Il signore di Anacapri e il palazzo bianco

– di Roberto Gianani

Alla scoperta di Tonino Cacace, l’anacaprese fiero che si cela dietro un maschera dura e snob, è uomo di emozioni intense e di sentimenti forti, plasmato dall’amore per l’arte e da letture profonde.

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200408-13-3mL’uomo in blu percorre pochi passi di Via Axel Munthe, gira a destra, entra nel “Capri Palace” e si infila in un vialetto di seduzioni immediate. Lungo una parete di pietre bianche, una cascata d’acqua scorre piena di sole.
Sole negli uliveti, sole sul Solaro, sole nel profumo di un caffè, nello zig-zag verdeggiante delle lucertole, nella seduzione dei gelsomini, nel bianco trasparente delle tende e dei cuscini, nel gioco elegante dei merli vestiti di frac.
Il “Grand Hotel Capri Palace” si dondola in un’aria quieta tenuta a bada da un soffio di vento che fa brillare le luci delle lanterne e il mormorìo delle candele accese. Candele accese sempre anche quando il cielo è ancora azzurro e pieno di baci e la montagna, alle spalle, è una nuvola di rondoni che sono frecce e chitarre spalancate. Il pomeriggio è una canzone di Ornella Vanoni. Sopra i tetti di Anacapri, il cielo è padrone, il tempo non chiede tempo e ti libera da molte catene. Le stradine sono piene di sandali e sospiri, cartoline colorate e cuori alla ricerca di vecchie melodie.
Tonino Cacace è più lungo della sua ombra affilata, gli occhi di cielo, le mani che remano nuove emozioni, lo sguardo che veleggia dentro le aiuole bianche dell’albergo dell’amore.
“Sono un anacaprese, figlio di Mario Cacace e Rita Canale, un albero maestro e una bandiera di idee e sentimenti. Sono fiero di essere nato in questo paese di storia antica. Racconti di silenzi e di ascolti, di approdi difficili e luminosi con una scogliera che non potrai mai conoscere a memoria ma che sarà sempre pronta a raccogliere una cima, anche quella più insicura”.
L’intervista comincia così e spiega subito l’uomo, le radici, il Dna e, forse, anche tutto quello che ancora non hanno detto i giornali. Non tutti parlano di lui come di un gran simpatico, di un estroverso. Molti lo dipingono un uomo aspro, un duro che non ammette errori, va diritto per la sua strada e non sorride mai. Tonino ha sofferto, letto, studiato, visto, capito. La sua asprezza significa mettere gli occhi sulla vita, mano su tutto: su una suite, su un giardino, sulla poesia, sulla scultura, sull’arte. Sui dubbi e sulle insicurezze, sui conflitti interiori e i riflessi dello specchio.
Pochi sanno che l’uomo che ha girato più volte il mondo su aerei e su barche a vela, che viaggia in elicottero con l’amico Harrison Ford e cena con lui a “Le Cinque” di New York, trova spesso rifugio nella quiete di piccoli paesi italiani. Fughe solitarie a cavallo di una vecchia BMW 750 bianca come la schiuma, con la marmitta che scoppietta liberamente nel rosso delle vigne toscane o crepita di singhiozzi nel chiarore abbagliante delle case di Ostuni. Lunghi viaggi di polvere e riflessioni, chilometri e pensieri.
In realtà l’uomo del “Palace” è un signore di cinquant’anni portati molto bene. Poche rughe e ferite nel cuore nascoste da uno sguardo che può sembrare distaccato. Ma non è così, Tonino Cacace è un uomo di bufere e scirocchi, poesie e conflitti con lo specchio. Un uomo che ringrazia le donne perché gli hanno insegnato tutto, anche a riflettere sui dubbi di un principe e sulle incertezze di un regnante. Se lo prendi senza fronzoli e domande luccicanti, Tonino abbassa la guardia e si racconta seguendo il filo della vita.
Può sembrare antipatico, scomodo, snob, atteggiato, sbrigativo. In realtà scherma, alza difese e paletti “perché la vita è anche selezione, non ci si può concedere a tutti, non si può piacere a tutti. Anche se per amore rinuncerei a gran parte di quello che ho costruito”.
