Il pittore austriaco che amò due isole

– di Giuseppe Aprea

L’incredibile vita di Hans Paule tra Capri e la Sardegna.
La Grotta dei Faraglioni fu il suo rifugio dove col carboncino disegnava le onde del mare, le ombre scure delle rocce e l’eterno rincorrersi delle nuvole.
Il successo delle sue opere tra la clientela di donna Lucia Morgano.
L’esilio in Barbagia e il ritorno nell’isola azzurra tra i protagonisti di una irripetibile stagione di arte, d’amore e di follia.
La leggenda della sua fine: morì in Piazzetta con una risata.

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200812-16-2mMorì ridendo, almeno così si racconta. In realtà non è mai stato chiaro se quella sera in piazza Hans Paule avesse voluto fare un sonoro e irridente sberleffo alla morte che veniva a prenderlo, oppure – ipotesi per lui assai meno gloriosa – se quell’uomo che tutti giudicavano “un po’ strano” se ne fosse andato all’aldilà in un modo altrettanto “strano”. Cioè soffocato sotto il peso di una risata.
Di una di quelle sue risate che erano famose in paese, perché somigliavano allo scroscio di una cascata dalla folle altezza. In questa seconda, incresciosa eventualità – e su questo punto più di uno dei convenuti al suo funerale si trovò d’accordo – di positivo c’era soltanto una cosa.

C’era che morire nella piazza di Capri, e in quel modo così spettacolare, era un po’ come mettere la firma sotto un contratto che ti assicura una fama imperitura qualunque cosa tu faccia in vita: per un uomo, che per giunta è un artista, non c’è clausola più vantaggiosa che questa. E la storia ha dimostrato che avevano proprio ragione quei “tali”, al suo funerale: del pittore Hans Paule, e di quella risata che se lo portò via in una giornata di novembre grigia come quelle che l’avevano preceduta, a Capri nessuno si è mai scordato. Non sarà quindi come per Crisippo il filosofo, che per il troppo ridere davanti ad un asino che s’ingozzava di fichi fino a scoppiarne scoppiò a sua volta, e oggi non se lo fila nessuno…! Ora, se è vero quel che alcuni credono, che il Paradiso di volta in volta assuma le forme del luogo più bello in cui abbiamo sognato di vivere – che so, per i pescatori un lago azzurro e quieto dove i pesci siano cento volte più numerosi dei ciottoli sulla riva – nel caso di Hans Paule l’Eden avrebbe dovuto assomigliare ad una caverna. Proprio così, una caverna, grande abbastanza per viverci comodamente: qualcosa di molto simile alla Grotta dei Faraglioni, dove lui era vissuto un po’ suo malgrado e un po’ per sua scelta per qualche tempo appena giunto da Vienna, la città dov’era nato nel 1879 (quando emigrò a Capri si era negli ultimissimi anni dell’Ottocento). Il vero grande amore della sua vita era infatti la Natura e da innamorato era entrato a far parte, nel 1998, della Comunità Naturista fondata da Karl Wilhelm Diefenbach proprio nella sua città,nella Villa Himmelhof.

E fu proprio in seguito alle notti appassionate trascorse dormendo sulla nuda roccia, dissetandosi con le gocce filtrate da una stalattite e lavandosi al mattino con l’acqua piovana di una pozza a pochi metri dal mare, che Edwin Cerio, lingua colta e malandrina dell’isola, lo definì una volta il “pictor spelaeus”…
Giusto, “pictor”. Perché ciò che il giovane Paule faceva tutto il giorno senza mai stancarsi, in quella sua grotta che avrebbe fatto sognare persino Omero, era disegnare ciò che cadeva sotto i suoi occhi d’innamorato: le onde del mare, le ombre scure delle rocce, l’eterno rincorrersi delle nuvole. Per farlo usava il carboncino, procurandosi il necessario dopo aver dato fuoco agli sterpi fuori dalla sua caverna, bruciati dal sole e dal sale; di carta ne aveva a volontà: quella che gli era rimasta dopo il distacco dal suo amato maestro d’arte e di vita che per lui era stato il famoso Diefenbach. E fu così che tratto dopo tratto, ombra dopo ombra, il giovane pittore cavernicolo accumulò tanto materiale da ingombrare parte della sua affascinante pur se umida dimora e da attrarre, inevitabilmente, qualche visitatore diverso dal solito piccione di gabbiano o dal topo affamato che ogni notte faceva capolino nella grotta.
Il curioso “sui generis” cui alludiamo era un mercante d’arte: si presentò un bel giorno con tanto di biglietto da visita e per il nostro Hans fu il battesimo del fuoco.

Dopo di lui ne arrivò un altro, più in là un altro ancora. Avvenne così che, dopo un po’ di tempo, nella grotta profonda dove Hans Paule il viennese a lungo si era sfamato leccando rossa linfa di riccio di mare e succhiando uova di gabbiano, si verificasse una specie di miracolo. Cioè che quel rozzo cavernicolo dai lunghi capelli e dalle mani perennemente sporche di carboncino scoprisse all’improvviso il fuoco, e con esso
le fumanti, odorose emozioni che dopo il suo abbraccio mascolino emanano la chichierchia di Anacapri, la grassa quaglia settembrina, il sarago del mare di Mulo. L’altra cosa che accadde, importante al punto da avere conseguenze rilevanti in (quasi) tutti i giorni che seguirono, fu che egli assaggiasse per la prima volta il vino di Capri, e che ne restasse folgorato al punto da eleggerlo ad amico del cuore. Un amico da tenere sempre accanto a sé.

Paule si tagliò il pelo irsuto, sgrossò il barbone da satiro, si cambiò d’abito e si affacciò in paese, accorgendosi con meraviglia che tutto e tutti, lì, parlavano la sua stessa lingua. A cominciare da don Peppino e donna Lucia Morgano, i gestori del caffè allora in gran voga nell’isola, che si chiamava Zum Kater Hiddigeigei e aveva insegne in tedesco, vendeva salsicce e birra della Baviera e si trovava lungo una via che non si chiamava Savoia ma Hohenzollern, come la nobile dinastia di Prussia. Quando il pittore austriaco si rimise dalla sorpresa era troppo tardi: i disegni che aveva portato con sé per mostrarli (magari vendendone qualcuno) alla colta e facoltosa clientela di donna Lucia piacquero tanto da andare a ruba. Fu un certo Wenck, che si presentò come il direttore del Glaspalast di Monaco, ad acquistarne una gran quantità, invitando calorosamente l’artista ad esporre in Germania ove gli avrebbe assicurato il più grande dei successi. Paule ne fu lusingato, com’era naturale, e ringraziò herr Wenck con altrettanto calore; ancora per un po’, però, continuò a dormire nella sua grotta ai Faraglioni, a due passi dall’arco roccioso della Fontelina.

Quando traslocò, grazie a quei primi denari guadagnati, scelse di non allontanarsi troppo dalla riva di quel mare che aveva più volte avuto come ospite nella sua grotta, nelle notti di tempesta, e si trasferì in un magazzino per attrezzi da pesca. In mezzo a nasse, reti, cordame d’ogni tipo e falanghe unte di grasso il suo cavalletto da pittore quasi non si vedeva…
Fin quando non scoppiò la guerra e tutti gli austriaci, compresi i pacifisti convinti come lui, furono dichiarati nemici della patria, Hans Paule poté dire di aver trovato nel sole dell’isola un po’ della sua parte di felicità. E poi?
Poi arrivarono i gendarmi a comunicargli la nuova destinazione ed a condurcelo gratuitamente, nell’estate del 1915. Poco male, tutto sommato: la Sardegna la circonda il mare, tale e quale Capri, e il piccolo centro in cui si trova la sua casa di confinato si chiama Arasulé. Il suono già gli scaldava un po’ il cuore. Il suo primo amico in terra di Barbagia si chiamava Giovanni Tore: da molti anni era il sindaco dei circa tremila abitanti di Tonara, il paesino sardo di cui Arasulé era la frazione più piccola. A lui, che aveva moglie e sette figli, nessuno si era preoccupato di spiegare come comportarsi con quello sconosciuto e così, sistemarlo nella mansarda di quella casa che non usava se non di rado gli sembrò l’unica soluzione possibile…

La casa di pietra di Arasulé, come un’isola bianca e leggera, galleggiava in mezzo ad un oceano verde e senza confini. L’aria non profumava di alghe marine, ma di muschio; di tanto in tanto il vento trasportava l’odore della legna di castagno appena tagliata. E c’era silenzio.
Un silenzio dal sapore antico, e onesto. Giorno dopo giorno Paule si innamorò un’altra volta, perdutamente. Chi l’ha detto che non si possa amare due isole allo stesso modo, così come due donne, ognuna delle quali conosca il segreto della tua anima…? Così, per quattro fertili anni, il pittore delle isole visse lì, nella ansarda di Casa Tore magicamente trasformata in uno studio d’arte attrezzato anche per le xilografie, sua ultima grande passione d’artista. Le matrici delle opere Hans le ricavava dal docile legno di castagno, naturalmente, quello che la natura ha creato perché si lasci incidere dalle mani degli uomini saggi…
Così, in una felicità inattesa, trascorsero i giorni dell’esilio. Scanditi dai campanacci delle greggi, consumati in lunghe cavalcate nei boschi di Barbagia, tra lecci e castagni dalla perduta età e corsi d’acqua impetuosa e sincera. Profumati della solitudine dei nuraghi, manieri inviolabili e severi. Colorati dell’amicizia dei Tore e della gente di Tonara, che aveva imparato a rispettarlo, quel “tedesco” che avrebbe dovuto essere un nemico, eppure da nemico non si comportava…

