Il bambino di Scario ha ottomila anni

– di Aldo De Francesco

La rivelazione di don Luigi Tancredi. Miti e leggende del borgo marino che chiude a ponente il Golfo di Policastro. Il naufragio e lo sbarco del greco Clistene fondatore della cittadina cilentana. Il soggiorno di Cicerone. Le Primavere Sacre. I racconti davanti al bar “Mosè” di Ciccio Caruso e Beppe D’Andrea.
Il tempo di “mamma li turchi”. La vigile collera di zi ‘Ntonio ‘u sacrestano sul turismo di massa. La suggestione delle cale disseminate lungo la costa della Masseta. Un paesaggio unico.

200905-10-1mNon so perché, ogni qualvolta torno a Scario ho sempre un’impressione nuova e indistinta di questo fantastico borgo marino che chiude a ponente il golfo di Policastro, quasi che la fantasia, alla ricerca di ritempranti miraggi, trovi stimoli e motivi irresistibili per smarrirsi.
A rifletterci bene, non poteva né può esservi sensazione diversa di fronte a un paesaggio che riserva spazi azzurri, maestosi e quieti, colline solcate da serti di ulivi secolari, un mare spesso color indaco, sorvegliato dalla gigantesca sentinella del Monte Bulgheria, un tempo covo di pirati e ricovero di anacoreti venuti da Oriente; oggi solenne testimone di età remotissime, su cui il geologo annora rigorosamente le stratificazioni del periodo cretaceo e le avventure dell’uomo.
Andando a zonzo, immagino che mi si pari incontro il compianto don Luigi Tancredi, storico del luogo, ieratico “sacerre” seicentesco paludato di stole il quale, sfogliando i suoi annali, prenda a raccontare imprese e vicissitudini di queste terre, perché nulla sia tralasciato al caso o a superficiali memorie. E pare che dica con gesto didascalico: “Sapete che a Scario è stata ritrovata, alla base di un focolare, nella grotta marina della ‘Molara’, una mandibola neandertaliana di un bambino di ottomila anni fa? Da queste parti visse l’uomo del neolitico”. E ancora: “Sapete che il greto del Busento nasconde il tesoro di Alarico?”.

Un universo di figure, storie, racconti e leggende che dispone a un accordo tra fantasia e ambiente in modo che memoria e geografia, uomini e cose, si sciolgano dal loro nodo oscuro, per rifarsi scoperta continua, pulsione spirituale. Ma i miti, insegna Eschilo, chiamano altri miti e non a caso si affollano qui all’alba del mondo e dai primi insediamenti, nel segno di un fascino totale.
Intorno all’anno Mille avanti Cristo fu così per gli antichi e forti popoli Sabelli, attratti nel golfo dalla mitezza della natura. Stessa sorte toccò a Clistene che, cacciato da Atene, alla ricerca di una nuova patria, fu sorpreso da una furiosa tempesta al largo della “Marina dell’Olivo” e, arenatosi sulla spiaggia, si acquartierò con un manipolo di fedelissimi, fondandovi l’antica Scario.
Leggende a parte, il turista più insigne e famoso del Golfo resta Marco Tullio Cicerone che, nell’agosto del 44 a.C., proveniente da Velia, dove si era recato per un periodo di cure, trovò oltremodo salutare trasferirsi a Scario; e mal gliene incolse ad allontanarsene perché un anno dopo i “killer” di Antonio, a Formia, lo calarono nella tomba.

Forse per questi fascinosi legami che appartengono alla italica storia dei piccoli borghi, tutto concorre a far dimenticare il ritmo ossessivo e caotico delle grandi città, con la loro vita omologante e monotona, riscoprendo il valore di civiltà perdute. E la stagione del disgelo, più di ogni altra propizia, riesce ad affascinare riportandoti magari al rito pagano delle Primavere Sacre, quando i primi abitatori del Golfo trasportavano sui lidi i loro armenti e, eretta l’ara alle divinità indigene, celebravano lo sposalizio con il mare. Una festa semplice che si ripete inconsciamente da millenni: carenare, riacconciare, riparare barche e trabiccoli in allegria è l’imperativo dei primi tepori che spingono le capre di Cucuccio e gli armenti fino al monte Piccotta, per poi gustare forti e profumati sapori di promiscue grigliate.
Il mare è tutto: ricchezza familiare, risorsa paesaggistica, storia di pesche miracolose, gioco di insenature e di baie, dove le parole dei luoghi, di volta in volta, prendono tonalità di colori intensi o addirittura segni mitologici che mi ricordano la tela di De Chirico, “L’enigma dell’Oracolo”, in cui, di fronte a un golfo indefinito, campeggia la figura emblematica di Ulisse che medita sui grandi e piccoli viaggi dell’esistenza.

