Il buen retiro ischitano di Luchino Visconti

– di Anna Folli

La decadenza de “La Colombaia”, costruita nel tardo Ottocento sul posto di una torre cinquecentesca, che il regista restaurò e volle simile a una bianca fortezza sul mare di Forio dopo averla comprata dal barone napoletano Fassino. La suggestione del parco disposto come il loggiato di un teatro col fondale del golfo di Napoli. Di tutti i preziosi arredi non c’è più traccia. La villa restò abbandonata per quindici anni dopo la morte di Visconti. Acquistata dal Comune, con progetti mai realizzati, è oggi sbarrata ai visitatori attratti dai racconti della vita che vi si svolse. Sotto una roccia del giardino, la tomba di Luchino con una semplice lapide che ricorda i giorni della nascita e della morte.

Mare, rocce, cielo e un panorama senza confini. Avvolta dal profumo di mirto e corbezzoli, la casa di Luchino Visconti a Ischia ha il fascino delle cose perdute. La suggestione un po’ malinconica dei luoghi che hanno vissuto una storia e sono stati il centro di un piccolo mondo che non esiste più.
Dall’esterno La Colombaia è quasi invisibile, nascosta dal fitto intrico di lecci, pini ed eucalipti. Per vederla bisogna addentrarsi nel viale d’ingresso, superare il bosco dall’aspetto un po’ tenebroso e la palazzina che fungeva da portineria. Solo allora ci si trova davanti all’eremo segreto di Visconti.
L’incanto della Colombaia lo si scopre guardandola dal mare. Da qui si può ammirare in tutta la sua grazia il piccolo castello dal gusto eclettico, dove lo stile neogotico si mescola al secondo impero, il moresco al liberty.
Le mura candide spiccano tra gli scogli modellati dal vento e dalle onde, tra le piccole insenature e le piscine naturali dove l’acqua è trasparente. Costruita come una fortezza che domina il mare, viene naturale pensare che Visconti, proprio come il re di Baviera di cui aveva raccontato la vita in “Ludwig”, abbia voluto realizzare a Ischia il suo piccolo Neuschwanstein in versione mediterranea.
E si capisce il suo incantamento per Ischia e la scelta di trovare proprio qui un’alternativa alla vita mondana della città.
Immersa nel paesaggio selvaggio del promontorio di Zaro, tra Punta Cornacchia e Punta Caruso, a sud di Forio, Luchino ha realizzato nella Colombaia il suo sogno di perfezione. I lavori di restauro, dopo che Visconti aveva convinto il barone napoletano Fassino a vendergli la Colombaia, erano stati imponenti.
A cominciare dal parco, disposto come il loggiato di un teatro che, come splendido fondale, aveva il golfo di Napoli. Il giardino era adornato da statue di cani e grandi vasi di cotto ricolmi dalle adorate ortensie azzurre e si estendeva fino al mare, lussureggiante di piante esotiche.
Alla Colombaia tutto doveva corrispondere al gusto estetizzante di Visconti. Pavimenti e balaustre erano rivestiti da splendenti azulejos importati dall’Oriente, mentre all’interno i pavimenti in maiolica antica erano ispirati a soggetti mitologici.
Tessuti preziosi tappezzavano le pareti e velavano le finestre, per filtrare una luce troppo intensa. Le porte intagliate introducevano ai saloni, sovraccarichi di specchi, bronzi, quadri, consolles in stile impero, lampade dalle forme bizzarre, collezioni di argenti e vetri Liberty.
Oggi di tutti quegli arredi preziosi non c’è traccia. Dopo la morte del regista, la villa è stata chiusa e poi, per quindici anni, abbandonata. E in quel lungo periodo è stata più volte depredata. Non sono stati portati via soltanto i mobili, ma persino le antiche maioliche del pavimento, i camini, le tappezzerie, addirittura le vasche da bagno. Solo nel 1994 gli eredi di Visconti la vendono al Comune di Forio che ne voleva fare una Fondazione. I progetti erano tanti e nei primi tempi in parte realizzati: si voleva indire un festival, organizzare corsi di cinema, mostre, concerti e spettacoli teatrali. Ma i dissapori tra Comune e Regione da una parte, consiglio della Fondazione dall’altra, hanno bloccato tutto. Oggi la Villa di Visconti è sbarrata anche ai pochi turisti che si avventurano fin qui, seguendo la strada serpeggiante tra la pineta e il mare.
Al numero della Fondazione, la voce metallica della segreteria telefonica annuncia che la casella è piena: non si accettano altri messaggi. E questa dimora che era stata splendida, sembra il simbolo di quanto l’Italia, bloccata da mille inefficienze, invidie e diatribe non riesce a portare a termine. Ai pochissimi, che con un permesso speciale riescono a visitare la villa, non rimane che lavorare con la fantasia e immaginare quanto straordinaria dovesse essere la Colombaia quando era ancora abitata da Visconti. La struttura è magnifica.
E fantastico il panorama che si ammira dalle finestre ogivali, dalle terrazze e dalla torre, dove lo sguardo spazia fino a Sorrento, Ponza, Ventotene, fino a raggiungere il Vesuvio.
