Il Christmas di una caprese a New York

– di Selene D’Alessio

Comincia a novembre con un folle shopping.
Usi, costumi, persone e personaggi, povertà e festa nella Grande Mela.
A Little Italy si parla il “napoletanese”, trionfano il tricolore e le scritte “Sono Italiano”.
I cinesi e San Gennaro.
Le vongole di Manila e i rococò della Pasticceria Ferrara.
Nostalgia dei totani di Bernardo ‘e Casillo, delle ricciole di Alfredino Pesce e delle paste di Antonio a due passi dalla Piazzetta.

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200312-19-3mA New York il Natale viene prima. Inizia a fine novembre, quando, subito dopo il Thanksgiving, la festa del Ringraziamento, i negozi e le pubblicità si riempiono di elfi, renne dai nasi rossi e decorazioni sgargianti. E le vetrine di megastores come “Lord & Taylor’s”, “Saks'” e “Macy’s” diventano mondi incantati davanti ai quali si può evadere per qualche minuto. La gente già inizia a fare le spese, a dedicarsi sentitamente a quell’atto terapeutico di catarsi collettiva chiamato shopping. Così le piccole, subdole, carte di credito diventano passaporti non solo per i sogni, ma anche per i debiti e addirittura il fallimento. Nancy B., una signora vittima dell’assuefazione alla spesa con carta di credito, ha creato un sito internet sul quale confessava di avere speso più di 30mila dollari in regali di Natale, e quindi, essendo ora nei guai, chiedeva l’aiuto dei suoi simili. E si sa che a Natale ci si sente tutti più buoni e stranamente vicini al prossimo, e così l’intraprendente signora è riuscita ad evitare la bancarotta grazie ai contributi di benefattori online.
La mattina della vigilia mi alzo di buon’ora, come al solito. E’ una giornata fredda, è nevicato. La città innevata di mattina presto, specialmente nei giorni festivi, ha qualcosa di magico. Tutto è ovattato, la luce è quasi soffusa, perlacea. Svuoto la caffettiera ed esco. I grattacieli per me sono curiosità architettoniche che preferisco vedere da lontano, così mi sono cercata un appartamento nel West Village, un labirinto di stradine alberate con case in mattoni rossi e una miriade di piccoli ritrovi dove si può bere vino o caffè, e magari fare quattro chiacchiere con uno scapigliato bohemien o una professoressa di letteratura medievale della New York University. Nonostante la tranquillità, per le stradine del Village s’incontra sempre qualcuno: qualche stakanovista del fitness che va a correre; persone assonnate che accompagnano i loro cagnetti d’appartamento per la passeggiata mattutina e, intirizziti, velocemente spalettano i bisogni dell’amata creaturina in sacchetti di plastica; nottambuli vampireschi che si ritirano dalle loro scorribande; avventori dei mercatini coreani onnipresenti agli angoli delle strade ed aperti, come l’inferno, a orario continuato.
La mia prima tappa è Little Italy. Entro decisa da Ferrara, il tempio della pasticceria italiana. E’ un santuario barocco, con accoliti impenitenti, e specchi dorati ornati con nastri rossi e verdi. Il locale, nato oltre un secolo fa come circolo di quartiere dove Enrico Scoppa e Antonio Ferrara, un impresario lirico, radunavano gli amici per una partita a scopa ed un buon caffè, è diventato ormai un’istituzione. Cerco di indovinare a quale tavolo il grande Caruso, ghiotto di biscotti, si fosse seduto a consumare le sue leccornie preferite. Prendo il mio numeretto ed attendo in fila, respirando cappuccino ed ammirando le vetrine con dolci colorati e decadenti. La scelta, quando se ne ha troppa, diventa una cosa difficile. La ragazza dietro al bancone mi squadra furbetta e, capendo di avere davanti una “paisà”, nel suo sincopato “napoletanese” (un miscuglio strascicato tra il napoletano e l’inglese), mi chiede cosa voglio. Addito rococò, cassatine, raffaioli, susamielli. Lei esegue flemmatica, impugnando le pinze con mani rosate e paffute. Poi vedo le paste reali, tutte belle lucide di glassa policroma. Mi ricordo di quando ero bambina, a Capri, ed arrivavo alla bottega nel vicoletto lastricato guidata dal profumo dei dolci. A pochi passi dalla Piazzetta, Antonio ti accoglieva col sorriso e, con occhi complici, riempiva i vassoi con le sue specialità, quelle paste reali paradisiache, come non ne ho mai più mangiate. Era un vero artista ‘Ntoniuccio l’Amalfitano.
Con il mio carico di dolcezza attraverso le stradine di Little Italy. Nei negozietti, Modugno sorride in foto sbiadite, accanto a Madonne e santi. Il tricolore campeggia sulle magliette con scritte d’orgoglio nazionale: “Sono Italiano”, “Italian Stallion”, “Viva Napoli”. Un po’ più avanti, oltre i salami e i provoloni, sono appese le anatre glassate dei negozi cinesi. Ormai è difficile distinguere tra Little Italy e Chinatown. I confini, specialmente nelle metropoli, si attenuano e le zone, la gente, si sovrappongono gradualmente. Alla processione di San Gennaro lungo Mulberry Street ho visto dei portatori cinesi sotto la statua del Santo.
