Il Natale 1943 a Capri

– di Giuseppe Aprea

Finì l’anno maledetto.
Gli aerei avevano oscurato il cielo e nel golfo stazionava l’immensa flotta alleata. Le fiamme di Napoli e il “film” della guerra dal belvedere di Tragara.
I cannoni del Castiglione, di Palazzo a mare e di Anacapri. L’annuncio dell’armistizio dalla grossa radio del bar Tiberio.
Si aspettavano gli americani e arrivarono gli inglesi.
Il ritorno di Malaparte e l’arrivo di Benedetto Croce.

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200312-18-3mQuesto articolo ha trovato ispirazione dai racconti di Eugenio Aprea al figlio Giuseppe e dalle loro chiacchierate sotto la pergola dell’Hotel Le Terrazze.

“Never say never”. Continuava a ripetere tra sé quelle semplici tre parole il capitano Hanan, americano del Kentucky, mentre passava in rassegna l’affamato e rumoroso battaglione di bambini schierato nella piazza di Capri, in quel Natale del ’43. Del resto, se qualcuno gli avesse detto solo qualche mese prima, che sarebbe diventato governatore di un’isoletta sperduta in mezzo al mare, si sarebbe fatto una gran risata. Invece era andata proprio così. Mai dire mai. E tra gli altri grattacapi che gli erano venuti dal nuovo incarico ora gli toccava pure quello. Stare al gioco, fingere un po’ di contegno e guidare quell’insolito manipolo e la loro suora verso l’hotel Quisisana, dove la Croce Rossa aveva organizzato una festicciola.

E neanche il pomeriggio si presentava tranquillo, per il nostro capitano. Don Luigino, il parroco, gli aveva mandato a dire che si aspettava la presenza in chiesa di tutti gli ufficiali alleati, per la messa di Natale. E che sarebbe toccato proprio a lui, il Governatore, l’onore di partecipare al rito reggendo l’ombrello processionale.
L’appuntamento era per qualche minuto prima delle 16, perché dall’inizio della guerra era quello l’orario delle funzioni natalizie.

Il giorno di festa, scandito da quei due avvenimenti principali, andò proprio così. Dopo la messa furono fatti esplodere alcune batterie di mortaretti, i tricche-tracche, come li chiamavano i capresi. Furono i primi spari di festa dall’inizio della guerra e spinsero più di uno dei presenti a ripensare a quel tremendo ’43 che a giorni sarebbe andato via. La memoria dei momenti più intensi da poco trascorsi era più viva che mai.
Quell’anno era nato proprio sotto una cattiva stella. Storto e jellato fin dall’inizio, quando la pioggia non voleva saperne di cadere, e gli orti erano tutti un’arsura. E zappavano anche le rocce nell’isola, in quei tempi…
Per fortuna che San Costanzo per i contadini e per vignaioli di Capri ha avuto sempre un debole, ma ce n’erano volute di preghiere! Poi era arrivato quel terribile marzo. Freddo, piovoso. San Giuseppe era ancora per strada, il diciotto, quando a prima sera su Napoli si era scatenato l’inferno, l’ennesimo inferno di fuoco. La terrazza della funicolare era gremita, fremente di silenzi e di paura. Il colonnello Marsiglia davanti a tutti, appoggiato alla ringhiera, sprizzava rabbia e impotenza.
“Troppo buio per sparare, accidenti!” La batteria di Palazzo a Mare taceva, infatti. Il cielo era scosso da rombi terribili e solcato dal chiarore dei razzi. Inglesi, americani, chissà? Il mare portava l’eco dei colpi della contraerea di Pozzuoli, di quella di Bagnoli. Si sparava pure da Castellammare per difendere la città, ma la Riviera di Chiaia era già tutta in fiamme. La centrale elettrica aveva staccato la luce e l’isola era piombata intera nell’oscurità.

