Il sentiero degli aghi di pino

– di Franca Coin

Il viottolo d’un tratto scompare, la vegetazione è fitta, un cancello è chiuso, si fa sera.

Un puledro nitrisce in una fattoria. L’ostacolo di un muro alla fine di un viottolo polveroso.
Poi la vista della torre amica…

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200403-12-3mCapita nella vita un incontro che, senza premeditazione poi, cambia tutto il percorso che fino ad allora pareva così tracciato, così sicuro, così acquisito. Ebbene il mio percorso è cambiato sulla strada di Capri o meglio Anacapri.
Conosco, o credo di conoscere, tutte le strade tra Caprile, la Migliara, la Guardia e il Faro. Lo ho percorso a piedi e passo dopo passo ho preso possesso della logica degli antichi collegamenti, delle sovrapposizioni attuali rispetto alle necessità dei contadini abitanti di allora.
Quanto tempo fa non lo so, la mia ignoranza sarà presto colmata perché questo è solo un inizio: il desiderio di approfondire un interesse e poi di nuovo una sollecitazione ti porta sempre più avanti nella scoperta pur partendo da una piccola banale curiosità.
La passeggiata non dura più di un’ora, un’ora e mezza, ma è la conclusione che per ora non è mai stata la stessa per me.
Allora, si parte dal “Caesar Augustus”, un pezzetto piccolo piccolo di strada statale, poi subito a sinistra verso il “Capri Palace” lungo una deliziosa stradina coperta di gelsomini e di bougainville; poi si svolta a destra tra un’ala di negozietti considerati caratteristici e dall’altra parte qualche pizzeria o caffè di grande semplicità per un pubblico molto preciso; un turista classico di tipiche abitudini e credo non solo italiane. Infatti questo turista si trova anche a Venezia, a Firenze, a Roma, nelle città d’arte insomma. Sono tutti cortesi, tutti della stessa età, gli uomini vestiti con il cappellino di paglia con la “presa” schiacciata, il sandalo comodo, magari il calzino per riparare il piede dalla povere, la maglietta a righe con colori sbiaditi e smorti; la tracolla, i calzoncini corti un po’ stretti, non i bermuda, e un po’ cicciotelli. Per le donne poi è di rigore il bermuda su dei sederi e delle pance immense, la sporta in mano per abitudine alla spesa e la scarpa sempre troppo piccola per poter essere comoda.
Superato questo tratto popolato, popoloso e popolare, si arriva al magico albergo “Capri Palace” e lì l’atmosfera diventa impalpabile per eleganza, raffinatezza, esclusività, selezione, con la gioia dell’abbandono al farsi cullare in un ambiente dove l’anima si scioglie e ti invade tutto il corpo.
Un cappuccino per proseguire verso il vero infinito. Sotto la seggiovia e verso la Migliara. Mi sembrava semplice capire il percorso all’inverso. Non è così.
Ho perso il collegamento con la visione del mare e di Ischia più sotto e mi sono ritrovata da Gelsomina: stupendo ma come scendere verso la Guardia? Chiedo a una deliziosa Gelsomina con cuffietta bianca da vera cuoca di casa, con storica intelligenza negli occhi e nei gesti, curiosa di sapere e appagata dal mio soddisfare la sua curiosità. Le dico infatti che sono ospite di amici meravigliosi, che inconsapevolmente mi fanno ritrovare il sogno, l’anima, l’energia con un percorso di vita all’interno di me stessa, e cerco di spiegare dove vorrei arrivare.
Le strade sono due: il sentiero nel bosco, dopo il Belvedere mozzafiato, tempo mezz’ora; o attraverso la piscina soverchiata dal cicaleccio e insistente brusio di allegri ospiti, tempo oltre un’ora. Scelgo velocemente il bosco: Gelsomina mi guarda le scarpe, dice che potrebbero andare bene, sono sandali infradito rossi della Mephisto e nient’altro. Vado. Il sentiero è bello, molle di una coltre di aghi di pino rossicci che mi rievocano antichi giochi di abiti fatti di larghe foglie cucite con questi incredibili aghi nel giardino del collegio delle suore a Parma.
Mi guardo intorno rapita e arrivo tranquillamente in una casetta per altro quasi zingaresca e improbabile in quel paradiso. Bambini sporchi e un poco abbandonati e uno strano figuro con barba lunga di qualche giorno, capelli incolti e…cammino più svelta tra immondizie e bidoni rovesciati. Mi dice che quella è la strada. Proseguo ogni tanto per verificare. Ore 18,30: il sentiero si fa sempre più impercettibile, lo seguo sotto una fitta vegetazione che mi obbliga a procedere quasi in ginocchio, lo perdo. Risalgo, ricerco, guardo con attenzione ogni piccolo indizio di sentiero; svanito nel nulla. Non c’è più né sopra, né sotto. Anzi sotto c’è uno strapiombo fino a un piccolissimo fiordo che si intravede dopo una profonda fessura tra una roccia e l’altra.
Medito con un lento, lentissimo bisogno di respirare. Mi impongo di essere serena e con una strana intuizione di sopravvivenza intravedo, o meglio tento, una via. La trovo e ancora un minuscolo sentierino riappare su in alto, morbido, dolce, rassicurante, con i suoi aghi non calpestati chissà da quanto tempo.
L’orologio mi mette abbastanza di cattivo umore e mi domando perché mi sono trovata lì; poi vedo qualcosa che mi fa capire che ne sono fuori e imbocco questa pista che ora mi sembra immaginaria.
Mi ritrovo al di sopra di un rudere, sento il nitrito di un cavallo, un coniglietto nero, piccolo, scappa spaventato, un altro quasi bianco si infila velocissimo sotto una lamiera che comincia a sibilare come…fremiti ondulati, cinque, dieci mucche mi guardano allibite con gli occhioni e le ciglione spalancati da dentro un recinto mentre un puledro tutto d’oro, con una stella in fronte e snelle caviglie bianche smette di nitrire, sbigottito, al mio apparire. Sono in una fattoria con i maiali che grufolano come i pazzi.
Mi piace e mi rassereno. Imbocco un viottolo polveroso e alla fine un cancello chiuso; non si passa, il filo di ferro si può togliere, il lucchetto no, scendo per ispezionare l’esistenza di un varco: da un lato un muretto a secco piuttosto alto, poi grovigli di spine e arbusti fittissimi.
Salgo, scendo, controllo se il muro è scalabile, ma porta in un altro prato chiuso e poi un altro muro e un altro prato. Sono passate le sette di sera, sono disperata, non si passa. Ormai mi pareva che l’unica soluzione fosse quella di tornare indietro. Il telefonino non prende. Guardo il cancello: non è scavalcabile, è troppo alto, non ci sono appigli sufficienti e in più ho con me un sacchetto della libreria “La Conchiglia” con dentro vari cataloghi di quadri conservati alla Casa Rossa, pesante e prezioso.
Scorgo che forse si può passare salendo verso l’alto. Si può, salgo, scivolo, scendo: sono fuori. Ancora un sentierino di sassi e poi riconosco la torre con il grande bellissimo orto con zucche e melanzane, con l’uva piccola e i grandi pini secolari. Giro l’angolo, vedo la bougainville quasi bianca, poi quella rossa intensa di casa Signorini, la motocicletta del mio amico con il casco appoggiato: sono salva, sono a casa, sono felice.

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