Il mare di casa

– di Giuseppe Aprea

Le uscite di maggio, con la luna piena, attirando le “aiate” col pane e formaggio a trenta passi dallo Scoglio della Ricotta. In estate, i totani rossi si avvicinano all’isola e alle lampare danzando come diavoli alla luce dell’acetilene.
A settembre, lo sputo ribelle del totano nero che passa a cinque miglia da Punta Carena. Lo sfolgorio delle alici, paillettes sulla superficie dell’acqua. L’attesa del passaggio dei tonni in autunno: la preparazione meticolosa della pesca, l’allarme dei gabbiani e poi la preda, azzurra e guizzante.

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200403-15-2mNelle mia isola il mare è di casa. Mi spiego meglio: in tutte le isole il mare è di casa, ma nella mia, in più delle altre, il mare ha una stanzetta riservata in ogni casa. Esce quando vuole, come un figlio ribelle, senza chiedere il permesso a nessuno. E rientra spesso solo alle prime luci dell’alba, togliendosi le scarpe già sull’uscio, per non svegliare nessuno. A volte torna a casa un po’ alticcio, però, e riempie la vita e le cose di noi isolani del frastuono della sua risacca. “U vattiggio”, lo chiamano i pescatori di qui.
Andavo a pesca anch’io, un tempo, con Vittorio il pescatore. Veramente Vittorio non faceva il pescatore, lui era portiere d’albergo. Uno di quelli che accanto al taschino della giacca hanno la targhetta “concierge”. Che vuol dire “rivolgetevi pure a me, che so da sempre che l’ospite è sacro e ogni suo desiderio un sogno da realizzare”. Parlava molte lingue, Vittorio, ma tutte a mezza voce. Perché i suoni, diceva, tendono a coprire gli sguardi ed i sorrisi. Ed è con quelli che si accoglie un ospite. Aveva i capelli bianchi e gli occhi azzurri, azzurri come il mare che dormiva a casa sua, nella stanzetta.
La nostra era una lunga stagione di pesca. Non erano previste soste annuali, se non durante le mareggiate. I giorni strappati alla pesca erano anche le domeniche, oltre al 2 di novembre, quando da sempre i pescatori di Capri, mi aveva raccontato, onorano i propri morti. Le notti di luna piena di maggio e di settembre erano dedicate alle occhiate (le aiate, per noi), che nel chiarore silenzioso del mare sorgono dai fondali a far festa nel pane e formaggio o nella pastura di alici. Abboccano anche di giorno, le occhiate, ingannate dal sughero coperto dal pane che la corrente trasporta complice. Ma di notte è più bello, quando il filo sottile si tende d’incanto, nella penombra. E il pescatore tira. Tira, tira, non ti fermare. Mettila a bordo ora, senza strappi. E’ grossa. Non far rumore, slamala, cambia l’esca, ho sgusciato un gambero per te. Lancia ancora la lenza, sono ancora a galla. Un po’ di piombo in più, forse, la corrente è fresca. Va di Ponente, buon per noi, se il “ferro” tiene. Ricordalo sempre: trenta passi dallo Scoglio della Ricotta. Chesta è a serata nosta… In estate si andava a totani. In giugno la pesca era ai “veraci”, quelli che nuotano fin sotto costa alla ricerca di piccoli pesci. Quelli che non sai mai di che grandezza siano se non quando li tiri su, e quasi a galla allargano i corti tentacoli a far da paracadute. Alla luce fioca dell’acetilene sembrano diavoli, di un rosso mai visto. Vittorio mi raggiungeva sul gozzo scendendo a piedi lungo via Krupp, fino alla Marina dell’Arsenale. Si cambiava d’abito via via, come un eroe dei fumetti. Un agile balzo dallo scoglio, un urlo di gioia e correvamo via verso l’avventura.
Settembre era invece il mese dei totani neri. Che sono un tantino più snob e si mantengono al largo dall’isola, il più delle volte: si naviga per tre, quattro, cinque miglia per andarli a trovare. Noi si teneva il timone verso Ponente, il più delle volte, raggiungendo Punta Carena per poi salutarla, pian piano. Ma il momento magico, veramente magico per noi, era un altro. Era quando Vittorio spegneva il motore e mi dava il segnale di correre a prua per issare la vela, mentre la barca proseguiva di slancio il suo cammino. Era in quei lunghi istanti che ci sentivamo veramente vivi. Liberi. Piccoli uomini grandi perduti in un universo di stelle antiche e sagge, di luci lontane, di suoni ovattati e di dolci profumi di sale. In piedi, dondolando a gambe larghe, fissavo la vela all’albero tozzo. Era allora che la barca cominciava a scivolare. Felice come un bimbo sui primi pattini. Sapete, i totani neri sono un pò come gli alunni di una scuola elementare. Tutti uguali nei loro grembiuli, tutti in fila nelle passeggiate. L’esca che usavamo allora era di pesce crudo: piatta ricopriva l’asta di un ombrello di ami e nascondeva l’insidia. La chiamano “spugna”, non ho mai saputo il perché. La pesca è un tira e molla senza fine, con gli occhi fissi nella scia di luce che lascia la poppa sull’acqua. Ischia è più vicina, ora. Quando la lenza si blocca, all’improvviso, è lui, il totano che l’abbranca. Vittorio è un maestro, sorride mentre lo scorge a mezz’acqua. Non lo cucinare con lo sguardo, mi dice. Porta male. Uno a zero per me. Attento allo “sbruffo”, ti sporchi. Lo sbruffo è lo sputo ribelle e nerastro del totano nero.
