Il pescatore di Marina Grande

L’uomo e il mare

di Davide Esposito
La storia suggestiva di Rodolfo Ruocco (in foto), il pescatore caprese di Marina Grande. A 83 anni lavora ancora alle reti e si racconta. Di dieci fratelli è stato l’unico a prendere il largo. L’iniziale opposizione del padre vinta dalla tenacia del figlio. Allora, dice, pescare era un vero mestiere, le reti erano di cotone, non di nylon come oggi, a bordo non c’erano verricelli e motori, s’andava a remi.

Luogo di unione per tutta Capri, per tutte le anime dell’isola che si incrociano lì per lavorare nel tumulto estivo, tra baccano, sudore e qualche piccola scaramuccia, Marina Grande non è solo trambusto estivo, afa, urla di passanti e turisti, punto d’incontro tra Capri e Napoli.
Marina Grande nasconde un’anima. Paradossalmente ingrigita dall’estate, la vera comunione affiora nei mesi freddi. In un quieto brulichio la vita si iberna in un altro mondo, ignaro ai più, ma che riempie gli occhi di chi vuole e sa osservare. Marina Grande è fatta anche di luce, quella gentile, tiepida e secca, quella del sole d’inverno. Fasci di luce che illuminano oggetti e colori di Marina Grande: sgabelli, prue, poppe, timoni, reti.
Labirinti di barche tirate a secco, barattoli vuoti e odore di vernice. L’amore di chi coccola e rinfranca le imbarcazioni preparandole ad altri mesi di dura battaglia estiva e di tanto in tanto spezza la dura fatica con una sigaretta. La domenica pomeriggio, nel dolce stordimento del sole d’inverno, ci sono le famiglie che passeggiano, c’è una quiete surreale. I lavoratori della darsena, tra un servizio e l’altro, godono di questa speciale dimensione di vita caprese, sconosciuta a chi non ha occhi per guardare. E’ facile vederli in bici ubriachi di bellezza.
Passeggiare a Marina Grande in quelle ore significa godere di un delicato equilibrio tra luce e vita. Sembra tutto in disordine, ma in realtà ogni cosa è al proprio posto. All’ingresso della darsena ci sono spesso gruppetti di anziani, uomini di mare che parlano dei bei tempi andati.
Tra di loro c’è un uomo, al momento in disparte, seduto sull’uscio di uno degli ultimi “monazeni”, i luoghi dove i pescatori custodiscono le reti, i remi e altri oggetti. Muri rosa, porta color verde acqua e lui, al centro, con indosso una giacca a vento arancione. Il sale ha scavato e levigato quei tratti, quel viso del mare.
201509-13Rodolfo Ruocco ha ottantatre anni, la voce lenta e sicura, gli occhi sopiti di chi ha vissuto una vita piena di mille avventure, ma che non lesinano essere pungenti quando si parla di mare. È lì davanti a riparare le reti. Tra dita e unghie consumate muove un arnese, ha in mano la ‘cucella’. “Serve a riparare le reti, si chiama ‘cucella’ perché cuce, i siciliani però la chiamano aguglia”.
Lì, quel “monazeno” è pieno di reti, arnesi, c’è anche una tavola in legno per mangiare. È anche un punto di incontro per amici e c’è un’insegna in legno che invita tutti a portarsi le posate da casa. Il padrone di casa è Antonio, un suo caro e giovane amico.
Rodolfo ha dieci fratelli e tra loro è l’unico pescatore. Rodolfo è uno di quelli che ha imparato la cruda bellezza del mare, l’ululato d’argento della luna di notte e il suo fulgido pallore, la follia delle onde grosse nel peggior libeccio.
Il suo legame con l’acqua salata inizia molto presto. Giovane balilla, lasciò la scuola a dodici anni per il mare. Suo padre Gennaro non voleva che facesse quella vita, troppo dura e pericolosa. Col proposito di far desistere quel figlio così cocciuto iniziò a portarlo con sé. Anzi, iniziò a portarlo con sé con il peggior tempo possibile, convinto che il ragazzino potesse convincersi a condurre una vita lontana dalle onde.
Invece niente. Rodolfo amava già il mare. Come in un patto, il padre gli si avvicinò con un pezzo di rete in mano e gli disse: “Figlio mio, quando saprai riparare questo pezzo di rete, ti porterò ancora con me e ti insegnerò il mestiere del mare”. Quella fu la prima volta che Rodolfo impugnò la ‘cucella’.