Diceva Nietsche: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera”.
Il signore di Anacapri è nato dalle rocce del Solaro e dalle scogliere di Mesola, dall’uva della Mi-gliera e dall’olio delle Boffe. Quello che condisce “lo spaghettino pomodorini e tanto basilico” quando non vuoi uscire perché il cuore è in compagnia lì, nella casa di musica e mare sulla strada per la Grotta Azzurra.
Tonino Cacace è un uomo di onde e di azienda, un marinaio, o meglio, il capitano di una grande barca di lusso di nome “Capri Palace”. Un piroscafo che traghetta i sorrisi di Julia Roberts, l’esuberanza di Mariah Carey, la voce di velluto di Whitney Huston, i capricci di Elizabeth Hurley, le canzoni di Lucio Dalla, le curve straripanti di Sabrina Ferilli e Manuela Arcuri, le malinconie di Dennis Hopper, le corone dei regnanti di Svezia e Norvegia. Un Caronte di emozioni, jet-set, quadri d’autore e cultura.
Perché il comandante ama l’arte contemporanea, ma si commuove al ricordo di una poesia di Leopardi “dolce e chiara è la notte e senza vento / e grata sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna e di lontan rivela / serena ogni montagna”. O trattiene a stento una lacrima ripensando alla struggente passione tra Romolo Valli e Giorgio De Lullo, il grande regista che, quando il compagno scomparve, si lasciò morire per amore.
“Non dimenticherò mai più le sue parole: quando vuoi bene a una persona, ricordati di dirglielo molte volte perché verrà un momento che non potrai più farlo”.
Parole come angeli a illuminare il sole. Un sole sorridente che riempie di luci un’Anacapri languida come una donna al primo appuntamento. Al Grand Hotel di Tonino Cacace, “gente che va, gente che viene”, e molto accade contrariamente a quanto diceva il dottor Otternschlag nel film di Goulding con Greta Garbo e Lionel Barrymore.
In portineria, la signorilità e il profumo Musk of Aryssia For Men di Eduardo, l’uomo dell’accoglienza. Suites da ultimo paradiso, bagni con fotografie di fiori e conchiglie, i quadri, le sculture, il bar con la musica, e un ritratto di Tonino ad opera di Velasco Vitali.
Ma Tonino non è l’uomo solo al centro della scena. Centosettantadue collaboratori e una carta dei valori ben precisa: “Un team affiatato, coinvolto, consapevole. L’ospitalità deve essere uno stato d’animo, uno stile. Senza emozioni, con il solo calcolo, la mia impresa sarebbe stata impossibile”.
Il “Capri Palace” è il prodotto dell’entusiasmo e della professionalità, della fede e della mobilitazione di un uomo per la difesa di un’idea: un grande albergo unico ed esclusivo che portasse il nome di Anacapri in giro per il mondo. Tonino Cacace ha vinto la sfida grazie anche ad un equipaggio di marinai valorosi. Primo ufficiale è Ermanno Zanini. Napoletano, esperienza d’alberghi, autorevolezza, creatività, buone maniere. E poi il professor Francesco Canonaco, medico di salute e saggezza di una beauty-farm dove ringiovaniscono il fisico e l’anima. Accanto a Tonino spesso la presenza amica di Paolo Signorini, albergatore, velista, lupo di mare e di Maurizio Petta, il filosofo della finanza. Finalmente un’economia fatta anche di sentimenti e pensieri.
Il sole si abbassa, gli ultimi raggi di miele si mangiano la punta del Monte Solaro. Chiacchiere lente e sorsi di Martini Dry in attesa della sera. “Tra un arrivo e una partenza” va in scena la vita illuminata dal richiamo delle abat-jours, accarezzata dal suono della fisarmonica di Nicole Renaud. Tramonto a cielo aperto. Di fronte, Procida e Ischia sono incendi di sole. Bagliori di fuoco illuminano l’orizzonte fino a Ponza e Ventotene in una collana di isole rosso corallo fiammanti nel mare.
