Il mare in sei stanze

– di Mino Rossi

Nelle sale del Museo di via Pozzuoli a Bagnoli la storia di due secoli della marineria del Mediterraneo.
Affascinanti modelli, sestanti, bussole, strumenti e antiche carte nautiche, oggetti unici e documenti preziosi raccolti in tredici anni dal direttore Antonio Mussari che ora ha un sogno, un obiettivo straordinario: portare a Napoli il sommergibile “Marconi”.
L’Istituto “Duca degli Abruzzi” e le numerose iniziative. Fra le tante, la Mostra e il convegno sull’esperienza educativa della nave-asilo “Caracciolo”.

Si naviga a vista e la vista è magnifica. Modelli di scafi, navi, brigantini e poi bussole, cannocchiali, mappamondi, sestanti, orologi solari, atlanti e carte nautiche antiche. E’ il Museo del Mare di via Pozzuoli a Bagnoli. Due secoli di storia della marineria nel Mediterraneo raccontati da oggetti unici e documenti preziosi raccolti in tredici anni di appassionata acquisizione. Il Museo si accompagna all’Istituto nautico statale “Duca degli Abruzzi”, erede della prima scuola nautica sorta in Europa nel 1648 e fulcro degli studi teorici e pratici della Marina del Regno sotto i Borbone.
L’Istituto, dotato di apparecchiature d’avanguardia, continua nella formazione di abili tecnici e di personale esperto dell’arte della navigazione e, attraverso il Museo, conserva la memoria del passato con i preziosissimi oggetti che ricostruiscono un segmento di storia dell’arte della navigazione in Italia. Una collezione di 1200 strumenti scientifici e nautici, modelli di macchine marine, modelli di navi e di motori, carte nautiche, magnificamente disposti nelle sei sale del Museo, più una videoteca e una biblioteca con rari testi di architettura navale e macchine marine dal diciottesimo al ventesimo secolo.

A illustrare questa meraviglia del mare è Antonio Mussari, direttore del Museo, 60 anni, una gran barba da bucaniere, che il Museo ha creato con passione infinita nel 1992 e con la collaborazione degli alunni dell’Istituto. “Qui -dice – c’è scienza, emozione e passione per tutti gli amanti del mare”. Forte è la suggestione della Sezione Modelli che comprende le realizzazioni degli allievi della specializzazione “costruttori navali”, modelli di straordinaria fattura tra i quali spicca una lancia sorrentina, la nave “Teresa”. Al patrimonio del Museo hanno concorso molti privati con prestiti e donazioni. Il Museo ha partecipato a numerosi eventi a partire dalla Colombiadi del 1992 ed è stato presente in molti convegni internazionali a Barcellona, Malta, Gibilterra, Genova, Seixal in Portogallo, sulla conservazione del patrimonio marittimo dei paesi del Mediterraneo. Nell’aprile scorso ha realizzato un convegno e una mostra foto-documentaria sul tema “Da scugnizzi a marinaretti, l’esperienza della nave-asilo Caracciolo” a cura di Antonio Mussari e Maria Antonietta Selvaggio.

La mostra, attraverso materiali fotografici inediti e fonti d’archivio, ha ricostruito l’originale esperimento educativo che ebbe luogo a Napoli tra il 1913 e il 1928, richiamando l’attenzione e l’ammirazione di studiosi e di esperti da tutto il mondo. Il metodo pedagogico di Giulia Civita Franceschi, direttrice della nave-asilo, sottrasse alla strada oltre 750 “scugnizzi”, restituendoli a una vita sana e dignitosa.
La rievocazione di questa straordinaria esperienza si è inquadrata nel più ampio progetto del Museo del Mare “per recuperare la memoria marinara di Napoli”, tema che è stato oggetto del Convegno nazionale di studi tenutosi nell’aula magna dell’Istituto “Duca degli Abruzzi”. Il convegno si è soffermato sull’importanza del patrimonio culturale immateriale relativo al mare e ai suoi mestieri, sulla rilevanza del mare nella storia ambientale, sulla fenomenologia sociale delle popolazioni marittime, sulla identità mediterranea tra incontri e conflitti, sulla istituzione delle navi-asilo in Italia sul modello delle training ships inglesi. Negli anni tra il 1913 e il 1928, Napoli fu al centro dell’interesse pedagogico internazionale per l’esperimento educativo che si realizzò sulla naveasilo “Caracciolo” ad opera della signora Giulia Civita Franceschi (1870-1957). Il suo metodo, apprezzato da Maria Montessori e da numerosi osservatori italiani e stranieri, che visitarono la nave in quegli anni, è stato descritto e illustrato nella Mostra grazie a un insieme di fonti documentali e di materiali fotografici che hanno riproposto il “sistema Civita” attraverso le parole di protagonisti e testimoni e le immagini dei “caracciolini”.

