Il Mediterraneo al tempo di Solimano

– di Patrizia Carrano

Il sultano meditava di farlo diventare “un grande lago turco” e sferrò un potente attacco con 193 navi contro l’isola di Malta dove si arroccarono i Cavalieri. Dopo tre mesi di sanguinosi scontri, la flotta dovette ripiegare per non incorrere nei rischi di naufragio sul mare invernale.

L’ammonimento dell’ammiraglio Andrea Doria, “nel Mediterraneo ci sono tre porti sicuri, Cartagena, giugno e luglio”, stava a significare che i mesi buoni per navigarlo erano solo due. Per questo le navi turche si allontanarono prima di restare intrappolate nelle tempeste.

Con la battaglia di Lepanto, il sogno di Solimano tramontò definitivamente: la sua flotta perse per sempre il dominio del Mediterraneo.
Intanto, con la scoperta dell’America, esso cessò di essere il centro del mondo.

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200705-9-3m“Davanti a lei, sul filo dell’orizzonte, il manto del cielo pareva essersi ripiegato sulla terra. Era d’un celeste appena più scuro, lievemente orlato da un pizzo bianco che pareva disfarsi continuamente.
Senza che la nine dicesse una parola, Amina comprese che quello era il mare”.
Chi è Amina? Una giovane damascena – protagonista di un mio romanzo intitolato Le armi e gli amori – che nel 1565 parte dalla sua città diretta a Costantinopoli per sposarsi. Amina non conosce il suo sposo, ma il segreto motivo che ha indotto il suo carattere ribelle ad accettare quel matrimonio è il desiderio di entrare in contatto con il sultano Solimano, per mostrargli le meravigliose rose damascene che coltiva con perizia e passione.
Quando giunge a Tiro, dove s’imbarca, Amina poco sa della vita, e nulla sa del mare. Scopre dunque pian piano quel Mediterraneo cinquecentesco che il sultano Solimano meditava di far diventare “un grande lago turco”, come scrive Fernand Braudel nel suo inarrivabile e poderoso saggio intitolato Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’epoca di Filippo II.
La fisionomia di quel mare è assai differente da quella di oggi: e non tanto perché la geopolitica ha ridisegnato le coste e gli equilibri fra i popoli, ma perché quell’acqua era un’altra acqua, essendo specchio di un altro mondo.
Unico personaggio d’invenzione in un contesto tutto mutuato dai documenti storici, la mia protagonista si trova al centro di quel mare, su cui si affacciano, si incontrano e si scontrano due mondi: l’impero Ottomano da un lato e i paesi della Croce dall’altro. In quel Mediterraneo del 1565 Solimano sferra un poderoso attacco all’isola di Malta, sede dei Cavalieri Gerosolimitani, allo scopo di conquistarla e farne una base strategica da cui partire con le sue armate alla volta della Spagna.
Amina finirà prigioniera del grande e celebrato corsaro Dragut, famoso per le scorrerie nel sud dell’Italia, verrà imbarcata nel suo sciabecco, giungerà a Malta, sarà catturata dai Cavalieri e ammessa nel loro ospedale, a curare quanti venivano feriti in quella guerra d’assedio che Solimano aveva intrapreso inviando a Malta centonovantatré navi, con sedicimila rematori. Su quei legni erano imbarcati trentottomila giannizzeri, cavalieri traci, montanari d’Anatolia, guastatori, marinai, più di ottomila cavalli, e un formidabile armamento d’artiglieria di cui facevano parte cinquanta cannoni da batteria doppi e rinforzati, capaci di vomitare palle di ferro da ottanta libbre, e provvisti di munizioni per centomila tiri.
L’ammiraglio Andrea Doria, morto novantaduenne qualche anno prima, usava dire che “nel Mediterraneo ci sono solo tre porti sicuri: Cartagena, giugno e luglio”. A significare che a quell’epoca i mesi buoni per navigare in sicurezza erano solo due all’anno: “a giugno – racconta un altro grande navigatore, il barone de Tott – gli alisei che soffiano dall’ovest al nord, senza mai agitare il mare, permettono ai naviganti di calcolare l’ora del loro arrivo da Creta all’Egitto”.
La flotta di Solimano era salpata da Costantinopoli a marzo, quando ancora si temevano le tempeste improvvise, e chi si imbarcava riteneva indispensabile fare testamento, perché si era certi della partenza ma incerti dell’arrivo.
