Il calciatore Furino scopre il baseball a Ustica

– di Salvatore Lo Presti

Vi abitò da bambino per un anno.
Le prelibatezze di nonna Silvia e le stravaganze di zio Domenico.
Una casa e un pezzo di terra ereditati dai nonni.
Ora che ha chiuso col calcio, può trascorrervi lunghe vacanze.
Un fratello in pensione ci sta sei mesi all’anno e fa il pittore.
La scoperta dello sport diffuso da Bruno Beneck. Una squadra femminile e una maschile giocano nei campionati nazionali.

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200407-12-3m“Ustica si presentò a Fana come una caramella ripiena da scartare con emozione. Prima, da lontano, una sagoma verde brillante in mezzo al turchese del mare, poi man mano che la nave le si faceva incontro, un susseguirsi di strapiombi, insenature, baie, calette dorate e infine le case variopinte arrampicate sul porticciolo”. Così Valentina Gebbia, giovane scrittrice palermitana, descrive le sensazioni forti che precedono l’approdo nell’isola della protagonista del suo secondo romanzo, “L’estate di San Martino”. Una descrizione coinvolgente pur nella sua esemplare sinteticità, indispensabile per non compromettere i ritmi del racconto.
Dopo la pesca, la fotografia e l’archeologia subacquea, anche la letteratura scopre con interesse quella che è stata definita la “Perla Nera del Mediterraneo”. Ma Ustica è molto di più di un puntino nero e verde sperduto in mezzo al blu intenso del mar Tirreno. E’ il cocuzzolo di una montagna altissima – della stessa catena cui appartengono le Eolie – emersa dalla superficie del mare come per uno scherzo bizzarro, dopo uno degli ultimi grandi sconvolgimenti del nostro pianeta, datato approssimativamente a 740mila anni addietro (epoca stabilità in base ai sofisticatissimi esami cui è stata sottoposta la lava dell’isola).
Molto più recente e sorprendente, ma meno duraturo, il fenomeno vulcanico che, migliaia di anni dopo, più esattamente il 13 luglio 1831, a meno di trecento chilometri di distanza, dall’altra parte della Sicilia, al largo della costa meridionale, provocò l’emersione, di fronte alle coste di Sciacca, fra fumi, boati e ribollir d’acque, di un’isola che fece appena in tempo ad essere battezzata “Ferdinandea” (17 agosto), inabissatasi quattro mesi dopo. Oggi, come un grande lapis dalla punta consumata, a poche diecine di metri dal pelo dell’acqua, ricoperta da coralli e da una fauna sottomarina rigogliosissima.
Ma torniamo a Ustica. La mitologia ce l’ha tramandata come la casa di Circe, la maga bellissima e crudele che attirava i naviganti col suo canto ammaliatore e poi li trasformava in porci. Proprio per sfuggire a questo destino, senza tuttavia privarsi del piacere voluttuoso di ascoltare l’irresistibile canto della maga, Ulisse nel corso del lungo viaggio, che dieci anni dopo la caduta di Troia lo avrebbe riportato, insieme col cane Argo, nella sua Itaca, si fece legare all’albero della sua nave. Ma molti furono i viaggiatori che non riuscirono a sfuggire al fatale magnetismo di Circe.
In tempi successivi, fenici, cartaginesi, greci, romani, spagnoli e turchi intuirono l’importanza strategica di Ustica e popolarono ciclicamente l’isola conquistandola pacificamente o con le armi. Colonizzata da 85 famiglie ai tempi dei Borbone, Ustica, che ha una superficie di 8,7 chilometri quadrati, toccò la cifra record di 4.548 abitanti nel 1849 per assestarsi ai giorni nostri intorno alle 1.400 unità. Un calo dovuto in gran parte ad una massiccia emigrazione che ha avuto come punto di riferimento gli Stati Uniti. La più grossa colonia di usticesi nel mondo è a New Orleans, sulle rive del Mississipi.
Utilizzata durante il fascismo come domicilio coatto per gli oppositori del regime (vi dimorarono Ferruccio Parri, Antonio Gramsci, Giuseppe Romita ed Ercole Ferrari), oggi Ustica è meta di un turismo colto e tutto sommato abbastanza discreto.
Ma c’è un personaggio che con l’isola ha un legame fortissimo e che di essa ci può raccontare magìe e segreti. Si chiama Giuseppe Furino, fa l’assicuratore a Moncalieri, alle porte di Torino, ed è l’unico calciatore, con Giovanni Ferrari, ad aver vinto per otto volte, e sempre con la maglia della Juventus, lo scudetto, il simbolo tricolore cui ha diritto chi vince il campionato italiano di calcio.
A Ustica Beppe Furino è sbarcato per necessità quando aveva appena tre anni, dopo essere nato a Palermo. Ma poi ci è tornato per amore. “Mio padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi” racconta Giuseppe Furino, e al solo pensare all’isola il suo sguardo s’illumina.
