Il pittore delle isole

– di Vittorio Paliotti

Il rapporto di Gianni Pisani col mare e i suoi soggiorni capresi, un tuffo alla Canzone del mare e, poi, su una sdraio pensando al suo lavoro d’artista, a nuove immagini, a nuovi quadri.

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200507-9-3m“Capri è mia moglie, Ischia è la mia amante mentre Procida, Li Galli e alcune altre isole sono ragazzine prosperose con le quali intesso piacevoli flirt”. Ad esprimersi così e, dunque, a conferire una valenza sessuale, più ancora che affettiva, alla sua arte, è il pittore Gianni Pisani rientrato da New York dove, nel palazzo di rappresentanza della Regione Campania, si è inaugurata una mostra di sue opere emblematiche intitolata: “Mi faccio il Golfo”. E sappiamo tutti che, nel parlar corrente napoletano, “farsi” una persona, uomo o donna, significa andarci a letto. Consistente in ben 44 quadri (di cui la metà a olio) più un piccola scultura bronzea raffigurante una Madonna con Bambino, la mostra può essere considerata una vera e propria dichiarazione d’amore di Gianni Pisani alla Napoli che si protende sul mare e, principalmente, nei confronti dell’isola di Capri.
“Più ancora che mia moglie, Capri è la madre dei miei figli. Da molti anni a questa parte, almeno il settanta per cento dei miei quadri è nato a Capri. E quelli che sono nati altrove sono stati pur sempre concepiti a Capri. Da maggio a settembre io vivo sull’isola azzurra, in una casa che non è mai la stessa perché la prendo in affitto. Trascorro dunque a Capri quattro mesi di seguito insieme a mia moglie Marianna, mia moglie vera, stavo dicendo anagrafica, e insieme ai miei tre gatti Quasi-Quasi, Singo e Siesto”, precisa Gianni Pisani. E aggiunge: “I bagni li faccio alla Canzone del mare. Un tuffo, una nuotata, e via a distendermi su una sdraio. Disteso per fare cosa? A prendere il sole?. E’ quello che crede la gente che passa di lì e mi vede immobile. E invece io sto lavorando. Nel senso che sto pensando a quale altro squarcio di mia moglie carnale, cioè Capri, o della mia amante, cioè Ischia, o delle mie ninfette, cioè Procida e Li Galli, trasferire sulla tela. Se, nel frattempo, il sole mi riscalda, affari suoi. Affari del sole, voglio dire, perché io sto lavorando, lì, su quella sdraio. E se per soprammercato mi abbronzo, tanto meglio”.
Settant’anni, napoletano svezzato ad Afragola, Pisani è stato a lungo direttore dell’Accademia di belle arti. E qui portò una serie di innovazioni. “Qualche esempio? Sapevo che per far ripulire lo scalone, il giardino, le sale, non era possibile attendere i soldi del ministero. Sapevo che per organizzare mostre, invitare artisti stranieri, far viaggiare gli allievi, era inutile rivolgere istanze al ministero perché cose simili non erano proprio previste dalla legge. E dunque ebbi l’idea di costituire una Associazione Amici dell’Accademia. E mi misi ad andare su e giù: alla Regione, al Comune, all’Istituto di studi filosofici. Per fortuna l’Accademia è sempre stata molto simpatica ai napoletani. Ebbi, tra l’altro, consensi da parte di Federico Fellini, che mi mandò i suoi disegni affinché li esponessi, e da Francesco Rosi che, con gli allievi, tenne dibattiti sui suoi film. Intanto l’Accademia cresceva, il numero degli iscritti aumentava; e così quello dei corsi. Fu un’esperienza molto bella e assai proficua, quella alla direzione dell’Accademia”.
Tornato all’attività libera, Gianni Pisani non muove alcuna obiezione a chi, almeno in questo periodo, lo definisce “il pittore delle isole”. Del resto, le denominazioni che gli vengono affibbiate cambiano in continuazione. E’ stato, un paio di anni fa, ma continua ad esserlo, “il pittore delle Madonne con i gatti”; ed è stato tre anni fa, e continua ad esserlo, “il pittore della Via Crucis col cane zoppo”. E’ stato in anni passati “il pittore dell’autobiografismo”, ed era lui stesso a dichiararsi tale, specificando che per autobiografismo doveva intendersi una particolare interpretazione dell’espressionismo surrealistico. E’ stato ed è l’artista una cui opera, consistente in un letto disfatto (sì, proprio così, inutile filosofeggiarci attorno) è tuttora esposta nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte. Accanto a queste defnizioni per così dire popolaresche e autogestite, vanno ricordate però, di Gianni Pisani, anche quelle firmate da esponenti della grande critica. Secondo Giulio Carlo Argan, Pisani è “l’unico italiano che abbia accettato la lezione di Burri”; secondo Gillo Dorfles, Pisani “ha i suoi punti di riferimento in Chagall e in Klee”.
Né Burri, né Chagall, né Klee hanno però impedito a Gianni Pisani di fare di sua madre la protagonista di molti quadri. Soprattutto di quelli raffiguranti la Madonna. Non c’è Madonna, nelle opere di Gianni, che non abbia il volto della signora Teresa Di Bello Pisani. Ed è a questo punto della mia narrazione che mi sembra opportuno far notare che Gianni Pisani, questo scombinato, questo detrattore, questo anarchico, è in realtà uno dei rari artisti contemporanei ad avere sincera e profonda dimestichezza con l’arte sacra. Dopo una pressoché blasfema ricostruzione plastica della teca col sangue di san Gennaro, ma non in conseguenza di ciò, Pisani ebbe un incontro col teologo Bruno Forte, attualmente vescovo di Chieti, che gli fece da guida (da “nonno” mi dice Gianni) nel percorso pittorico della Via Crucis, ora conservato nel complesso monastico di Santa Chiara, e nella realizzazione di una Madonna, naturalmente con gattino appeso alle gonne, ora esposta nella chiesa di san Vincenzo alla Sanità (‘O Munacone).
A queste e ad altre immagini sacre ha spronato Gianni Pisani il vescovo di Chieti, Bruno Forte.
Ma ecco che, dopo le grandi sacralità, Gianni Pisani si volge alle isole del golfo di Napoli, e in particolare a quella Capri che, fin dai tempi di Tiberio, viene indicata come regno del peccato e patria della lussuria. Rivisitata, rigenerata, ricolorata, la Piazzetta e la Marina Grande, Anacapri e la Marina Piccola, Damecuta e la Grotta Azzurra popolate da incredibili personaggi (più spesso i pescatori che non i turisti) si trasformano in materia felicemente deformata dalle interpretazioni di Gianni Pisani.
“In realtà a Capri”, confessa Gianni, “mi astengo quasi totalmente dallo svolgere quella che viene definita vita mondana. In cosa consiste, poi, la mondanità a Capri? In ripetitive riunioni in questa o quella villa. Antipasti di frittura, spaghetti alla puttanesca, carne alla brace, gelati e, dulcis in fundo, la cosiddetta animazione. Gli anfitrioni, cioè, assoldano un prestigiatore che si esercita continuamente negli stessi giochi o un cantante-chitarrista che esegue sempre le stesse canzoni. Io, a Capri, ci vado per fare i bagni e, soprattutto, per lavorare. Ossia per creare nuovi quadri o per concepirne di nuovi. A conti fatti, a parte i bagni di mare, il massimo del relax che mi concedo a Capri è la partita a poker del sabato sera.
I miei compagni di gioco sono Maurizio Cotrufo, Ernesto Mazzetti, Mario Porzio, Giorgio De Ritis e Gigi Contegno. I più loquaci siamo io e Maurizio Cotrufo. Lui, Maurizio, parla dei cuori che trapianta. Io, invece, parlo dei cuori che trafiggo. Appartengono questi cuori, come ti ho già detto, a donne azzurre o verdi ma sempre circondate dal mare. E che si chiamano Capri, Ischia, Procida, Li Galli. Per forza Marianna deve essere gelosa. Per forza”.

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