Il presidente e il mare

– di Selene D’Alessio

L’emozionante giornata del 20 gennaio a Washington. Ricordi in presa diretta. Poi le foto di Obama sulla spiaggia hanno fatto il giro del mondo. Un uomo sexy con i “rotolini” sui fianchi che una parrucchiera del New Jersey ha apprezzato perché significano che il presidente non perde tempo in frivolezze, non lo spreca in palestra e pensa a lavorare sodo.

20 gennaio 2009. Una data storica. L’insediamento di Barak Houssein Obama, il primo presidente di colore degli Stati Uniti. C’é elettricità nell’aria. Le strade di Staten Island, New York, sono stranamente meno affollate e non a causa delle temperature polari. Nessuno vuole perdersi questo momento. Nemmeno chi non ha votato per lui.
A Washington milioni di persone hanno atteso tutta la notte per strada, solo per esserci. Qui, tutti si organizzano per vedere l’evento almeno in TV. In questo quartiere di immigrati, di minoranze etniche, dove le botteghe alimentari vanno avanti con i buoni dell’assistenza sociale e le ricevitorie del lotto pullulano, sembra tiri un’aria diversa.

Sembra quasi che la gente cammini più dritta. Le case in stile vittoriano, malandate e belle come possono essere solo le cose fuori dal tempo, orgogliosamente sfoggiano la bandiera a stelle e strisce: finestre infrante e gli adesivi di Obama, erbacce incolte, e “Yes we can”. Sullo sfondo, una striscia blu perlacea, il fiume Hudson. La stessa distesa liquida che é stata pista sicura per l’atterraggio dell’aereo della US Airways, ammarato con tutti i passeggeri illesi. Si é gridato al miracolo. Forse un altro miracolo di Sant’Obama, quell’essere sovrannaturale che sanerà l’odio razziale, risolverà la crisi economica, porterà pace in Medio Oriente e risolverà il conflitto culturale tra Occidente e Islam. Anche questo si é detto: che i 155 passeggeri del volo 1549 si sono salvati perché ora c’é lui, il 44esimo presidente, Obama il grande.
Eppure l’America si era divisa durante la campagna elettorale. Non solo per i programmi elettorali dei candidati. È stata la guerra dei discorsi, degli spot, dei messaggi su nuove tecnologie, dei sondaggi. E la Palin, la brava mammina di provincia col bimbo in un braccio e la doppietta nell’altro, con le sue dichiarazioni pericolose e forse troppo candide, non é riuscita ad accaparrarsi i riflettori puntati su Obama.

Obama, bimbo bi-razziale, cresciuto nelle isole Hawaii con i nonni. Obama, candidato democratico, fotografato al mare. E gli americani hanno fatto anche sondaggi su quelle foto di Obama in spiaggia. Nancy lo trova “sexy”; Mike suggerisce un altro costume; Paul crede che dovrebbe andare in palestra; Tiffany, 46enne parrucchiera del New Jersey, dice che é giusto che abbia i rotolini perché significa che é uno che non perde tempo in frivolezze ma lavora sodo… E lui nelle foto sembra solo godersi il mare. Si abbandona alle onde, si affida alla marea. Chi sembra amare il mare così tanto, merita proprio di vincere.
È mezzogiorno. Sono in tribunale. Anche il giudice spocchioso ha un televisore acceso in ufficio. Guardiamo in silenzio. La segretaria jamaicana sghignazza: è la prima volta che sento la sua voce. Dopo la cerimonia, torno nella sala di attesa. Monica, la madre dei miei assistiti, ha una lacrimuccia che scende. Le hanno appena tolto anche il figlio più piccolo perché lei ancora si fa di coca. Mi fa tanta tenerezza, nei suoi centoventi chili di tristezza. Stavolta mi sorride: “Ms. Selene, at least now we have Obama. At least now my children have hope.” Le sorrido, anche se non ci credo poi tanto.

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