Era stato proprio allora, un attimo prima del buio, che prima una, poi due, tre persone, avevano avvistato un aereo più vicino degli altri, con le ali possenti a fendere le nuvole. Era vicino, dannatamente vicino. Ad un certo punto il rombo del bombardiere aveva taciuto, per un lungo istante. E in quello stesso, interminabile attimo, la folla aveva trattenuto il respiro. Solo dopo era cominciata la picchiata. Potente, stridente, rabbiosa.
Tre, quattro bombe erano esplose nel silenzio, mezzo miglio al largo del porto, violentando le acque immobili di Punta Bevaro. Era stato chiaro a tutti, in quel momento, che Capri era in guerra.
Maledetto ’43. La primavera non era ancora cominciata quando l’isola si era vestita a lutto per la morte dei giovani artiglieri precipitati con una camionetta dalla strada di Anacapri. Un volo spaventoso, una morte atroce e ingiusta. Si viene a Capri per vivere, non per morire…
Il ventotto di aprile era arrivata in piazza la notizia di due capresi uccisi dalle bombe alleate, a Napoli. Erano troppo vicini alla porta del rifugio, raccontarono alcuni. Quella volta, in città, i morti erano stati centinaia. Fortunato Malaparte: era anch’egli a Napoli, quel giorno ma da tutt’altra parte. Era tornato alla Stracasa un po’ meno baldanzoso di prima, a bordo della “Principessa di Piemonte”.
Tra un allarme e un altro si era fatto luglio, un torrido luglio. Pochi giorni dopo il dieci, quando gli alleati erano da poco sbarcati in Sicilia, Di Somma, il Commissario Prefettizio, si era affrettato ad ordinare a quei pochi stranieri presenti sull’isola di partire. Ed era stato così che con i bagni di mare vietati, gli alberghi chiusi e i negozi senza merci l’isola si era piegata sulle ginocchia. L’unica consolazione? Quella che dopo il Gran Consiglio fatale, il venticinque, il bar Tiberio e la piazza si erano riempiti di gente che parlava, parlava senza più paura. Con l’animo in subbuglio e la pancia vuota, ma senza più il timore dell’olio di ricino. Non solo. Il fatto veramente straordinario era stato che di fascisti in giro non se ne vedevano proprio più. E mentre c’era chi si organizzava per farla pagare a Pagano (il segretario del Fascio) e agli altri, qualcun altro era disposto a giurare che Montgomery avrebbe presto ordinato l’invasione di Capri… E quest’ultima voce, a dir la verità, aveva dovuto trovare anche qualche influente sostenitore, se è vero che si distribuirono, proprio in quei giorni, razioni speciali di farina e di pasta. Non si sa mai.

Al bar Vittorio si mormorava pure che Cerio sarebbe stato il prossimo podestà dell’isola. Finalmente un caprese! Ma il solito bene-informato, dopo un po’, aveva gelato l’uditorio rivelando che Benedetto Croce aveva invece fatto al Prefetto il nome di un certo Giuseppe Brindisi. Bah! Almeno uno che già col cognome metteva allegria. E Dio sa se c’era bisogno di allegria, per chi mangiava carrube e fantasia…
Ma il giorno che i capresi mai avrebbero potuto dimenticare era stato l’otto settembre. Quel terribile mercoledì in cui per tutti gli italiani la guerra era finita. Per qualche minuto, per qualche ora. Nell’isola le cose erano andate pressappoco così. La notizia dell’armistizio era esplosa nella piazza come una bomba, dopo aver attraversato l’etere e centrato in pieno la grossa radio del bar Tiberio. Era quasi sera, il campanile aveva da poco annunciato un quarto alle otto.

“L’Italia si è arresa… Armistizio… Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare…” Per tutta risposta il comandante della Milizia aveva subito ordinato che fossero portate in piazza Umberto I le mitragliere. Resistere, bisognava resistere! Ma a chi? Era già tutta un parapiglia di gente incredula e festante, la piazza di Capri, quando era risuonato improvviso l’allarme navale. Ma la guerra, allora, non era finita? Nella folla che strepitava qualcuno raccontava di sbarchi alleati a Salerno, altri parlavano di Sapri. Che fare? Meglio scappare, subito, poco importa dove. Un calcio a un formicaio, questo era stato l’effetto della sirena. Le grotte, tutti alle grotte. I sacri ninfei tiberiani diventarono rifugi, quel giorno: Matermania, l’Arsenale. Nel minuscolo eremo di Fra Felice, lungo via Krupp, non più innamorati ma intere famiglie, donne, bambini, anziani. I più spaventati erano stati come altre volte i pescatori di Marina Grande, che sapevano come i porti fossero gli obiettivi più cari ai bombardieri. Erano anche i più arrabbiati, i pescatori, che ricordavano bene quel gruppo di ingegneri venuti in giugno apposta per progettare rifugi. Veri, indistruttibili ricoveri antiaereo, avevano promesso. Li ricordavano perché era proprio ormeggiato alla Marina, il gozzo col quale andavano a fare il bagno alla Sementella, a jurnate sane! Nessuno del resto si aspettava granché nemmeno dal Presidio a difesa dell’isola: il colonnello Marsiglia, dal suo comando a Villa Plinio non poteva fare miracoli. I mezzi erano quelli che erano. Pochi cannoni di gettata limitata al Mulino a Vento ad Anacapri, una postazione a Palazzo a mare, un’altra sul monte Tiberio. C’era una batteria anche sulla collina Castiglione e tante vecchie mitragliere disseminate qua e là lungo la costa. E poi i soldati. Più di mille, tra quelli della 545° Coorte, quelli della II centuria e gli altri, quelli della Milizia del maggiore Giannetti. C’erano anche i marinai dei MAS ormeggiati nel porto, in verità. Ma in piazza si diceva da qualche tempo che erano i primi a scappare, quando risuonava la sirena. Correvano tutti sotto il tunnel della funicolare, a Marina Grande, e si guardavano bene dal mettere il naso fuori fin quando l’allarme non era cessato…

Armistizio, aveva detto la radio. Ma che armistizio era mai quello, se il cielo era pieno di rombi d’aereo?
Il giorno successivo, mentre il comandante dei soldati tedeschi venuti sull’isola per impiantare una postazione al Faro di Punta Carena spianava la sua Luger in mezzo agli occhi del capitano del piroscafo diretto a Napoli, costringendolo a girare il timone verso Massalubrense e a sbarcare lì lui e la sua truppa in ritirata, la follia della guerra aveva sporcato il mare delle Sirene e trascinato a fondo tutte le ultime illusioni di pace dei capresi. Quella volta non si trattò del solito duello aereo, virate, controvirate e fuoco di sbarramento. E nemmeno del combattimento tra un Messerschmidt ed un sommergibile, spettacolo già replicato, al largo dei Faraglioni. Fu una grande, agghiacciante, silenziosa battaglia quella che si presentò agli occhi di chi accorse sul belvedere di Tragara. Aerei, centinaia di aerei tedeschi all’attacco della grande flotta alleata, venticinque, forse trenta miglia a sud. Ore e ore di lotta feroce, di bombe, di luci, di ansia. “Ora tocca a noi – aveva detto qualcuno – arriveranno presto a liberarci, gli americani”.

Erano arrivati gli inglesi, invece, nel pomeriggio del giorno tredici. L’avvocato Brindisi, il nuovo commissario, e la folta rappresentanza del nascente Comitato dell’Italia Libera, stanchi di attenderne la visita in Municipio, erano andati loro incontro a Marina Grande, dov’erano ormeggiati i Mas. L’isola in festa era pronta ad accoglierli.
Il giorno dopo, a bordo di un MAS inglese, Brindisi aveva raggiunto Sorrento e al ritorno, nella notte, aveva portato con sé un ospite importante, molto importante: Benedetto Croce. Lo aveva condotto a Villa Ada ed era stato quello il segnale, per gli ostinati e i nostalgici, che il vento stava definitivamente girando. Del resto una delle prime cose che il Contrammiraglio inglese Morse aveva notato, nel suo giro di perlustrazione in jeep, era stata l’insegna del glorioso Zum Kater Hiddigeigei, che una mano “accorta” e furtiva aveva ridipinto col nuovo nome di Caffè della Libertà. Erano giorni duri, quelli, si sa. Ma chissà cosa avrebbe detto donna Lucia Morgano, scomparsa pochi mesi prima…
Questi e tanti altri erano stati i fatti drammatici del ’43, che l’allegro scoppiettìo dei mortaretti di Natale aveva evocato. Erano quelli gli angosciosi e reconditi pensieri della folla di curiosi che accompagnò fino al Quisisana l’agguerrito battaglione di bambini al comando del capitano Hanan.
A riempirsi lo stomaco di biscotti americani e cioccolata calda.

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