Il postino delle isole

– di Valeria Serra

La fuga di Jacques Brel dal successo e l’approdo a Hiva-oa, una cattedrale verde a strapiombo sull’oceano Pacifico tra le selvagge Isole Marchesi. Il richiamo di Gauguin e il viaggio sul veliero “Askoy”. Canzoni per gli innamorati di tutto il mondo. Su un aeroplanino a distribuire la posta negli arcipelaghi della Polinesia. La malattia e la morte a 49 anni. Una pietra nera di vulcano è la sua tomba.

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200704-16-3mJacques Brel ha rincorso sogni che non appaiono in nessuna cartolina.
Per la sua definitiva fuga dai clamori del successo, aveva scelto una delle terre più estreme degli oceani: niente spiagge bianche, niente lagune di corallo. Il suo era un sogno ardito, sperduto, pieno di riverberi: Hiva-oa, nelle selvagge Isole Marchesi. Una cattedrale verde, che scende a strapiombo sul mare più solo e vuoto della terra. Il contrappunto più forte che potesse concepire, alla folla adorante che lo applaudiva all’Olympia.
La sua tomba è una pietra nera di vulcano, che riluce nei verdi violenti della giungla equatoriale. Aveva scelto, come Gauguin che gli riposa accanto, un esotismo che fosse come lui, controverso, irraggiungibile.
L’ho scoperta per caso quella tomba alle Isole Marchesi, cercando appunto, quella di Gauguin, del pittore che era fuggito in Polinesia per ritrovare l’età dell’innocenza.
Hiva-oa, oggi, la raggiungi con un cargo che parte una volta al mese da Tahiti, l’Aranui. Ti appare da lontano, quasi ti spaventa questa dolomite che irrompe nel vuoto dell’oceano.
Nessuna dolcezza: una gola impenetrabile, cavalli bradi con la criniera lunga e spettinata, uomini tatuati dalla testa ai piedi, e, intorno, la solitudine più solitudine che abbia visto mai. Ma era questa l’isola che Brel aveva scelto, per vivere il suo sogno, e per morire.
Nella sua “prima vita” ha scritto e cantato per ciascuno di noi. Di noi quando siamo persi nelle pretese dell’amore.
“Ne me quitte pas”; ma fu la vita stessa che lo lasciò presto. E troppo giovane, ad appena 49 anni. Jacques Brel non aveva paura di morire. Ad un amico che gli aveva chiesto – perché proprio laggiù e così lontano dalla civiltà – lui aveva risposto che “nessuno come gli indigeni delle Isole Marchesi parla della morte come fosse stata un frutto o un fiore”.
Brel aveva saputo perseguire testardamente un sogno; non uno di quei mezzi sogni, ma uno grande, vero. Quando si sogna si deve sognare il massimo intuibile. E lo fece.
Era nato a Bruxelles in una famiglia di industriali, molto agiata. Si era sposato presto: la sua vita era già scritta. Ma sono musica e parole a dargli la sola vibrazione vera. A 24 anni lascia tutto, affetti e patrimonio, e parte per la Ville Lumiére.
Vuole cantare. Vuole scrivere e cantarlo ciò che scrive. Ottanta provini vanno male. Ma lui continua a crederci, tra una Gitanes e l’altra. E un giorno, ci crede anche un impresario, un certo Jacques Canetti, fratello dello scrittore Elias. In poco tempo, Brel riempie i teatri di Parigi, e i vuoti di infiniti cuori in tutto il mondo.
Poi, nell’orgasmo dei consensi, invece di nutrirsi del compiacimento e sguazzare nelle mille luci del successo, si sottrae, scompare. Complice anche la malattia che se lo porterà via qualche tempo dopo. Scompare dalla ribalta della notorietà per dare vita al suo sogno precedente: quello di bambino.
Ma com’è fatto, com’è fatto un sogno di bambino? È fatto che ci sono aeroplani da pilotare e velieri da condurre oltre l’orizzonte, fino a un’isola lontana. Jacques Brel, a quarant’anni e passa, questo non se l’é mai dimenticato. E non dice “vorrei andare a vivere su un’isola selvaggia”.
Ci va. Punto.
Mesi di navigazione a vela sul suo cutter “Askoy” verso i Mari del Sud. Poi, chi lo sa, forse il ricordo di “Taipi” di Melville, decide di fermarsi proprio lì, nel luogo apparentemente meno seducente del Pacifico. Le belle e tenebrose Isole Marchesi.
Laggiù capisce per la prima volta di cosa è fatta l’essenzialità. E gli piace.
Tira fuori il suo vecchio brevetto di pilota; si compra un piccolo aeroplano, e come un piccolo principe del cielo, fa il postino, tra Tahiti, le Isole Marchesi e gli arcipelaghi vicini.
Il mondo lo reclama, anche se lui sa di non aver mai smesso di cantare.
Non erano più dischi di vinile, ma incisioni impresse con la scia del suo biplano. Suonavano di vento, a metà tra il cielo e il mare.

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