Il ceramista gentiluomo

– di Roberto Gianani

Ricordo di Francesco De Maio, fondatore del Vietri Ceramic Group.
Un uomo d’altri tempi coi begli occhi azzurri e l’abbigliamento Elegante. Il lavoro come religione. Una vita semplice fra argilla, Limoni e il mare di Minori. Le cure a Chianciano e l’aria buona di Roccaraso. I quattro moschettieri che ne hanno raccolto l’eredità.

200607-11-1mLa bella faccia antica da persona per bene. Un piccolo gioco di rughe tenere ad incorniciare gli occhi azzurro mare e l’abbigliamento elegante. Francesco De Maio era così, un ceramista garbato e geniale legato alle tradizioni, alla terra della costiera, ai tramonti rosa che accarezzavano il suo terrazzo di Minori. Argilla e limoni, un bicchiere di vino buono di Ravello e lo sguardo ad interrogare il mare. Idee rubate alla luna, alle stelle, al volo bianco di un gabbiano, al gioco di una nuvola ballerina nel vento. Idee rubate ad un mazzolino di margherite gialle e vezzose dentro un campo verde, ad un ramo di gelsomino, all’arrampicarsi di una bouganville.
Muri a secco e pergolati, case bianche e barche di pescatori. Rughe di sole, botte forti di remi e il brillio delle aguglie che schizzano sull’acqua.
Sulla costa giardini come musica di chitarre e pietre antiche. Archi, vicoli, stradine, scalini che accompagnano passi lenti verso il mare. Spiagge di ricordi e emozioni.
Francesco De Maio aveva intorno a sè questo mondo di silenzi e colore dove il sole infiamma l’alba e il vento, quando vuole, spadroneggia, urla, graffia, fa male. Un vento che portava idee e voglia di lavorare. Creare, crescere, costruire. Prima una bottega, poi il primo capannone e ancora, via via, un gruppo di aziende a formare l’impresa di ceramica più importante del sud.
La Francesco De Maio, la Vietri Antico, le Antiche Fornaci D’Agostino, la Cevi, I Maestri Vietresi.
Aziende solide con le maioliche e le tradizioni nel cuore.
Accanto a lui il dinamismo irrefrenabile della moglie Vincenza Cassetta, una sorgente continua di energia e voglia di fare. E poi il sostegno prezioso dei tre figli. Il sorriso tenero di Adelaide, la volontà di acciaio di Pina, riccioli biondi e lavoro. La lungimiranza e la professionalità di Giovanni, anche lui occhi azzurri e il desiderio di crescere e costruire.
Accanto al grande capo, quattro moschettieri. Una famiglia unita, stretta, solida, compatta. Il buon giorno del mattino sempre con un bacio, la tenerezza di uno sguardo, il silenzio più forte delle parole. Una famiglia come quelle di una volta, con il pranzo della domenica tutti insieme.
La tovaglia buona, i fiori, il profumo del ragù, i dolci di Liberti, ‘a zuppetta, ‘o babà, ‘a tazzulella ‘e cafè. Sapori di casa e di affetto, l’album delle fotografie, il muoversi allegro dei nipoti, lo sguardo amoroso di Patrizia, la nuora che nel gruppo segue immagine e pubbliche relazioni.
Francesco De Maio era così. Brizzolato, lo sguardo di un cielo pulito e quel filo di piccole rughe birichine.
L’abito cucito a mano o grigio o blu, la cravatta obbligatoria. Il foulard in tinta che usciva dal taschino come una farfalla leggera e gentile. Un lord Brummell riservato e cortese. Bello come il bozzetto di un pittore: elegante nei tratti e luccicante nel sorriso. Un uomo che camminava tra le strade, ma più ancora tra le idee.
Lo faceva con il garbo del suggeritore più che con l’invadenza del protagonista.
Non perché non avesse di questo le capacità, ma perché, da dietro le quinte, poteva essere regista illuminato e competente. Un regista che pretendeva la rigorosa fedeltà delle tradizioni. Un uomo d’altri tempi, una lunga vita di lavoro, la famiglia, i sacrifici, le aziende. Risultati meritati, un’esistenza da benestante, la riservatezza dei saggi, la discrezione di chi non vuole apparire, ma regge con equilibrio e buon senso il timone.
Francesco De Maio amava le cose semplici. Le passeggiate in riva al mare, gli occhi a imprigionare la costiera, le vele bianche di Minori, il terrazzo allagato dal sole, l’aria fresca del maestrale. Le partite a bocce, la trattoria “Al Giardino”, tavolini di tovaglie a quadretti sotto il pergolato. Il buon pesce gustato in compagnia, la partita a scopone scientifico.
Piccole scommesse fatte di sfottò e sorsi di birra. Chiacchiere lente nel dondolio del tempo. Quel tempo che ogni tanto lo portava a Chianciano per coccolarsi la salute e la stanchezza di un lavoro sempre impegnativo.
Lavoro e mare, lavoro e collina, lavoro e montagna. La casa di Roccaraso, una boccata di aria buona, il bianco della neve e il gusto del pane con scamorza e salame.
Con lui è scomparsa una parte di Cava, della Cava migliore. I giorni hanno reso più pesanti le lacrime della ferita. Il tempo cammina, cresce il profumo dei suoi gelsomini.
Il ricordo non si sgretola, rimane forte dentro i cuori e riflette la luce di un uomo che si circondava di affetti, colori e tradizioni. Il Giffoni Film Festival ha dedicato uno spazio prestigioso all’artista scomparso.
Nella Chiesa di San Francesco sono esposte le sue opere più significative.
Oggetti in terracotta, maioliche decorate a mano e disegni di bottega.
Un brillio di colori ed emozioni per conservare la memoria e le atmosfere della ceramica vietrese e di uno dei suoi protagonisti più nobili. Visitatori provenienti anche dall’estero. Architetti, gente della ceramica, uomini dello spettacolo, personalità della cultura, giornalisti e tutti i collaboratori delle aziende del Gruppo De Maio con in testa la moglie Enza e i figli Adelaide, Pina e Giovanni in compagnia della moglie Patrizia che ha curato la mostra. Salerno e tutta la sua provincia ha portato un saluto emozionato. Cava e Vietri si inchinano. Sulla spiaggia della Crestarella, l’onda disegna una schiuma di gigli bianchi.
Questa è la storia di un ceramista gentiluomo che ha lasciato il mare di Vietri e i portici di Cava per un isolotto in paradiso. Un isolotto di argilla e smalti colorati che si affaccia sulle acque chiare della Costiera Amalfitana.
Buon riposo, don Franco.

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