“Nella città irpina ero vissuto fino a tre anni. Poi l’evento scatenante: la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che era nata a Ustica e apparteneva ad una famiglia fortemente radicata sull’isola, a mandarmi prudenzialmente per qualche tempo dai suoi genitori. Nonno Peppino era stato sindaco di Ustica negli anni ’50 e con nonna Silvia gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo e Ustica. La famiglia di mio nonno era molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti a chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, era affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano o il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano. Che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario”.
Beppe Furino restò a Ustica quasi un anno, prima di tornare ad Avellino, trasferirsi a otto anni a Napoli e quindi definitivamente, a undici anni, a Torino. Dove intraprese quella carriera agonistica che lo ha reso uno dei pilastri della storia della Juventus e a indossare tre volte (“quando c’era da togliere le castagne dal fuoco”) la maglia della Nazionale. Ma fino all’età di ventisei-ventisette anni l’isola è rimasta la sede puntuale e irrinunciabile delle sue vacanze: lunghissime inizialmente, più limitate quando irruppero gli impegni del suo lavoro di calciatore professionista.
“Il mio ricordo resta quello di un’isola felice non solo per i legami affettivi che vi trovavo” spiega Peppe Furino “ma soprattutto per i suoi silenzi, per la tranquillità incontaminata, per il mare incredibilmente limpido che offre alla vista tutte le tonalità del blu. Se ti cadeva in acqua un giornale e finiva sul fondo, potevi ancora leggerlo! Ricordo che, nei primi anni in cui andavo a trascorrervi le vacanze, sull’isola c’erano solo tre automobili: le jeep dei Carabinieri, dell’Aeronautica Mili-tare e dei Vigili del Fuoco. Per gli spostamenti si andava a piedi o ci si serviva degli ‘sciccareddi’, i somarelli, che tutte le famiglie allevavano. A Ustica ho imparato anche a nuotare, attività fondamentale, visto che, a causa dell’origine vulcanica, sull’isola non ci sono spiagge. Per godere delle sue bellezze, dallo Spalmatore alla Piscina o agli scogli del Monaceddu, soprattutto le splendide grotte marine, l’Azzurra in testa, ci vuole la barca. Non a caso è un paradiso dei sub e vi si organizzano da anni importanti attività subacquee”.
A Ustica Beppe Furino possiede una casa e un pezzetto di terra, “dei miei nonni”, nella zona della Petriera, non lontano dalla Tramontana. Lì, da bambino, nonna Silvia lo accoglieva (“arriva chiddu nico”, il piccolo, diceva) con tutto il suo amore e gli riservava le sue prelibatezze, a partire dai polli ruspanti.
“Ora il mio sogno è quello di ristrutturare la casetta e andare a trascorrere periodi sempre più lunghi sull’isola, coma fa mio fratello, che è già in pensione e che, per sei mesi all’anno, se ne sta a Ustica a dipingere gli incantevoli paesaggi che l’isola offre. Per godere di quel clima straordinario e, perché no, delle straordinarie specialità culinarie, dai piatti a base di lenticchie, il prodotto tipico usticese, alla caponata, dalla pasta con le sarde al pesce spada, dai dolci di pasta di mandorle ai cannoli. Tutte cose che non possono non ricordarmi nonna Silvia”.
Ustica è anche mare e cultura, o più esattamente cultura applicata al mare. I fondali, che nulla hanno da invidiare alle più rinomate isole caraibiche, fin dai primi anni Cinquanta hanno attirato i più grandi appassionati di immersione, da Jean Cousteau a Folco Quilici, da Enzo Majorca a Jacques Mayol. Fin dal 1959, nell’ottica di coltivare un turismo rispettoso della
natura e col mare sempre in primo piano, a Ustica è nata la Rassegna internazionale delle attività subacquee che ha dato vita a concorsi fotografici e cinematografici e ha stimolato la ricerca scientifica.
Nel 1984 è nata l’Accademia internazionale di scienze e tecniche subacquee che ha favorito la prima riserva marina in Italia. Oggi, Ustica è sede di corsi universitari di archeologia subacquea. Malgrado la presenza incombente dello storico centrocampista juventino, non è il calcio lo sport più popolare dell’isola, ma il baseball. Stavolta, però, non c’entrano gli americani: a portare e diffondere il baseball a Ustica è stato il regista Bruno Beneck. E oggi quest’isola di poco più di mille abitanti esprime una squadra maschile in C2 e una femminile addirittura in A1.
Peppe Furino però non si offende, tutt’altro…

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