Il “Capri Palace” si prepara ai riti della sera. Fruscio di chiffon, giri di perle, sciarpe di seta, profumo di lavanda, pantaloni bianchi, scarpe Chanel, camicie bianche, fazzoletti bianchi. Tavole di candido lino, vassoi d’argento, acqua di rose. Il ghiaccio nuota nei bicchieri, cristalli scintillanti dentro al chiaro di luna. L’aria e il mare di Anacapri offrono agli ospiti il sorriso di una melodia, l’adagio morbido di un pianoforte a coda.
“La musica è una delle mie passioni, una compagna di amori e solitudini, di allegrie e ricordi. La musica è come il testo di una canzone che parte dalle origini e scorre per cinquant’anni senza un tradimento, senza un’infedeltà. Oltre il successo, un percorso di famiglia e paese che attraversa i ruscelli di Via Orlandi, fa il giro del mondo e ritorna in Via Orlandi, nel cuore del paese, nel mio cuore. Sono figlio di Mario Cacace, il fondatore del “Palace”, l’uomo per il quale le campane di Santa Sofia hanno suonato sempre troppo poco. Mio padre mi ha insegnato il rispetto per me stesso e per gli altri”.
Quel rispetto che accompagna Tonino anche a Roma nel collegio dei preti in Piazza di Spagna. “Arrivederci fratello mare”. Il confronto con la realtà vera, le prime consapevolezze, “la gente era pallida perché non brillava il mio sole”. Tonino tiene duro, combatte, studia e impara. Si avvicina all’arte, alla filosofia, alla letteratura, alla fotografia, alla pittura. I preti gli insegnano a credere in Dio. “Un Dio che mi appartiene e mi dà una fede assoluta, mi fa compagnia, mi farà compagnia, perché niente ti salva di fronte al destino e non basta nascere benestanti per essere al riparo dal male. Il dolore è sempre in attesa, c’è bisogno di una fede che muove le montagne e la consapevolezza di aver detto e dato”.
Passano tre anni, i tempi del liceo sono alle spalle, il ponentino è un ricordo. Tonino torna ad Anacapri nel suo trono di cielo e di vento. La festa di Sant’Antonio è una folla di profumi e ginestre. La processione, visi, rughe, file di uomini e donne, mani, occhi, ricordi, strumenti a fiato, percussioni, la banda, mormorii, canzoni, il santo portato a braccia, vestiti di pacchiane, bambini, stradine, aiuole di un paradiso di colori. Si levano in alto il patrono, il cuore e il vino. “Dai balconi aperti i fiori gialli cadevano come pioggia di sole”.
Un sole isolano e violento che dà a Tonino la forza di andare sotto la scuola “Vincenzo Gemito” e dire a Paola Orabona “Ti amo” e correre incontro al sole, la mano nella mano. Erano i tempi delle amicizie spensierate, di Piero D’Emilio, Roberto e Mariolina Federico, Enrico e Mariella Morgano, Silvio e Patrizia Ruocco, Giampiero e Alicia Faiella, Mariapina Di Somma, Sergio e Massimo Rubino. “L’isola ti proteggeva, ti proteggevano i silenzi anche se i rumori facevano più rumore”.
Al sabato si andava al Penthotal di Renatino. Un’orchestrina suonava il twist ma tutte le dolcezze della vita ti facevano compagnia in un lento, guancia a guancia, “senza fine”, e la notte era donna ed era luna. Paola era una nuvola di dolcezza e femminilità. Amore di gioventù, senza macchie e senza inganni. Le passeggiate a Cetrella, stradine di pietre e di foglie. Primavere di prati e margheritine bianche, il profumo delle fresie, giardini di maggio.
All’improvviso il Solaro, il cielo infinito, la limpidezza del mare. Spunti per un bacio, una carezza, un abbraccio, un inchino all’amore. Paola e Tonino golosi di passioni e di idee, di progetti e di ambizioni, raccolgono i fiori dei loro sogni. Una promessa, il velo bianco, la chiesa. Il matrimonio non dura. “Ero ancora immaturo per un rapporto di coppia”.