Ma la nostra pesca, la vera passione, era quella dei tonni, in autunno. Si può dire che la stanzetta del mare, nella piccola casa di Vittorio il pescatore, servisse soprattutto a quello. A quel lento, gioioso, onirico armeggiare col filo di nailon, gli ami e il sughero. Quante ore consumate nel rito. Stretti intorno al tavolo e ai nostri cuori. Intorno un variopinto campionario di oggetti di tortura e d’inganno. Ami di ogni misura, curvi, larghi, orribilmente acuminati. E ancora velli di pecora, piume di gallina, penne d’anatra, piombi d’ogni peso e misura. E mille altre diavolerie che costituivano le nostre risorse estreme, per quando i pesci proprio non ne avessero voluto sapere niente di immolarsi per il nostro piacere.
La traina ha questo di bello: che ti lascia il tempo per pensare e soprattutto per sognare. Noi amavamo più di ogni altra cosa parlare, seduti a poppa, con la lenza ben salda in una mano. Vestito con un vecchio doppiopetto da concierge, che gli dava un’aria da ammiraglio a riposo, mi raccontava delle notti nel pagliaio di Ruud e Karen, su, in Olanda, mentre i tedeschi rastrellavano le campagne in cerca di braccia. E della pesca alle murene sulle scogliere di Marsiglia, dov’era stato soldato. Mi sembrava di vederlo, in divisa, tra gli scogli, intento a scrutare ogni piega delle rocce, alla ricerca del serpente di mare. Ma subito mi portava in Argentina, dove la sabbia è bianca, fine e quasi eterea. Triste per chi la stringe tra le dita con la nostalgia di casa. Lì erano le sogliole le sue prede, grandi come le foglie dei fichidindia. Aveva girato il mondo Vittorio, ma poi era tornato a casa. Era di una famiglia di pescatori da sempre, venuta a Capri in cerca di pane e di pesci, nell’Ottocento, da Santa Lucia di Napoli. Io ascoltavo avidamente ogni sussurro. Era il mio amico, quello, e anche un po’ mio padre. Ricordo i suoi occhi mentre gli raccontavo di quando il mare di Capri era il mare delle aguglie e dei castavielli e ai pescatori dell’isola, poverelli, toccava pure pagare la decima sul pescato a quei prepotenti dei monaci della Certosa. Anche le tribolazioni dei pescatori di corallo lo prendevano, me ne accorgevo. “I miei antenati di Marina Grande hanno pescato il corallo in tutto il Mediterraneo, quando quello nelle Bocche di Capri finì. Fin sulle coste d’Africa…” Dei corsari turchi che sfregiavano le Madonne nelle chiese non amava sentire, lui così credente. “Ma racconta lo stesso, sempre storie di mare sono…”
Lo strappo del pesce arrivava fulmineo. Annunciato talvolta dallo scatto rabbioso di un gabbiano in picchiata. I gabbiani. Ce n’erano a centinaia intorno a noi e sopra di noi. Sapevano tutto di noi e noi di loro. Volavano alti, in cerchio come avvoltoi, ed era il segnale che il pesce si muoveva nel profondo del mare. Ogni loro virata, ogni colpo d’ala era per noi un tuffo al cuore. Con i muscoli tesi e il cuore in subbuglio ripassavamo i gesti ormai consueti. Fino a che non veniva il momento. Succedeva tutto in un attimo e bisognava coglierlo, a tutti i costi. Il branco di alici sorgeva improvviso dal blu, colorando le onde di un magico, frizzante argento. Un manto di re, paillettes di luce purissima.
Subito i gabbiani impazziti le attaccavano, d’ogni lato. I tonni sbucavano dal profondo, come demoni in cerca di luce, azzurri, fulminei, la bocca spalancata nel desiderio. Era il momento tanto atteso. Il comandante prendeva il timone e impartiva ordini secchi, a mezza voce, perché la ciurma (io) non perdesse la calma. La ciurma volava a prua, con il grosso retino (‘o cuoppo) ben saldo tra le mani. Bisognava che il gozzo rallentasse la sua corsa fino a fermarsi nel bel mezzo dell’orgia di mare, e a questo pensava Vittorio; a quel punto bisognava raccogliere nel retino una buona quantità di alici, e a questo badavo io. Il resto del branco si sarebbe fermato sotto la barca, come un cucciolo che cerca protezione. Le “aliciozze” raccolte venivano poste in acqua di mare perchè servissero da esca viva per i pescatori. Le infilavamo all’amo attraverso gli occhi, perché il corpo guizzante attraesse il grande pesce. Poca lenza in mare, perché il tonno non fuggisse verso il fondo. E’ forte il tonno. E il filo di naylon taglia la carne della mano quando guizza potente per sfuggire alla cattura. Il ritorno in porto era lento e vigile. Il tramonto è un tempo fertile per i pescatori, come il primo albeggiare. Marina Grande era un piccolo presepe illuminato mentre si attraccava alla banchina, Vittorio ed io. Il mio pensiero andava subito al giorno che doveva venire e alla magia del nuovo incontro con il mio amico. Nella stanzetta del mare. E con la barca, umida di rugiada.

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