Le donne sarde intente alla filatura con quei gesti che vengono direttamente dal passato e i pastori dal volto severo e dai lunghi mantelli entrarono prepotenti nelle meravigliose, originalissime xilografie di Paule. Quattro intensi anni durò il suo confino di guerra, sei altri scelse lui stesso di trascorrerli in quella pace profonda e primordiale di cui ora si sentiva parte. “Dà una singolare soddisfazione di trovarsi in continuo contatto con queste primitive espressioni d’una gente che tiene con tenace forza le sue abitudini in vigore, – scrisse al suo amico Cerio dalla Sardegna – e conforta tanto più quando noi, ammalati d’una civilizzazione perversa, cerchiamo un mezzo pel risanamento o almeno istintivamente cerchiamolo, avviandoci così verso la sorgente, la fonte dionisiaca”.

Nel 1924 l’artista ritornò a Capri dopo aver salutato Giovanni Tore con la sua allegra famiglia, che si trasferivano a Cagliari, e aver loro affidato pennelli, matrici e opere finite frutto di quel fertile periodo trascorso in terra di Barbagia. Il pictor spelaeus tornava al suo primo amore, a quella piccola isola dove le grotte erano ancora abitate dalle sirene, anche se più non c’era Gilbert Clavel, compagno di un tempo, esteta senza fortuna e fissa dimora, che nella villa Saida di Anacapri aveva tante volte ospitato i protagonisti di una irripetibile stagione di arte, d’amore e di follia. I nuovi amici di Paule, finito il dorato esilio in terra sarda, furono allora soprattutto artisti – i pittori Kluck e Perindani – ma anche innamorati d’arte: tra essi Otto Sohn-Rethel, tedesco, grande collezionista di cose orientali, animatore, presso la sua casa, di un frequentatissimo cenacolo d’intellettuali cui si abbeverano giovani pittori capresi come Rosina Viva e Raffaele Castello. Poco lontano da lì, dalla sua villa Lina, c’è la villa San Michele di Axel Munthe, il medico affascinante e misterioso di cui si dice che la regina Cristina di Svezia sia segretamente innamorata.

In compagnia di questi illustri “deragliati”, come li chiamava nelle sue cronache colte Edwin Cerio, Hans Paule visse così l’ultima lunga, grande stagione della sua vita. Il violino di Paolo Falco, sulla strada verso l’Arco Naturale, era il suo compagno al tramonto, quando parte dell’isola abbracciava il silenzio e parte invece andava in sposa all’allegria.

Con la risata senza freni a far da primo testimone alle nozze. E il vino di Capri della trattoria Settanni, che sapeva di gioventù e d’amori bevuto in compagnia, a fare da secondo. L’isola, la sua piazza, le stradine, i muri a secco e i fichi d’india diventavano ora i protagonisti vivi e brillanti delle sue xilografie, mentre continuava la sua personale ricerca della perduta perfezione. Di quella fonte dionisiaca che ognuno degli uomini sogna in cuor suo di trovare. Questo fino a quel fatidico 22 novembre del 1951 di cui dicevamo all’inizio, quando l’eco della sua ultima risata in mezzo alla piazza di Capri, pur sospinta da un vigoroso maestrale, prese il volo senza la solita prepotente energia. Era ancora indecisa se infrangersi contro le mura austere del vecchio episcopio o se disperdersi in mille rivoli lungo gli angusti vicoli del borgo, quando Hans l’austriaco era già arrivato dall’altra parte del mondo. Dove lo aspettavano quelli che non hanno più pensieri.
Perché sono essi stessi, dei pensieri.

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Un commento su “Il pittore austriaco che amò due isole

  1. Anna Paola Tore 24/04/2014 at 1:16 - Reply

    Che emozione!
    Quel Giovanni Tore era mio bisnonno,
    e mio padre , che possiede tutt’ora una xilografia di donna che fila, ci ha raccontato spesso di sua zia Esterina ( sorella di suo nonno) che prendeva lezioni di pittura da Hans Paule.
    Mi sarebbe piaciuto conoscerlo;
    Mio padre conobbe per caso la sua compagna a Capri: era li in vacanza negli anni ’60, e dentro una piccola bottega intravide una xilografia molto simile a quella da lui posseduta;
    Chiese alla proprietaria del negozio se per caso conoscesse chi realizzò quella xilografia, e così venne a sapere che era proprio un’opera di Paule, e che la proprietaria del negozio era stata la sua compagna.

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