Il mecenate della scuola di Capri

– di Francesco Canessa

Feodor Chaliapin, tra i più celebri artisti d’opera del mondo, all’epoca di Caruso, divenuto amico di Gorkij finanziò il gruppo degli esuli russi che, sull’isola, fondarono lo straordinario laboratorio di cultura per operai e intellettuali.
Elegante sino alla ricercatezza, una volta sbarcato alla Marina Grande si metteva in brache e camicioni.
Di sera, alla Marina Piccola, cantava per tutti le più popolari canzoni russe tra le quali primeggiava “Dubinuscha”.
Il mistero di una fotografia.

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200708-14-3mÈ un tenero pomeriggio della primavera caprese, un giorno imprecisato dell’aprile 1909. Una foto ritrae due signori che giocano a scacchi, con intorno un gruppo di amici. Il giocatore che ha in testa la bombetta è nientemeno che Lenin, l’altro è Bogdanov, rivale in politica e negli scacchi, entrambi convinti d’essere migliore dell’altro nell’una e nell’altra cosa. A guardare, con la mano a reggersi il mento, c’è Massimo Gorkij e poi la moglie di Bogdanov, con alle spalle Peskov, il figlioccio di Gorkij e l’editore Ladyznikov, seduto accanto a Lenin. Il signore in piedi a sinistra, con le mani che stringono i baveri della giacca, è il filosofo Bozarov-Rudnev, l’uomo del compromesso, che temeva lo scontro non tanto tra menscevichi e bolscevichi, ma tra le due fazioni in cui quest’ultimo movimento si era diviso, e i cui ideologi ora si affrontavano nel gioco degli scacchi.
Personaggio che da questa foto fu fatto scomparire, tra la prima e la seconda pubblicazione, avvenute in Russia nel 1926 su “Rivoluzione Proletaria” e poi nel 1933. Nel frattempo, infatti, era stato condannato nel processo voluto da Stalin contro gli esponenti di una rediviva fazione menscevica del partito.
È la foto-copertina d’ogni scritto che racconti della Scuola di Capri, straordinario “laboratorio di cultura” per operai e intellettuali scacciati o fuggiti dalla Russia dopo il fallimento dei primi moti rivoluzionari. Storico cenacolo formatosi intorno a Massimo Gorkij, anch’egli fuoriuscito e arrivato sull’isola all’indomani di un breve, sofferto soggiorno negli Stati Uniti. Era una scrittore già di fama internazionale, tradotto e stampato un po’ dovunque, anche in Italia.
A Capri, negli studioli delle tre case di fitto ove abitò dal 1906 a tutto il 1913, villa Blaesus, villa Spinola e villa Serafina, scrisse moltissime opere: i cicli “Attraverso la Russia”, “Racconti russi”, “Racconti sull’Italia”, le opere autobiografiche come “Il Padrone”, “Un avvenimento nella vita di Makar”, “La Nascita di un uomo” e di narrativa pura, come “La Spia”, “Confessione”, “Estate” ed altre ancora.
In quella Scuola si accettavano tutti, purché russi, meglio se provenienti dall’esperienza del Partito Operaio Socialdemocratico, finito nel sangue della spietata repressione di Mosca, nella “domenica rossa” del 2 gennaio 1905. E si insegnava di tutto: economia politica, teoria e storia del movimento sindacale, storia dell’Internazionale, della Socialdemocrazia, della Russia e della letteratura russa, i rapporti tra Stato e Chiesa, la Questiona agraria, sindacalismo e finanza e addirittura scienze naturali. Si svolgevano anche esercitazioni pratiche di lavoro di partito, conversazioni e dibattiti sulle pubblicazioni più interessanti della stampa socialista europea. Il tutto aveva un fine, giungere alla “Costruzione di Dio”, sorta di “ateismo religioso” in cui avrebbe dovuto sfociare il grandioso progetto rivoluzionario totale che si andava elaborando.
Le giornate erano dure su quello scoglio piccolo e assolato, così diverso dalle pianure innevate, i fiumi e i boschi che s’erano lasciati alle spalle e spesso la nostalgia si faceva sentire, alla sera. Gli esuli aspettavano con ansia che arrivasse, o tornasse tra loro un personaggio che la storiografia nata intorno alla Scuola ha inspiegabilmente trascurato. Era un amico di Gorkij, un omone gigantesco che non insegnava, non leggeva storie, non avviava dibattiti, ma cantava meravigliosamente. Era nato in un paesino sul fiume Kazanka, un affluente del Volga, poco distante da quello dove era nato Gorkij, aveva fatto lo scaricatore e lavorato in un circo, prima d’entrare in teatro e cominciare a cantare. Ora era tra i più celebri artisti d’opera del mondo, protagonista