Tutto questo testimoniano Cala Longa, Cala Monte Luna, Scoglio della Croce, approdi di fortuna disseminati, con sapienza divina, lungo la costa della Masseta, orgoglio pietrificato e sacrale di Scario.
Addirittura puoi sentire, sotto i palmizi, davanti al bar “Mosè” e a “‘u Zifaro”, il fascino di un lessico familiare che ha fatto e svolge la storia di Scario: argano, ciurma, sartiame di mezzana, varca, cambusiere, ù libàno, falanga.
Parole magiche di gente bruciata dalla salsedine e dai venti subdoli di Punta Infreschi. Ad ascoltarli pare, a volte, di rivedere i racconti di Herman Melville che, nell’esaltazione delle infinite risorse del mare, fanno affiorare, come messaggi di morte, frammenti di legni bruciati, chiodi contorti e putrescenti costole di qualche nave naufragata.
Ciccio Caruso, vecchio lupo di mare, dal volto corrucciato e ridente, alla “Bracciodiferro”, roteando gli occhi dietro spesse lenti racconta il calvario di quando si partiva “tria o quattru lambari, i minàichi cchiù arretu” per andare incontro a branchi di cefali, sfidando fame e buriane, con “sott’o vrazzu sulo ‘na mappata e ‘na giacchetta ppa notti”. E ancora l’agonia di un capitano bevitore, di lungo… sorso, tradito e strozzato nell’oceano da una lisca di baccalà.

Gli fa eco Beppe D’Andrea, rampollo di Guerino, che ricorda, per sentito dire, le traversate del nonno Giuseppe, capace di sfidare tutti i capricci del Golfo. A calcare le testimonianze da tregenda ci si mette Angelo, uno dei fratelli Frappaolo, adirato ancora con un vento “liggiero” e traditore che rischiò di fare inabissare a Punta Licosa un prezioso carico di alici. Roccuccio, intanto, se ne sta in disparte sulla panchina, ascolta “li cunti” con distacco, per non caricare di emozioni il suo cuore sgangherato, e non sa trattenere un sorriso canzonatorio.
A Scario il tempo possiede le sue significative scansioni anche nell’ordine edilizio che, sul lungomare e dintorni, conserva vicoli stretti, i tipici carruggi, di remota necessità ambientale, quando occorreva prepararsi a contrastare le invasioni notturne dei saraceni, e fargli la festa o purtroppo a riceverla.
Vespri e coprifuoco, dai tempi di “mamma li turchi” del Giudeo spietato e del Barbarossa, rimandano alle austere torri guardiane, vedette solitarie contro un doloroso passato dominato da incubi di vele rapaci e pirate, e soprattutto ai coraggiosi torrieri che le abitarono sospesi tra cielo, terra e mare, che la pietà di Angelo Guzzo ricorda in tutta la loro eroica esistenza nella “Rotta dei saraceni”, diario minuzioso di abitudini ed eroismi quotidiani che spesso salvarono intere comunità da bliz feroci.
Ecco perché il vecchio villaggio di pescatori, che ogni sera si “ammorrano”, come facevano i loro padri, vicino al sagrato della chiesa, continua a coltivare il mito di una comunità dal carattere indomito, passata tra eccidi e saccheggi: le vere graticole della storia.

Il simbolo di una genetica indipendenza resta per me zi ‘Ntonio ‘u sacrestano che, sotto un gigantesco cappellaccio, nei giorni di agosto di qualche anno fa, brontolava contro il turismo straripante:
“Criatù, stamm’a ssenda: futtitevenne re la genti ri fora, milanesi, frangisi, napulitane, re femmene cu le vunnelle corte e a faccia pittata, genti sconosciute ca chiama sassi i petri”.
Era naturale che questo paradiso del Basso Cilento divenisse un approdo ricercato, affollato soprattutto nei mesi estivi. Fortunatamente la ressa canicolare non ne ha snaturato il paesaggio.
Accanto ai vecchi cascinali sono sorti insediamenti e villaggi che non offendono la pace antica. E se ciò non dovesse bastare a difenderla c’è sempre l’ombra ribelle della buonanima di zi ‘Ntoni ‘u sacrestano, simbolo del carattere collettivo degli iscarioti, a vigilare sulle possibili barbarie estive.

(Tratto dal libro “Paesi dell’anima”, Rossi Editore Napoli)

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