Il faro di Punta Carena vessillo di Anacapri

– di Gino Verbena

Costruito nel 1860 è uno dei più alti d’Italia e la sua luce è visibile a 32 miglia.
Fino agli anni Sessanta, la cala del Limmo era raggiungibile solo lungo una mulattiera.
La costruzione della strada fiancheggiata da pini ed eucalipti.
Dal chiosco di Nasone al suggestivo stabilimento balneare ricavato dalle rocce, distrutto da due mareggiate e ricostruito.

Una delle più belle passeggiate, in quel d’Anacapri, è senza dubbio quella che, dalla piazzetta Caprile, mena giù al faro di Punta Carena che si erge a destra della suggestiva cala del Limmo.
Fino agli anni Sessanta esisteva solo una mulattiera che serpeggiava sotto il sole rovente. Una bassa macchia mediterranea consentiva rara frescura agli “avventurosi” che, caparbiamente, invece di andare alle accessibili e comode spiagge delle due Marine di Capri per farsi un bagno, preferivano camminare per un polveroso sentiero di terra battuta per raggiungere la cala e lo specchio di mare che, alfine, si apriva come un’oasi dopo una sudata di circa un’ora e mezza.

Il sentiero, dopo aver lasciato alle spalle lo slargo di Caprile, attraversava con scomodi scalini, la vallata della Follicara, costeggiando Casa Caprile dove la regina Vittoria di Svezia aveva più volte, nei corso di vari anni, trascorso le sue vacanze godendo dell’amicizia e delle “amorevoli” cure del noto medico Axel Munthe, autore di un best seller sulla Villa di San Michele, tradotto in oltre cinquanta lingue e che ha fatto conoscere Anacapri nel mondo. Si raggiungeva, dopo circa venti minuti, la torre di Materita che è stata una delle proprietà dello stesso Munthe. Essa fu costruita nel 1563 a difesa dei larghi possedimenti dei certosini i quali lavoravano le terre producendo olio, latte, formaggi e altro. Oltre alla torre ed agli ampliamenti successivi che ne hanno fatto una sontuosa villa acquistata qualche anno fa dall’industriale Diego Della Valle, ancora oggi è visibile anche l’antico trazzero: una cisterna emergente dalla campagna e dall’attuale carreggiata stradale che vi passa accanto. Alla sommità, una vasca serviva per abbeverare gli animali.

Nel suo Breviario di Capri, del 1937, Amedeo Maiuri dice:
“Scendo da Caprile per la mulattiera grande del Faro, alla Torre Materita. Ora meridiana, pànica, beatificante. Il sole irradia e accende di faville d’oro tutta la gran selva d’ulivi, dal costone dei Mulini giù giù al declivio di Materita. Le rocce all’intorno sono tutto un bagliore di fiamma; solo qua e là s’incupisce d’ombra qualche gran quercia superstite dell’antico querceto che ammantava un tempo il Solaro come la vetta del Nerito caro al cuore di Ulisse. La mulattiera polita, liscia tra gli ulivi e il terreno riarso roccioso, ha non so qual nitore di lucentezza preziosa. Bimbe e ragazze scendono lentamente a catena verso la cala del Faro per prendere il bagno domenicale. Le più grandi tengono per gioco, tra risa e rabbuffi, sollevate per le braccia, le sorelline minori, e fanno volate canore di grida ed allegre soste di richiami come stormi di passere a sera. Ma non c’è in quel vocìo del chiasso sguaiato e corrotto della domenica del villaggio; tutto spira letizia di godimento sereno”.

A valle della torre è tutto un digradare di ulivi fino a Mesola e a Pino. L’olio che se ne ricavava era il migliore dell’isola e il più abbondante. Dopo il 1960 si pensò bene di costruire una strada comoda fino a mare. Essa venne a tagliare, in alcuni punti, il vecchio sentiero. E si provvide a piantare, ai bordi, pini ed eucalipti per offrire ombra. Non si tardò ad offrire, ai turisti, anche una linea di autobus.
Oggi chi percorre a piedi l’arteria, di circa quattro chilometri, impiega un’oretta. Con il pullman basta una dozzina di minuti. Si arriva ad una larga piazza con parcheggio dove, poco discosto, troneggia uno dei più grandi fari d’Italia, alto 40 metri dalla base e 76 dal livello del mare. Per una rampa di 140 scalini, a spirale, si arriva all’abitacolo della lampada, di mille volts, visibile, da una nave, da circa 32 miglia. E’, ovviamente, un punto di riferimento per chi segue la rotta a sud di Capri; e non poche vite ha salvato finora.

