonia germanica che già da tempo risiedeva nell’isola. In quella Klein-Deutschland bagnata dalle acque del Mediterraneo in cui a quel tempo si era travestita Capri, si era infatti radunata una folta e variopinta pattuglia di giovani e maturi cultori della Aalsuppe amburghese, la favolosa zuppa di anguille, e naturalmente dei Sauerkraut, i famosi crauti di Germania.
Ufficialmente, tutti i componenti di quella minuscola enclave tedesca dichiaravano di trovarsi lì, così lontano da casa, unicamente per motivi di salute. Indotti dal medico a rifugiarsi nel sole del sud onde trovare sollievo da una vecchia artrosi o per guarire da una asma sempre più fastidiosa. Ma la verità era che la maggior parte di essi aveva, per quel periodo della propria vita, un programma ben preciso:
dedicarsi a tempo pieno, ed in totale libertà, alla cura dello spirito e del corpo in tutte – assolutamente tutte – le umane accezioni.

Ivi comprese quelle che – come l’omosessualità – nell’austera Germania di Bismark, come del resto nell’Inghilterra vittoriana, erano assolutamente maltollerante dalla società cosiddetta “benpensante”.
Soprattutto quando manifeste, s’intende. In quel caso, anzi, punite con il carcere duro. Christian Allers era appunto omosessuale.
E fin dai primi tempi della sua permanenza nell’isola ebbe amanti capresi.
Si può dire che in quel tempo a Capri i tedeschi, forse più che gli altri residenti stranieri (c’era anche una folta e qualificata colonia anglo-americana) la facessero un po’ da padroni. E anche che il progresso dell’isola – fosse anche solo l’aggiusto di una stradina, il restauro dell’organo della chiesao la dote ad una promessa sposa dipendesse spesso soprattutto dalla loro generosità, dal momento che le casse del Comune erano costantemente sofferenti. In cambio di quel che davano, però, essi trovavano un po’ dovunque nell’isola facile alimento alla loro ricerca di felicità. Era sufficiente che s’inerpicassero su per i dolci declivi che un “tedesco”- Gregorovius aveva cantato. E che respirassero quell’aria. Bastava che s’immergessero per qualche attimo nella magica grotta che ancora un “tedesco” – Kopisch – aveva battezzato azzurra, o che semplicemente varcassero il portone dell’albergo di via della Strettola, il Pagano, e lì sedessero nella grande sala da pranzo lasciando andare lo sguardo tutt’intorno. Chi mai, se non “tedeschi” come Hoffmeister, Streitenfeld e Rettich poteva averne adornato con tanta creatività e maestria le pareti?
C’erano poi due luoghi in cui dei sudditi del kaiser potevano dire di sentirsi non solo a loro agio, ma addirittura meglio che a casa propria. Soltanto due in tutta l’isola.
Uno di questi era Villa Tragara, la grande dimora di Allers, l’altro il caffè di donna Lucia Morgano, che non a caso aveva preso il nome di Hiddigeigei, gatto letterario nato (manco a dirlo) dalla fantasia di un tedesco.

La presenza del pittore, che aveva cominciato a dividere la sua vita tra Karlsruhe, dove aveva messo su uno studio, e la sua isola d’adozione, era infatti per la tedescheria di Capri garanzia di festa e divertimento. In occasioni speciali, sebbene a cadenza annuale come il 27 gennaio, lo stendardo imperiale sventolante sulla cupola dello studio, nella villa, segnalava a tutti che era il Kaisersgeburstag.
Ecco: quell’importante ricorrenza, ad esempio, era l’occasione per una grande sbronza collettiva a casa Allers, in quanto i brindisi per augurare lunga vita al kaiser il giorno del suo compleanno “dovevano” essere ripetuti più e più volte. Naturalmente solo per esser certi che sortissero un benefico effetto superando la distanza tra Capri e Berlino…!
Molto spesso, però, gli inviti non contemplavano semplicemente un drink, ed era allora che dagli inservienti della villa veniva issata la bandiera della città di Amburgo e, sotto di essa, lo stendardo nobiliare del cancelliere Bismark. In qualunque circostanza, comunque, tutti gli illustri ospiti di Villa Tragara venivano invitati ad apporre la loro firma in un grande Gästebuch/Libro degli Ospiti. Lo fece, fra gli altri, il poeta Klaus Groth che Allers aveva conosciuto a Kiel quando, giovanissimo, aveva prestato servizio nella Marina di Germania.
Lo fecero con mano alquanto incerta anche i convenuti per la festa di Carnevale del 1899 che, invitati dall’artista tedesco alla cerimonia in suffragio di un “povero estinto” di nome Conte, si presentarono rigorosamente vestiti di nero. Solo che il defunto altri non era che il più grasso dei maiali dell’isola, ucciso com’era consuetudine nel cuore dell’inverno e in segno di riconoscenza, in sala da pranzo, Conte ricambiò (involontariamente) la devota attenzione ricevuta concedendosi anima, e soprattutto corpo, ai partecipanti all’allegro rito…
Ma nel Libro della Villa non c’erano solo le formule di saluto e di ringraziamento al premuroso ospite di celebri poeti o di allegri buontemponi: c’era tra le altre firme, ma ripetuta più e più volte, anche quella di “mezarecchia”, il giovane di Marina Grande che era diventato il preferito di Allers e a cui i compagni avevano perciò affibbiato quel soprannome. Uno dei tanti, si mormorava in paese. Uno dei ragazzini sempre più giovani che – aggiungevano quelli più informati – ormai erano visitatori abituali di villa Tragara, dove terribili ed irripetibili cose si svolgevano. E non solo di sera, ma persino in pieno giorno. Organizzate dal padrone di casa ma con la partecipazione di altri suoi amici. Poco alla volta quel mormorio si fece vocìo. Un vocìo sempre più insistente, e infine rabbioso.