Resta l’amiciza, non c’è rancore. L’albergo cresce, Tonino governa e si mette in discussione. Va per mare e scruta le onde, pilota un aereo e interroga nuvole e venti. Venti di ieri quando l’albergo era solo un viavai, venti di oggi quando un grand hotel è un’azienda, non solo il libro delle presenze.
“Il sorriso di una diva famosa non basta. Occorrono gusto, creatività, coinvolgimento, amore”.
E l’amore bussa di nuovo. Gli occhi di Tonino sono troppo azzurri per non seminare tempeste nel cuore delle donne. Le mani troppo contagiose, coinvolgenti, eleganti e ballerine per non alzare venti di passioni. Arriva Fabrizia Frezza e poi Roberta Capua, ma dopo quattro anni la finestra si chiude su “Uno Mattina”.
Ma è Fabrizia la donna che attraversa la strada all’improvviso, incide, lascia il segno, predica il sentimento e nasce la passione. È lei che insegna a Tonino ad aprirsi e a lasciarsi andare alla complicità dell’amore. Ha capelli neri di seta, il fisico da adolescente, seni impetuosi, la matita da architetto e il gusto raffinato del bianco. Tonino cambia direzione, l’albergo prende le trasparenze del lino, la leggerezza delle vele nel vento e il candore delle calle. Bianche come rose di maggio, come soffi di borotalco. Bianche come schiuma di mare e sguardi di Narciso.
La storia con Fabrizia è forte e appassionata, ma inquieta come la luna quando passeggia tra una nuvola e l’altra. Tonino interroga lo specchio. Il libro di Erich Fromm, “L’arte di amare”, prima crea tumulti, poi semina dubbi e invita a una visita schietta davanti alle ombre dei propri riflessi. Processo a porte chiuse, senza alibi, senza benevolenze. Non sono ammessi gli avvocati difensori. Confessioni a cuore aperto, Tonino faccia a faccia con Tonino. Verità sbattute sui denti, poche balle, parole come pietre. “Il Narciso che mi camminava sull’anima ha passi molto più lenti. Lo controllo. Il ‘Palace’ di Anacapri deve far parlare il mondo rispettando l’amore, le radici, la cultura, i colori e l’anima dei luoghi”.
“L’anima dei luoghi”, il libro di James Hillman che Tonino sta leggendo in questi giorni. Un libro che racconta dei rapporti tra la filosofia di una città e l’architetto, tra le pietre di un paese e il rispetto della propria identità. E’ un libro che parla di autocritica, di trasparenza, di sentimenti. “Per far ciò non basta fabbricare suites, bisogna fabbricare emozioni, far volare ginestre e cultura, musica e gelsomini, pagine di libri e tele di pittori e riscoprire l’anima dei luoghi.
L’anima di questo paese è come quella di una donna che ti prende per mano e ti porta in riva al mare”.
Il mare di ieri, quello di Punta Carena durante le vacanze di Natale, i mormorii delle onde, i sassi lucidati dal sole, il sogno di oceani lontani, le parole del faro che non smetteva mai di parlare. Il mare di oggi, quello di “Vento del sud”, la barca blu come un pensiero. Una coperta lunga come un ponte, una strada dentro il mare. Tonino ha con sé il libro di Erich Fromm e gli occhi puntati verso l’orizzonte. Il viaggio della consapevolezza, il Narciso che affoga tra le onde e l’uomo Tonino che è libero di sorridere e sorridere mentre, tra i denti bianchi, in mezzo al mare, incalza prepotente la gioia di una risata, la libertà di dire quello che si vuole, l’emozione di un amore.
È il mare di Tonino Cacace quello che ti scende nelle vene e fa navigare l’anima dentro le correnti del sentimento, nelle tempeste della solitudine, nel vento del rigore e della disciplina, nella risacca delle tentazioni. E’ il mare del viaggio di Ulisse che, anche nelle tormente, non conosce principi, ma solo marinai.

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