Negli anni fu suo padre a trasmettergli l’arte di addomesticare le onde, con l’amore e la proverbiale severità che si legge negli occhi degli uomini la cui anima appartiene al mare. Oggi come allora le reti cambiano a seconda delle stagioni dell’anno, ma qualcosa era diverso. “Erano tempi difficili, pescare era un vero mestiere. Le reti erano di cotone, non di nylon come oggi, non avevamo imbarcazioni prestanti, non c’erano nemmeno verricelli e fuoribordo. Uscivo insieme a mio padre, ma con la barca a remi. Una volta andare per mare metteva a dura prova lo spirito, le reti andavano tirate a mano dall’acqua. Un’altra cosa che mancava era la bussola”.
Una volta il pescatore doveva conoscere lo spirito delle acque che solcava, conoscere il tempo ancora prima che questo cambiasse. Leggere nella luna il modo corretto di pescare. “Il tipo di pescato e il comportamento dei pesci cambiano anche a seconda della fasi lunari”.
Ed è proprio la notte a riservare una voce speciale per l’anima del pescatore. “Le lampare di notte ci permettevano di pescare molti pesci di taglia media come le vope, le acciughe, tutti quei pesci attirati dai raggi della luna”.
Sentire la natura era necessario, in simbiosi con un ambiente che si rispetta nella sua globalità, consapevoli che si è soltanto parte di qualcosa di più grande. Era importante anche saper affrontare gli imprevisti che il maltempo pone a ogni navigante.
Rodolfo spiega come affronta le onde: “Per vincere il mare bisogna assecondarlo, lisciarlo, non sbatterci contro con violenza, serve tempra”.
Prima di suo padre, fu suo nonno Gaetano a dare vita a generazioni di pescatori. Un tempo il loro monazeno si trovava dove oggi c’è l’arco della Funicolare. Tempi in cui il porto era poco più che un piccolo braccio affacciato sul mare, la spiaggia arrivava ai piedi di Largo Fontana. Capri si era appena ripresa dalla Grande Guerra e nonno Gaetano era lì a scrutare le onde, lo chiamavano “’O Capitano”.
Rodolfo descrive il suo legame con Capri come qualcosa di personale, intimo, qualcosa quasi impossibile da narrare. “A me piace andare sempre per mare, non ho una stagione preferita o un tempo preferito, però amo quando ha piovuto. Le rocce capresi si tingono di un grigio più cupo, nei tratti dove sono già asciutte invece sono di un’altra tonalità”.
Quando non è impegnato nell’acqua salata ama le zone più riservate e lontane dal trambusto. “Amo rifugiarmi all’Arco Naturale o in Piazzetta delle Noci”.
La gioventù riserva a Rodolfo anche soddisfazioni “a piedi asciutti”. Le notti capresi degli anni Cinquanta e Sessanta portano il nome del Number Two. Un giovane Giuseppe Faiella, diventato Peppino di Capri, inizia ad addomesticare i tasti del pianoforte. Renato Carosone infiamma le notti e, con lui, Murolo e altri grandi protagonisti della canzone napoletana. Rodolfo era amico di questi grandi personaggi e insieme a loro la notte scintillava, ma di una magia quieta, un sortilegio che tinteggiava una Capri ancora lontana dalle grandi star, ma viva nei pochi e grandi personaggi che venivano sull’isola per dimenticare il peso delle loro vite.
Rodolfo andava in barca con la principessa Soraya, con le gemelle Kessler. Erano tempi in cui le differenze di classe non contavano, la notte si ballava insieme, ci si voleva solo divertire nell’unico posto al mondo dove il tempo perde la propria sostanza.
A trentatré anni decide di sposare la donna della sua vita che darà alla luce due figli, Marco e Gennaro, ma il suo cuore è ancora intriso di acqua salata. “Mi interessai alla pesca d’altura e alla caccia del pescespada”, nel bel mezzo del Mar Tirreno, nel blu profondo.
A oltre cinquanta miglia dalla costa ha passato giorni interi a cercare le sue prede. “Il mare era molto pescoso, furono uscite molto proficue e soddisfacenti”.
Rodolfo ricorda in particolare un periodo d’oro quando quel fragoroso manto blu sembrava volergli regalare la propria anima. “Prendemmo settanta quintali di pesce in cinque giorni, fu qualcosa di incredibile”.
Oggi l’età non gli permette più di sfidare le onde come un tempo. “Il mare richiede agilità e sveltezza. Oggi sono lento, ma resto qui nel mio mondo, a riparare le reti, e, per quel che posso, a vivere la vita del pescatore”.
Saluto Rodolfo, si è fatto tardi. Gli stringo la mano, ruvida di vita. Andando via mi volto. Svoltando l’angolo, lo vedo accarezzare con lentezza e amore la gatta bianca e rossa che sorniona sosta sempre lì, in attesa di qualche sarpa.

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