Forte abbastanza da toccare gli istinti delle madri, da attirare l’attenzione dei maestri, nelle aule scolastiche sparse qua e là per l’isola. Forte abbastanza da raggiungere alla fine le orecchie di chi aveva il compito di sorvegliare sulla pubblica moralità, cioè il parroco e il capo dei gendarmi. Apparentemente ignaro o forse semplicemente indifferente ai sospetti che si andavano accumulando sul suo conto, Christian Wilhelm Allers continuava a girare per l’Europa confermandosi lo straordinario disegnatore che era, senz’altro uno dei più famosi del suo tempo. A Capri (così come ad Ischia o a Napoli) il soggetto preferito della sua matita diventò quel variopinto universo ch’era sotto i suoi occhi, in cui si muovevano donne e uomini inesorabilmente diversi per condizione sociale e per cultura, eppure misteriosamente attratti gli uni verso gli altri. Sono quelli i volti dei personaggi che compaiono tra le pagine di due tra le sue più belle raccolte:
“Capri”, del 1892 e “La Bella Napoli”, del ’93. Ricchi borghesi del nordeuropa e aitanti marinai, loquaci nobildonne e vetturini faceti, e poi preti, facchine, gendarmi col pennacchio, giovani danzatori di tarantella e vecchie filatrici. Disegnati in nero, in sanguigna, in blu: con un tratto che si avvolge su sé stesso e corre in su e in giù come il capo di una matassa di fil di ferro. Che alla fine, però, rotola ubbidiente nelle mani dell’artista, seguendolo in via Hohenzollern fino al Quisisana, scendendo con lui fino alla Marina Piccola. Accompagnandolo per riposarsi fin dentro il caffè di donna Lucia proprio nel preciso momento in cui Teresina, la cameriera, è intenta a portare in sala un vassoio con un bel fiasco di vino di Capri e tre accoglienti calici.

Di quel colto e cosmopolita popolo di vacanzieri che animava allora le case e la piazza dell’isola, donna Lucia dell’Hiddigeigei era la regina, l’imperatrice, la gran cancelliera.
Di tutti era l’amica premurosa, l’ostessa generosa, la madre severa ma pronta al perdono. Di Giuseppe Morgano, commerciante di antica discendenza toscana, donna Lucia, che da signorina si chiamava Iuliano, era invece la seconda moglie già dal 1879. Insieme al più maturo marito aveva preso in gestione, appena un po’ di tempo dopo che la piazza e la strada che da essa conduceva alla Certosa erano state finalmente pavimentate con dei basoli, un caffè poco distante dall’albergo Pagano che aveva preso il nome di “Zum Kater Hiddigeigei”.
Il caffè/birreria dei coniugi Morgano e la locanda della famiglia Pagano, poco distante, avevano forse una sola cosa in comune, ma era probabilmente ciò che aveva fatto la fortuna di entrambi. Erano i tavoli. Lunghi, stretti quanto bastava per esaltare la vocazione conviviale del luogo, i tavoli dell’Hiddigeigei erano sufficienti ad accogliere un bel numero di clienti tutti insieme. Singoli avventori, coppie di innamorati, allegre congreghe e militari in congedo: ognuno trovava senza troppi intoppi la propria dimensione e la propria intimità. Poeti e vagabondi, comunisti, anarchici, esuli senza patria, ricchi banchieri e donne fatali: tutti parlavano con tutti e le parole, mescolate alle risate ed al fumo dei sigari, volavano via libere. Del tutto libere. Parole di passione, segreti confessati, deliri di ubriachi.
Più tardi, all’uscita, nel libro degli ospiti ognuno lasciava in prosa od in versi una lode a Lucia ed alla sua bellezza. E a questo proposito bisogna dire che nessuna lingua, pur misteriosa che potesse apparire al primo suono, risultava mai del tutto sconosciuta alla signora Morgano ed a suo marito.
Erano capaci con la massima disinvoltura di rivolgersi in russo a Massimo Gorkij e Maria Andreeva ed in perfetto tedesco a Hugo An dreae, il banchiere tedesco che si era appena costruita una villa nella zona di Tragara.

Così, non c’era fatto e fattariello che avvenisse a Capri e che riguardasse un forestiero che potesse sfuggire all’accorta vivandiera dell’Hiddigeigei. Ma la sua non era semplice curiosità – sia chiaro – perché ad esser curiosi son buoni tutti. Il fatto era che, partendo dal sacrosanto principio commerciale secondo cui non c’è cliente che non si possa accontentare con un po’ di buona volontà, né situazione, sia pur scabrosa, dalla quale non si possa guadagnar qualcosa, era evidente che nel suo mestiere bisognasse tenere sempre le orecchie bene aperte … In questo modo, tenendosi il più possibile aggiornata sui suoi avventori abituali, donna Lucia poteva permettersi di fornire a ciascuno i propri desiderata. Ivi compresi un consiglio, un prestito, il nome di una brava cuoca, l’indirizzo di un barcaiolo onesto o di un bravo chitarrista.
Per herr Allers, se solo avesse potuto, donna Lucia avrebbe voluto fare di più. Anche perché lo scandalo che aveva travolto l’industriale tedesco Krupp era troppo recente, e troppo doloroso, per poterne immaginare un altro uguale, in quel tremendo 1902 che non voleva saperne di andarsene via … Ma quel giorno, quel brutto giorno in cui da due gendarmi appena giunti da Napoli e capitati per caso all’Hiddigeigei aveva saputo del mandato di arresto spiccato contro l’artista di Tragara, non le era rimasto che poco da fare. Con un bicchiere di quello buono ed un sorriso dei suoi era riuscita a trattenerli il tempo sufficiente per inviare una persona di sua fiducia alla villa, ad avvertirlo della terribile minaccia che incombeva su di lui. Se fosse colpevole o meno, aveva pensato, la cosa non doveva riguardarla…

Andò così la storiaccia caprese che coinvolse Christian Allers ed un buon numero di cittadini dell’isola. Così o pressappoco così.
Fatto sta che al processo in contumacia che seguì quella fuga clamorosa, avvenne che quattro delle cinque famiglie i cui giovanissimi figli erano stati vittime delle violenze ritirarono le denuncie dopo aver accettato una somma di denaro.
La madre del quinto bambino, il cui padre era emigrato per la vergogna, tenne duro, anche per questo motivo, fino alla fine.
Con grande dignità. Ed il suo grande coraggio, unito alla testimonianza del maestro elementare Messanelli, che aveva convinto con le sue insistenze lo scolaro a confidarsi con lui, ed alle informazioni fornite dalla cameriera della villa, inchiodarono finalmente l’artista tedesco alle sue terrificanti responsabilità.
Per i suoi vergognosi misfatti, Allers non scontò però neanche un giorno dei quattro anni e mezzo di carcere cui venne condannato dal tribunale. Pagò solo in minima parte le sue colpe con un lungo esilio in terra straniera ed uno squallido, mortificante anonimato.
Per dodici anni girò infatti per il mondo facendosi chiamare William Andresen; nel 1915, scoppiata la grande guerra, rientrò infine a Karlsruhe e vi morì.
Donna Lucia Morgano fece invece in tempo a gettare lo sguardo anche nel secondo conflitto, vivendo
appieno la violenta trasformazione di quel mondo in cui era stata protagonista: morì nel 1943, nella sua casa caprese di via Croce. Se oggi il Grand-Hotel Quisisana, il più lussuoso dell’isola, appartiene ai suoi discendenti, il merito va soprattutto a lei.

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