Il mare di stella

– di Monica Florio

È il vero, grande protagonista dell’ultimo romanzo di Giovanna Mozzillo, ora minaccioso, ora rassicurante, sempre al centro delle vicende di suggestivi personaggi, di storie d’amore e di violenza.
Il contrasto tra il mondo occidentale e quello islamico. La paura e la tolleranza. La Marina dei Turchi, le acque azzurre della Lobra, la Grotta dei Palombi, luoghi di fascino e di leggende.

Prosegue il nostro viaggio letterario alla scoperta di quel connubio tra personaggio e paesaggio che costituisce sempre una fonte di ispirazione per chi scrive. Quale scenario più suggestivo, allora, della costiera sorrentina per ambientare un storia d’amore nel lontano Seicento? Sono passioni proibite e travolgenti quelle dipinte da Giovanna Mozzillo in “Quell’antico amore” (Avagliano Editore, pp. 240, euro 13), romanzo a più voci in cui il mare non è solo l’habitat naturale dei protagonisti delle vicende narrate quanto il referente primario delle loro azioni.

A questa presenza, ora minacciosa ora rassicurante, si rapportano i personaggi, in particolare Stella, avvenente figlia di un pescatore invaghitasi del gesuita Ignazio. Suggeriscono tale simbiosi alcuni passaggi del libro: nel convento dove attende il bambino frutto della relazione col frate, Stella fantastica di dissolversi nelle onde del mare per liberarsi dalla nostalgia che la attanaglia; altrove, il suo animo agitato si rispecchia nel clima ostile (“Oh Madonna, precoce è arrivato il freddo intenso …, anche il mare è adirato e in un vortice di schiuma i cavalloni si frangono contro il bastione di roccia”), ma, con il placarsi della tempesta, è lo stesso mare ad infonderle serenità, facendole apparire in sogno il figlio tanto atteso che, sulla riva della spiaggia, la prenderà per mano e nuoterà con lei verso il sole che, illuminando le onde, le tinge di rosso.

Dell’odore di mare e di alghe gli abiti di Stella sono impregnati a tal punto da illudere Ignazio che, in stato di ebbrezza, immagina di essersi congiunto con l’amata mentre, al contrario, è stato sedotto da Omar, il turco che l’ha rapito e condotto con sé in Egitto. Lo stesso odore avvertito dal religioso nella sua visione gli richiama quello delle acque della Lobra: in questa scena il mare che, all’imbrunire, mentre le barche si apprestano a prendere il largo, assume toni rossastri, suggella l’idillio tra i due amanti.
Il mare diviene talvolta fonte di pericolo, veicolo del propagarsi del Male: un avvistamento di navi saracene al largo di Capri – dirette, in realtà, verso la Sicilia – risveglia nelle donne più anziane il timore che i drammatici accadimenti avvenuti anni prima possano ripetersi nel presente.

Attraverso il racconto del piccolo Santillo che riporta la testimonianza dell’anziana Carmosina, all’epoca dei fatti poco più che bambina, viene rivissuto lo sbarco alla Marina dei Turchi che, in assenza degli abitanti di sesso maschile, avevano violentato le femmine depredando la popolazione di ogni avere.
In questo episodio, descritto con taglio realistico, risalta la crudeltà degli invasori che, nell’arrecare violenza ad una donna incinta, ne estirpano il feto gettandolo in pasto ai cani.
È il primo accenno ad un tema portante del romanzo, il contrasto tra il mondo occidentale e quello islamico: i turchi vengono ritratti inizialmente come dei “demoni” colpevoli dell’oltraggio più grave, la decapitazione della testa del parroco, trasportata su una barella alla rinfusa con altri beni sottratti alla Chiesa.

Sarà proprio Ignazio, simbolo del cattolicesimo, il messaggero di una nuova concezione di questo mondo “alla rovescia”. Durante il suo soggiorno forzato nel Cairo, il frate si confronterà con una realtà a lui sconosciuta e sarà trattato con umanità e rispetto come si conviene a chi crede in una fede differente ma “dotata di pari dignità e valore”. In base al principio del relativismo delle conoscenze è con spirito di comprensione e di tolleranza che vengono giudicati i costumi sessuali stranieri: un tormentato Ignazio si chiede se sia stato davvero Dio a vietare l’amore tra due uomini e non loro stessi allo scopo di “condizionare e frenare i liberi impulsi sessuali dei loro fratelli e godendo nel sottometterli alla propria arbitraria autorità”. D’altra parte la figura di Ignazio si presta già, sin dalla sua caratterizzazione fisica, ad incarnare una sessualità controversa: il suo aspetto, così differente da quello virile della “gente di mare” a cui appartiene lo sfortunato Falconetto, farà presa su Omar, incantato dai suoi occhi azzurri e dai “capelli del colore del grano maturo” e su Stella, che non mancherà di apprezzarne la pelle, “liscia, levigata e setosa” come quella di una donna.

Al contrario, nella sua prorompente femminilità, Stella sembra indifferente al richiamo del proprio sesso come è evidenziato dall’episodio nella Grotta dei Palombi, dove sarà l’amica Ginestra ad erudirla sulla leggenda della Vergini.
In questo luogo, dal fondo muschioso e dal mare così piatto da sembrare un lago, la roccia formava un gradino da cui scaturiva una sorgente. Nel flusso delle acque di un azzurro cupo si annidavano forme evanescenti simili a quelle di leggiadre fanciulle, appartenenti invece alle Vergini, ritiratesi in solitudine dopo essere state insidiate da divinità crudeli. Secondo il racconto esse si concedevano solo alle giovani che avrebbero protetto da ogni minaccia salvo, poi, vendicarsi in caso di un loro rifiuto.
Di altre leggende, create dagli stessi marinai, è intessuto il romanzo: dopo la scomparsa di Stella ed Ignazio, si era diffusa la credenza che i due innamorati sarebbero stati trasformati in onde dagli dei per poi essere accolti dal mare come in un abbraccio, mentre i loro mormorii potevano essere uditi da chi, come Santillo, si apprestava ad imbarcarsi.

Nel corso della vicenda saranno gli stessi ruoli tradizionali ad essere ribaltati: non è più la donna ad essere corteggiata e sottomessa bensì l’uomo che, da padrone e salvatore, diviene egli stesso schiavo consenziente. Non a caso, Stella si rifugia ad Amalfi dove, unendosi ad una compagnia di teatranti, non esiterà a fingersi maschio e a recitare in quelle parti femminili che, in ossequio agli usi del tempo, erano interpretate da attori truccati e vestiti da donne.

Il binomio attivo (maschio)/passivo (femmina) è posto in discussione in un’altra coppia, divisa più dalle circostanze che dalle barriere sociali: la sprezzante Francesca, castellana venuta dal Perù, seduce il prode Falconetto con il suo fascino enigmatico, finendo, tuttavia, per innamorarsene e custodirne, dopo la morte, il ricordo. Sebbene l’amore sia sconfitto, la speranza non abbandona chi è sopravvissuto: scomparso Falconetto, toccherà al fratello minore Santillo che tanto gli somiglia ereditarne il mestiere, imparando ad issare le vele e ad ammainarle per la pesca. Ad una lettura più attenta non sfugge come il contenuto sentimentale del romanzo sia un pretesto per rielaborare temi e situazioni care all’Autrice che non rinuncerà, almeno in parte, all’ambientazione isolana nel recente “La vita come un gioco” (Avagliano Editore), folgorante inno alla vita e all’amore, sentimento ignaro dello scorrere del tempo che spingerà il maturo Brando a cedere alle grazie di Mimma sullo sfondo di una magica Baia.

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