insieme a Caruso del boom discografico che aveva portato la lirica fuori dai teatri e che in palcoscenico si distingueva per il modo incisivo e nuovo con cui disegnava i propri personaggi, da vero attore, prima che cantante. Il suo nome era Feodor Chaliapin e di quella che i russi chiamavano “Scuola superiore di propaganda e agitazione per operai” era anche generoso finanziatore, insieme all’armatore Kamenskij, amico e compaesano di Gorkij. Ricco e famoso, aveva case a Parigi, a Montecarlo oltre che in Russia, collezionava opere d’arte e gli piaceva vestire in modo ricercato ed elegante, ma appena sbarcato a Capri, si toglieva di dosso gli abiti cuciti a Londra dal sarto del Principe di Galles e si metteva in brache e camicioni, così come stavano i suoi amici che studiavano la rivoluzione (quelli che l’insegnavano mantenevano invece un abbigliamento formale e borghese, come documentano le fotografie del tempo). Ogni volta che arrivava, Gorkij e gli altri gli andavano incontro alla Marina Grande per fargli la festa che meritava, come amico, come artista e come mecenate.
Era stato il compositore e pianista Sergeij Rakmaninov a trasmettere a Chaliapin l’ammirazione per Gorkij dandogli dei libri da leggere. Scoprì che erano quasi conterranei, gli scrisse, ma non ebbe risposta. Poi nel 1901 fu lo scrittore a presentarsi a lui nel camerino del Teatro della Fiera di Nijni-Nòvgorod dopo una rappresentazione de “La vita per lo Zar” e nacque un’amicizia profonda e duratura. Chaliapin professava idee socialiste, ma aveva comportamenti contraddittori: una sera che aveva cantato nel “Boris Godunov” al Teatro Mariynsky di San Pietroburgo, al momento degli applausi, si tolse la finta corona che aveva sul capo e si inginocchiò insieme al coro, in segno di omaggio allo zar vero, Nicola II che era nel suo palco. Gli amici del popolo si indignarono, per lungo tempo lo tennero all’indice, ne scissero i giornali fuori della Russia e in Francia subì gli assalti di alcuni giovani di sinistra, che l’avevano riconosciuto sul treno dove viaggiava.
Per contro, nella città di Kiev, tra una recita e l’altra di “Kovanchina”, aveva affittato una grande sala e invitato quattromila operai ad ascoltare gratis un suo concerto di arie popolari e canzoni del Volga, che erano molto coinvolgenti, anche perché invitava il pubblico a fare da coro… L’ultima canzone, intitolata “Dubinuscha”, era il suo cavallo di battaglia che diceva: “Ho inteso molte cose nella mia patria/che cantano la tristezza e la gioia/ma di tutte queste canzoni,/nella mia memoria/ è impressa/la canzone dei compagni operai!”. Stavolta ad arrabbiarsi fu la polizia zarista, che lo fermò, l’interrogò per un’intera notte, perquisì la sua camera d’albergo e la sua casa di San Pietroburgo. E i problemi si ripeterono anche dopo, quando i bolscevichi erano al potere: gli furono confiscati i beni, poi restituiti, poi confiscati di nuovo. E finì per abbandonare il suo paese, precedendo nell’esilio i tanti musicisti del suo tempo sgraditi al regime, da Strawinsky a Prokofiev, Rakmaninov, Glazunov.
Cantava in tutto il mondo, dopo il clamoroso successo a Parigi nell’allora sconosciuto “Boris Godunov” con la compagnia di Diaghilev, che alternava l’opera ai famosi Balletti russi e aveva come star Nigijnsky, Strawinsky e Chaliapin. In Italia debuttò alla Scala nel 1901 come protagonista del “Mefistofele” di Boito con la direzione di Arturo Toscanini, accanto a Enrico Caruso ed Emma Carelli, soprano napoletano che aveva come marito un estroverso rivoluzionario seguace di Labriola, Walter Mocchi, che più avanti accompagnerà quest’ultimo a Capri da Gorkij, presentato proprio da Chaliapin.
Ma frequentò poco i teatri italiani, alla stessa Scala, dopo un “Boris” e un “Barbiere di Siviglia” nel 1906, mancherà sino agli anni 30, quando apparirà finalmente anche al San Carlo. A Capri dunque arrivava direttamente dall’estero e vi giunse moltissime volte. Oltre a Gorkij e ai maggiorenti della Scuola, l’accoglievano con gioia tutti gli esuli che stavano sull’isola. Egli infatti li raccoglieva a sera sulla spiaggia di Marina Piccola e lì, sotto le stelle, cantava le canzoni della loro terra, l’una dopo l’altra, accompagnato dal mormorio del mare e dai compatrioti in coro. E l’ultima canzone era sempre “Dubinuscha”.

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