Il faro fu costruito nel 1860 ed è entrato in attività nel 1867. Nel poemetto Anacapri civilizzato, pubblicato soltanto nel 1902, ma scritto nel 1889, Francesco Alberino, un falegname che si dilettava a comporre poesie per ogni fatto di cronaca e di attualità, annotava che si era costruito un faro “che dà luce brillante / al notturno navigante. / Che spesso la tempesta / lo aggrava e lo molesta / gode il vantaggio / che si dà animo e coraggio / fa consiglio la compagnia / ove evitare la traversia / che ne potrebbe avvenire / se il legno va ad investire.” Dal lato destro della piazza si scende a mare. Ma, prima, si incontra un’indicazione che annuncia l’inizio del sentiero dei fortini il quale, attraversando, in circa due ore, tutta la costa sudoccidentale di Anacapri, incrocia le vecchie fortificazioni che servirono come vana difesa agli inglesi nel 1808 durante il rocambolesco sbarco dei francesi di Gioacchino Murat e la conseguente occupazione dell’isola. Va detto, per completezza d’informazione, che nei fortini si piazzarono cannoni anche durante la seconda guerra mondiale, a difesa delle coste. I piccoli spazi a riva della cala del Limmo, idonei per sdraiarsi al sole, sono stati ampliati rubando spazio alla scogliera irta ed impervia. Sono sorte, così, attività turistiche a conforto dei bagnanti.

Mezzo secolo fa c’era Nasone, un pezzo d’uomo alto e muscoloso che gestiva un chiosco solitario dove cucinava polli e leccornie marine, come i totani di cui un tempo il mare era ricco. Allegre comitive raggiungevano da mare, con qualche barca, questo rifugio (o se la facevano a piedi da Caprile). Nasone, per giunta bravo barcaiolo e pescatore, a richiesta e dietro corresponsione della giusta mercede, portava in giro per le coste quei turisti che amavano qualche cosa di diverso dalle gite per mare organizzate, secondo frettolosi itinerari standard, dalle agenzie di viaggio. Poi il vecchio abitatore della cala lasciò il posto ad altri.

L’attività più importante fu avviata da Ercole D’Esposito, principale imprenditore edile dell’isola e assessore del Comune di Anacapri, il quale fortemente volle, per Anacapri, uno sbocco a mare e dotò la zona di uno stabilimento balneare rispettando la conformazione della scogliera: in una cavità naturale ricavò la piscina, dove c’era un dislivello sorgeva un terrazzo, intorno alle essenze mediterranee si lasciavano aiuole rinforzandole con aggiunta di terreno fresco. Tutto il plesso si adattava alla preesistenza in un artistico gioco di architettura balneare, sposandosi la natura con le esigenze turistiche.
Violente mareggiate di ponente e di libeccio (specie quelle del dicembre 1976 e del dicembre 1999) si sono incuneate nella cala, hanno distrutto tutto ciò che si era costruito con grossi sacrifici economici, spazzando via cabine e spogliatoi, le attrezzature del barristorante.
Inoltre hanno frantumato in mille pezzi le barche dei pescatori che sostavano nelle apposite piazzole più in alto e che si credevano al sicuro dalla furia degli elementi.

Dalle macerie è sempre rinato, con pazienza e perseveranza, quello che era stato distrutto: una sfida alle forze del mare. Oggi i bagnanti più giovani vanno a stendersi al sole rovente dell’estate giù al Lido del Faro. I meno giovani preferiscono gli stabilimenti della Grotta Azzurra, più freschi. Ma in primavera e in autunno, anche gli anziani preferiscono spostarsi al Faro di Punta Carena, dove il sole scalda di più e dura fino al tramonto. Stabilimento e ristorante sono stati frequentati da noti personaggi come Frank Zappa, Gianni Rivera, Richard Gere, Naomi Campbell. E, a luglio e agosto, l’apertura si protrae fino a sera, con il chiaro di luna e il profumo dei totani (con crema di patate e pomodori) che i pescatori portano, appena prelevati dal mare, direttamente alla padella dello chef. Dulcis in fundo, spesso, al tramonto, Roberto Gianani, ideatore di questa rivista, scende al Faro per sorseggiare un caffè mentre un leggero vento di maestrale, entrando nelle cavità auricolari e rinfrescandogli la massa cerebrale, gli sollecita l’ispirazione per nuovi articoli.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *