Il pendolare dell’Antartide

– di Alessandra Giordano

Dalla collina del Vomero al Polo Sud. Alla vigilia della sua tredicesima spedizione, l’oceanografo Giorgio Budillon racconta i viaggi nel continente di ghiaccio.
L’ultimo tragitto a bordo della nave “Italica” con comandante ischitano, equipaggio di Torre del Greco, cuoco campano e armatore di Monte di Procida. I riti goliardici al passaggio del circolo polare.
Ottanta basi scientifiche per il controllo climatico e lo studio delle glaciazioni. Non è vero che i poli si stanno sciogliendo.

C’è chi la mattina per andare a lavorare prende il bus, chi il treno. C’è chi fa il pendolare con le isole del golfo e chi lo fa con i paesi vesuviani. Giorgio Budillon lo fa con l’Antartide, meglio conosciuto come Polo Sud e ogni tanto prende un aereo, vola dall’altra parte del mondo e ci rimane due, tre mesi. Per lavoro.
Nei suoi venti anni di attività, Giorgio Budillon ha compiuto già 12 di queste spedizioni.
Un lavoro come un altro per lui, docente di Oceanografia e Fisica dell’Atmosfera presso l’Università Parthenope di Napoli.
Esce di casa, Giorgio, una bella casa panoramica sulla collina del Vomero, la valigetta con le dotazioni fornite dal PNRA (Progetto nazionale ricerche in Antartide), un bacio alla dolce moglie Maria Chiara e via a prendere un primo aereo diretto in Australia, poi, dopo “solo” 35 ore di volo, un altro aereo, sbarca in Nuova Zelanda dove, a Christcurch, trova gli utensili, gli strumenti di lavoro e il materiale logistico fatti convergere lì e partiti dall’Italia un mese prima di lui. Ma soprattutto, a Christcurch, Giorgio trova “Italica”, di cui è armatore un signore di Monte di Procida. Carica su questo particolare “traghetto” i ferri del mestiere e, assieme ad una trentina di colleghi anche stranieri, prende il largo dirigendosi verso le coste immacolate e gli iceberg. Un viaggio non privo di incognite anche dal punto di vista meteo.

Tra l’altro, non si sa dove la nave “Italica”, riuscirà ad approdare, una settimana o dieci giorni più tardi. Già perché è diretta verso un continente enorme, grande quanto gli Stati Uniti d’America, assolutamente deserto, completamente ricoperto di ghiaccio. Solo ghiaccio poggiato su una piattaforma continentale.
Alcuni Paesi come Argentina, Australia, Cile, Francia, Nuova Zelanda, Norvegia, Regno Unito, hanno istallato qui dei laboratori di ricerca e l’Italia ne ha ben due. Uno, il Concordia, è una base italo-francese e l’altro, la Stazione Mario Zucchelli nella Baia di Terra Nova, è il vero sostegno logistico durante il periodo invernale, punto di partenza delle traverse (attraversate logistiche del continente antartico, su mezzi cingolati, per il trasporto di materiali pesanti) e di coordinamenti dei campi remoti di rilevamento italiani.
La Stazione Mario Zucchelli, intitolata a colui che per ben 16 anni è stato alla guida del PNRA, è stata costruita nel 1986, sulla costa della Baia Terra Nova (74°42′ Sud e 164°07′ Est) e poggia su una scogliera di roccia granitica di una piccola penisola della Terra Vittoria settentrionale, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski. Oggi la Stazione italiana dispone di una superficie coperta pari a circa 7.500 mq in cui oltre ai laboratori, ai magazzini, agli impianti, agli alloggi ed ai servizi per il personale si vanno ad aggiungere numerosi moduli laboratorio satelliti dislocati in un’area urbanizzata estesa su circa 50.000 mq.
Non è facile arrivarci, non è facile trovare l’approdo: montagne semoventi, iceberg a volte grandi quanto la Corsica, intralciano la rotta. I ghiacci cambiano forma e dimensione e, quello che poteva essere un approdo sicuro qualche mese prima, ora magari è completamente cancellato e bisogna individuarne un altro. “Italica” sfida i venti, i ruggenti e il mare in tempesta, sottoponendo i suoi motori ad una gimkana tra gli iceberg che camminano in fila indiana sulle correnti.

I ricercatori a bordo non si conoscono tra di loro, ma il clima è caldo, si gira in maglietta anche se fuori il termometro segna -30° e si fa presto a socializzare perché, negli spazi ristretti dell'”Italica”, dove le difficoltà a volte sono amplificate, lo slang è napoletano e anche la cucina è tipica partenopea. “Si mangia benissimo, il cuoco è campano – sorride Budillon, -l’equipaggio viene da Torre del Greco, Procida e Pozzuoli e il comandante è ischitano!”
Non è facile comunque la convivenza e, infatti, lo spirito di adattamento, l’integrità fisica e l’aspetto psicologico di questi particolari “pendolari” vengono valutati nei mesi prima della partenza con test psicoattitudinali e campi di addestramento organizzati sul Monte Bianco.
E poi, al passaggio del circolo polare, posto lungo il parallelo 66°33’39” di latitudine Sud, c’è sempre un battesimo, una tradizione che resiste da venti anni.
Un modo per rompere il ghiaccio, in tutti i sensi, e sfidare un’inevitabile angoscia accompagnata dalla paura dell’ignoto. Budillon confessa che i novizi sono costretti a prove di “abilità”, dal sapore goliardico come quella di spegnere una candela con un cucchiaino attaccato al sedere oppure cercare una moneta affondata nella marmellata solo con la lingua, avendo le mani legate …
“Per il primo va anche bene, ma per gli altri…!”, sottolinea con un certo disgusto.

Quando finalmente “Italica” arriva a destinazione – un anno è capitato pure che è rimasta bloccata un’altra settimana nel ghiaccio, ferma ad aspettare i soccorsi che non avrebbero mai potuto raggiungerla – vengono scaricate le derrate alimentari, i materiali e gli strumenti di ricerca e così, alleggerita, può navigare nel Mare di Ross e fare rotta verso i luoghi nevralgici dal punto di vista climatico per permettere ai ricercatori, ai biologi e agli altri scienziati di effettuare i prelievi del fondale marino.
L’Antartide, il Polo Sud, non è propriamente una nazione. Un trattato firmato dai grandi della Terra lo definisce “laboratorio naturale” dove si va per studiare il clima dell’intero pianeta ed è assolutamente vietato sfruttarne le risorse. Proprio così.
“C’è petrolio, cadmio, rame, ferro, carbone – dice Budillon, – ma il trattato regge perché è difficile portare via questi minerali … e poi c’è pesce di grossa taglia e altre specie protette pescate da baleniere giapponesi che si spacciano come navi da ricerca!”
La storia del Polo Sud è relativamente recente poiché comincia solo nel 1773: panorami bellissimi di distese desertiche e di pinguini, di mare ghiacciato e solitudine. Un posto davvero inospitale, tanto vero che non ci sono popolazioni autoctone. Nelle oltre 80 basi scientifiche vivono circa quattromila persone nei mesi estivi – nei mesi tra dicembre e febbraio – che si riducono a circa mille durante i mesi invernali, quando la base chiude e riapre ad ottobre. Si osservano i viaggi apocalittici dei pinguini imperatore, le foche che si nutrono di gamberetti – il cosiddetto krill antartico – pescati a migliaia soprattutto dai cileni, ma che sono molto tossici. Si osservano balene enormi come montagne, uccelli marini di passaggio, orche furbe che appoggiandosi alla lastra di ghiaccio ne provocano l’inclinazione per far scivolare l’ignaro pinguino. E poi c’è solo ghiaccio e ancora ghiaccio, qualche muschio, dei licheni e molte alghe. E ghiaccio. “Le spedizioni costano molto -racconta Budillon, – anche trenta milioni di euro, ma sono fondamentali per il controllo climatico e per gli studi sulle glaciazioni: è importante sapere quanto ghiaccio c’è. La riserva di acqua dolce garantisce la nostra sopravvivenza su questo pianeta.”

Da notare che tutto il materiale di rifiuto, una volta stoccato, viene riportato in Italia, via mare, unitamente ai residui dell’impianto di incenerimento, per lo smaltimento presso aziende legalmente autorizzate.
Budillon rassicura: “Non è vero che i poli si stanno sciogliendo. Solo al Polo Nord c’è stato un rialzo della temperatura negli ultimi 150 anni”.
Ma perché si va in Antartide? Andare in Antartide significa misurare parametri che non sono stati ancora inquinati dall’uomo: il ghiaccio, studiato in profondità con i cosiddetti carotaggi, è testimone del clima che da sempre oscilla in maniera naturale. Andare in Antartide significa studiare le correnti marine: il mare sembra immobile, ma è solcato da forti correnti di acqua più fredda che sprofonda. Andare in Antartide significa poter studiare i pesci che vivono al di sotto di zero gradi, controllare l’ozono della stratosfera, le meteoriti che cadono nei millenni, i laghi subglaciali dove l’acqua è dolce e custodisce gelosamente la vita di milioni di anni fa. I campioni prelevati col “carotiere” vengono fissati in formalina e analizzati poi a terra.
L’Antartide, assieme ai suoi ghiacci, svolge un ruolo importante nell’equilibrio ambientale del pianeta, visto che ogni variazione della calotta si ripercuote sulla circolazione oceanica e atmosferica e sul livello del mare.

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