Eppure la marineria dell’epoca era assai avanzata: i Cavalieri di Malta, considerati meravigliosi navigatori, intrepidi corsari (essi conducevano la cosidetta “guerra di corsa”, razziando beni e schiavi per l’Ordine cui appartenevano e non erano da confondere con i pirati, dei veri predoni del mare che agivano per il proprio tornaconto) avevano nella loro flotta una nave, la Gran Caracca Sant’Anna, fabbricata a Rodi nel 1523, che per prima aveva ricoperto di piombo le parti dello scafo sott’acqua, che aveva otto ponti, cinquanta pezzi d’artiglieria, un forno capace di garantire duemila pagnotte alla volta. Una città inaffondabile, non particolarmente amata dal Generale delle galere, il Cavaliere di Romegas: per la guerra di corsa egli prediligeva agili galeotte, capaci di navigare velocemente al largo e sottocosta.
Il cavaliere di Malta Mathurin d’Aux Lescot – detto Romegas grazie a un suo bisavolo che aveva ottenuto una signoria dal conte d’Armagnac – aveva pronunciato, come tutti i suoi confratelli, i voti di castità, di obbedienza e di povertà: ciononostante io sono convinta sapesse per esperienza diretta che le navi somigliano alle donne. Per le loro forme sensuose e tondeggianti, per le generosità e i puntigli di cui sono capaci, tutte le navi hanno un che di muliebre e la capitana della flotta dell’Ordine era, per lui, la più femmina di tutte.
Pure, quando Romegas vide annunciarsi sul filo dell’orizzonte la flotta di Solimano, che giungeva ad assediare Malta, decise di incagliare la sua amatissima nave. E anche la San Gabriele. Non era un gesto di resa, ma piuttosto la decisione d’un uomo che – assieme ai suoi confratelli e al gran maestro dell’ordine Jean Parisot de la Valette, da cui in seguito prese il nome Valletta, la capitale dell’isola – contava di battere la strapotenza nemica e di rimettere poi in mare i suoi legni senza correre il rischio di farli cadere in mano turca.
La guerra che Solimano imponeva non sarebbe stata combattuta per mare, ma sulla rocciosa, inospitale isola di Malta, dove i cavalieri si erano arroccati assieme ai civili nelle fortezze di Sant’Elmo e Sant’Angelo, dopo aver avvelenato i pozzi, razziato gli animali, stivato i raccolti.
Eppure, a battere Solimano, e il suo consiglio di guerra, fu, al dunque, la regola del mare. A settembre, dopo tre mesi di una sanguinosissima campagna in cui erano riusciti a conquistare soltanto forte Sant’Elmo, i generali turchi si trovarono di fronte a una irrimandabile decisione: se non fossero salpati al più presto, non avrebbero più potuto farlo, a causa delle inclementi condizioni del clima invernale e dei venti sfavorevoli.
Ma svernare a Malta, senza più munizioni, senza approvvigionamenti, senza collegamenti, equivaleva a consegnarsi al nemico. Il generale turco Mustafà – l’ottantenne corsaro Dragut aveva perso la vita e la testa, portata via da una palla di cannone – preferì sfidare la collera del suo sultano, piuttosto che l’inverno. E dunque salpò attorno al dieci settembre.
Con l’inverno, nel Mediterraneo della prima metà del Cinquecento, non finivano soltanto le guerre per mare, ma anche i traffici, i pellegrinaggi, i commerci: il pericolo del naufragio era troppo potente per sfidarlo. Per comprenderlo basta leggere cosa racconta del suo naufragio il pellegrino Ibn G’ubayr, autore di un diario intitolato Viaggio in Spagna, in Sicilia, Siria, Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto, riguardo al suo naufragio al largo delle coste di Sicilia: “guardavo quella burrasca che pareva non volersi placare: invano il rais diede ordine ai marinai di raccogliere la vela, che s’era liberata dall’albero ormai rotto: il vento soffiava così forte che la vela, non più trattenuta dalle cime, divenne una sorta di candido e terribile mostro. Il rais tentò allora di vincerla tagliandola pezzo a pezzo col coltello. Ma il suo affaticarsi non ebbe l’esito sperato: senza più alberi, con lo scafo sfondato, in balia di un fortunale che la trascinava nei mare estremi della sorte, la nostra nave fu inghiottita dall’acqua e i nostri corpi sospinti fortunosamente a riva”.
Solimano aveva ricchezze tali da poter riarmare una flotta ancor più potente per la stagione successiva. Ma così non fu: nel 1572, nella battaglia di Lepanto, le flotte turche persero per sempre il dominio di quel Mediterraneo che avevano sognato tutto per loro. E che, con la scoperta delle Americhe, smise di essere il centro del mondo.

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