Queste finestre, ora dipinte di un azzurro pervinca, un tempo erano gialle e abbellite da vetri piombati in stile Art Nouveau, che riprendevano i motivi delle vetrate dell’ascensore esterno disegnate dallo stesso Visconti, dopo che la paralisi lo aveva costretto sulla carrozzella.
In ogni stanza, al posto dei mobili e delle antiche decorazioni, ci sono decine di fotografie che ritraggono Luchino in tutte le fasi della sua vita, con i genitori, i fratelli e le sorelle, gli amici. E poi nei vari momenti di lavorazione dei suoi film con gli interpreti preferiti, da Alain Delon a Helmut Berger, da Claudia Cardinale alla Callas. Foto che aiutano per un momento a dimenticare la tristezza di quegli ambienti chiusi e permettono invece di tornare indietro nel tempo e ricordare che cosa erano Ischia e La Colombaia quando Luchino Visconti abitava questi ambienti.
Nel primo dopoguerra, l’isola era frequentata da aristocratici e intellettuali, alcuni dei quali trasgressivi come i marchesi Casati Stampa, Tennessee Williams, Truman Capote, Robin Maugham. Insieme a loro arrivarono star internazionali, da Burt Lancaster a Jack Lemmon, da Laurence Olivier a William Holden.
Molti di questi artisti amarono l’isola ma ci ritornarono solo qualche volta, Visconti invece, che ci arrivò per la prima volta nel 1945, da allora ci trascorse quasi tutti i suoi periodi di riposo. E instaurò da subito con Ischia un rapporto intimo e intenso che lo faceva sentire “a casa”. “Ogni volta che si avvicinava alle nostre coste – rivela Giuseppe Boccanfuso, un giovane pescatore ischitano diventato amico di Visconti – rimaneva soggiogato dallo spettacolo che gli si apriva davanti”. Quello che lo attirava sull’isola non era l’aspetto mondano (al contrario preferiva circondarsi di pochi amici, alcuni dei quali residenti a Ischia), ma la tranquillità e le bellezze naturali.
La Colombaia era stata costruita nel tardo Ottocento, sul posto di una torre cinquecentesca ed apparteneva alla famiglia napoletana dei baroni Fassino. Prima di scoprirla, Visconti aveva soggiornato a Villa Colucci, sulla costa di Punta Molino, dove aveva ospitato molti amici, tra cui Paolo Stoppa e Rina Morelli, Massimo Girotti e Franco Zeffirelli. E poi all’albergo Regina Isabella di Lacco Ameno, che in quel momento vantava clienti celebri come la Callas, la Magnani, Elisabeth Taylor e Richard Burton che a Ischia si erano conosciuti girando insieme il film “Cleopatra”.
Ma già nei primi anni Cinquanta, Visconti aveva affittato la Colombaia che poi acquistò e fu là che, insieme a Suso Cecchi D’Amico, scrisse la sceneggiatura di “Senso”.
In quel periodo, Visconti intervallava una vita severa, fatta di lunghe letture e serate in completo isolamento, a rapide puntate nei locali che cominciavano a essere apprezzati dal jet set.
L’amico Tonino Baiocco aveva aperto il ristorante La Lampara, che divenne in poco tempo un punto d’incontro della mondanità internazionale. Il regista frequentava anche il Bikini, allora amato dai duchi di Windsor e da Juan Carlos di Spagna, e il dancing ‘O Rangio Fellone, immerso nei pini, dove si entusiasmò per una Mina allora esordiente. E a Ischia, Visconti incontrò personaggi fondamentali per la sua vita, come Romy Schneider che, anche grazie a lui, divenne una delle attrici più amate del cinema francese. Incontrò Alain Delon, che per alcuni anni fu al centro della sua vita affettiva e cinematografica. Incontrò Burt Lancaster, allora impegnato nelle riprese di “Il corsaro dell’isola verde”.
Luchino lo avrebbe voluto per interpretare il tenente Franz Malher in “Senso”. Ma Lancaster temeva che un personaggio così negativo potesse nuocere alla sua carriera e solo molto più tardi lavorò per Visconti, diventando lo splendido interprete de “Il Gattopardo” e di “Gruppo di famiglia in un interno”. Sempre nell’isola Visconti incontrò Helmut Berger, l’uomo che in un tormentato rapporto professionale e sentimentale avrebbe segnato la fase finale della sua vita.
Allora Berger era uno studente della scuola alberghiera di Zurigo, in vacanza a Ischia. Fin dal primo incontro, Visconti decide di trasformare quel bellissimo ragazzo in un grande attore drammatico. Ed Helmut diventa infatti il protagonista dei suoi ultimi film: da “La caduta degli dei” a “Ludwig”, a “Gruppo di famiglia in un interno”. Dopo la morte di Visconti, Berger cerca di acquistare la Colombaia, ma non riesce a convincere gli eredi a cedergliela.
Ora quel periodo fulgido della vita dell’isola è affidato a decine di bellissime fotografie. E in quel suo “buen retiro” che Luchino ha amato così intensamente, riposano le sue ceneri.
A segnalare la sua tomba, sotto una roccia del giardino, soltanto una targa: qui riposa Luchino Visconti. E due date: 2 novembre 1906 e 17 marzo 1976. Niente altro per l’uomo raffinato che amava gli arredi sfarzosi, gli ornamenti più estetizzanti e ricercati. Per l’ultima scenografia Luchino ha scelto la semplicità.

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