L’iniziativa della signora Civita puntò al recupero e all’integrazione di minori a rischio di delinquenza ed esposti a ogni tipo di malattia. La “Caracciolo” non si limitò ad essere una scuola di addestramento ai mestieri marittimi, ma fu piuttosto una “comunità”, in cui ogni fanciullo, conosciuto e rispettato nei propri bisogni nonché incoraggiato e valorizzato nella proprie tendenze, veniva “aiutato individual mente a migliorarsi e a svilupparsi in modo armonico”.
Il disegno di legge con cui il Ministero della Marina fece dono alla città di Napoli della “Caracciolo” fu opera del ministro Pasquale Leonardi Cattolica, mentre il professore Federico Celentano, in qualità di presidente del Patronato appositamente costituito, provvide a redigere lo statuto.
La nave fu inaugurata nell’aprile del 1913. Al successo dell’iniziativa collaborarono molte persone come Enrichetta Chiaraviglio Giolitti, David ed Elvira Levi-Morenos, Antonia Nitti, Lucy Re-Bartlett, il deputato Dentice d’Accadia, il marchese di Campolattaro ed altre figure di filantropi Tra i primi propugnatori del trasferimento in Italia dell’esperienza inglese delle training ships fu fin dal 1878 Pasquale Villari, profondo conoscitore dei buoni risultati conseguiti con quel sistema in Inghilterra. Quando fu inaugurata la “Caracciolo”, l’iniziativa presentava già due precedenti in Italia: la nave-officina “Garaventa” a Genova, attiva dal 1883 e finalizzata ad accogliere giovani che avessero scontato delle pene carcerarie, e la naveasilo “Scilla”, promossa a Venezia da David ed Elvira Levi-Morenos fin dal 1906 e funzionante come scuola di pesca per gli orfani dei pescatori dell’Adriatico.

La “Caracciolo” fu destinata ad accogliere sia gli orfani dei marittimi sia i fanciulli abbandonati di Napoli, meglio noti in Italia e nel mondo col nome di “scugnizzi”. La direttrice Giulia Civita Franceschi salì a bordo della nave nell’agosto del 1913 e vi rimase fino al 1928, l’anno in cui fu allontanata dal fascismo che, nel suo intento totalitario, volle inserire questo istituto educativo nell’Opera Nazionale Balilla, interrompendone così la peculiare funzione. Tra le conseguenze negative di questa decisione vi fu anche la mancata realizzazione di un progetto maturato da tempo nella mente della Civita: l’estensione alle bambine e alle ragazze abbandonate, le “scugnizze”, dell’opera di accoglienza e recupero rivolta fino ad allora esclusivamente ai loro coetanei maschi. Era stato previsto a Miseno un edificio destinato alle bambine. Per tornare al Museo del Mare, il direttore Antonio Mussari non si ferma per arricchirlo e pubblicizzarlo. E non nasconde un progetto ambizioso come ha confessato in una intervita concessa a Oscar Medina che scrive: “Mussari punta al bersaglio grosso, un obiettivo che insegue dal 2003, da quando cioè apprese che a La Spezia era ormeggiato un sottomarino in disuso, il ‘Marconi’. Mussari se lo sogna di giorno e di notte. Vorrebbe portarlo a Bagnoli, al Museo del Mare”.

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