Chinatown è un vespaio esotico. Di tanto in tanto, si notano decorazioni festive con ideogrammi iridescenti, forse messe in mostra più per i turisti che per gli abitanti del quartiere che, a parte il capodanno cinese a febbraio, sembra non interrompano mai la loro operosità con feste. Vado al mercato del pesce. Gamberi di tutte le taglie, molluschi, salmone, pesci guazzanti in vasche verdastre. I pesci vivi sembrano enormi pesci-gatto, goffi e bruttini, e non eleganti come affusolate pezzogne e orate. Prendo le vongole, Manila clams, che non sono certo vongole veraci, ma se non altro non sono quelle grandi e gommose. Per un attimo immagino di avere sul banchetto i totani, le aiate e i tonnetti di Bernardo ‘e Casillo, o le mitiche ricciole di Alfredino Pesce, ma torno alla realtà e decido per gli astici. L’omino me li pesca dalla vasca, senza parlare, e mi dà il tagliando con segni indecifrabili ed un unico graffio comprensibile: il prezzo. La mia soma s’impreziosisce. Mi dirigo al Pier, la strada pedonale che costeggia il fiume. Il paesaggio è cambiato. Il profilo di New York non è lo stesso. Oggi New York è una città ferita e vulnerabile. I miei pensieri si fanno cupi, ma la vicinanza con l’acqua mi dona una temporanea serenità. Incappucciata nel mio parka cammino verso nord. La statua della libertà si staglia imperturbabile ed azzurra in lontananza. Ho il passo veloce e non ci metto molto ad arrivare a casa. Nel pomeriggio iniziano le prime telefonate. Il giro di chiamate deve essere orchestrato bene. Quelle in Italia devono essere fatte sei ore in anticipo, Peppino ed i miei altri amici nella East Coast possono essere chiamati in contemporanea, Daniela a Los Angeles deve essere chiamata tre ore dopo. Insomma, per via dei fusi orari, diventa un’impresa di cronometraggio ed organizzazione.
Alle 4 mi ritrovo alla soup kitchen, la mensa di un ricovero sulla 40ma West dove faccio volontariato. Lo stanzone ha poche decorazioni ed un albero posticcio e sbiadito con ornamenti di plastica e lucette da mercatino. Alcune non si accendono, e l’effetto è di desolata malinconia. Le donne ospitate non hanno aria di festa. Mangiano il loro tacchino scambiandosi poche parole. Maria, la portoricana sdentata, cerca sempre di attaccare briga. Adesso si lamenta anche del tacchino: “Perché avete messo la salsa fredda accanto all’uccello? Ora è tutto freddo ed è terribile.” Florence, una ex-detenuta del Bronx, la redarguisce: “Ringrazia Dio che ce l’hai il tacchino!” Maria la guarda bieca e non risponde. Ficca la testa sul piatto e finisce in fretta il tacchino mormorando: “Ringraziare Dio? E per cosa?” Per le cene di festa ci sono sempre più persone. Sono senzatetto, ex-detenute, donne sole. I pasti non durano molto. Si socializza poco. Le feste per i poveri non sono molto diverse dai giorni qualunque. Si mangia tacchino invece del pollo. Tornata a casa, accendo le lucette sull’albero. Sono un filare di peperoncini rossi che si accendono intermittenti ed allegri. Chiamo i miei per un saluto veloce. Sono appena tornati dalla messa di mezzanotte. Mi decido a cucinare. La cena della vigilia sarà solitaria e tranquilla: qui si festeggia il 25. Squilla il telefono. È Janice, la mia amica argentina. Ha litigato col fratello e non va a cena da lui. La invito alla mia cena. Mi accingo a sciacquare le vongole. Squilla il telefono. Francesca non è potuta partire per il Rhode Island a causa del cattivo tempo. Invito anche lei. Apro il vino per assaggiarlo. Il telefono mi tortura. Questa volta è Jennifer. Si è dimenticata che è Natale, lei è ebrea. Voleva invitarmi a cena. Invece ad invitarla sono io.
La cena riesce bene, nonostante le mie limitate abilità culinarie, forse anche grazie alla compagnia ciarliera, il Greco di Tufo fresco, ed una meravigliosa Lina Sastri in sottofondo. Inizia a nevicare. Ora veramente siamo tutte in spirito natalizio, persino Jennifer, che oramai divora panettone, susamielli e rococò come se lo facesse da generazioni. Decidiamo di andare a messa alla chiesa di Nuestra Señora de Guadalupe, sulla quattordicesima. L’umile chiesetta è piena ma non affollata. Le decorazioni chiassose la fanno somigliare ad una fazenda tropicale. La messa inizia ed una chitarra scordata offre l’accompagnamento. Adeste Fideles a tempo di salsa è meno solenne ma decisamente più festivo. La messa è in spagnolo. Quando finisce, la vecchietta accanto mi abbraccia. “Feliz Navidad!” “Feliz Navidad, abuelita!”
E sì, che si chiami Christmas o Navidad, Natale è sempre Natale.

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