Il sogno argentino

– di Alessandro Robles

La favola di una emigrazione verso una terra grande e generosa. I viaggi per mare, che duravano fino a due mesi, ripresero alla fine degli anni Quaranta. L’occasione era il richiamo di un parente. Navi stracariche di gente in cerca di lavoro e fortuna. All’arrivo si spalancava un mondo sconosciuto ma accogliente. Oggi, la provincia di Santa Fe e quella di Buenos Aires hanno per meta sangue italiano. Radicati in una terra fertile, gli italoargentini sono una grande realta del paese sudamericano.

Zio Francesco, per tutti Franco, ha compiuto ottant’anni. Ha festeggiato assieme alla sua famiglia. Quattro figli, sei nipoti e una pronipote. Abitano a Santa Rosa de Calchines, un villaggio nato nei pressi di un affluente del Parana. Una pianura infinita maculata da specchi d’acqua impenetrabile. Natura selvaggia. Un’oasi umida che s’estende a vista d’occhio strenuamente difesa dall’assalto della speculazione edilizia. Case basse in mattoni rossi e legno. Strade sterrate e squadrate e un fiume da percorrere in lancia attraverso un labirinto di piante acquatiche. Una piazza fiorita e la chiesa dedicata a Santa Rosa da Lima. Il nome della citta deriva dalla fusione della devozione con l’etnia dei primi abitanti. In origine era una missione francescana che, dopo vari traslochi, si e suddivisa creando tre municipi. Una di queste e la cittadina che sta crescendo nei pressi del rio San Javier.

Zio Francesco sposo il sogno argentino non ancora maggiorenne. Era apprendista meccanico. Aveva imparato il mestiere nell’officina di un lontano parente in provincia di Bari. Ma quella provincia gli andava stretta. Le urla, la mancanza di rispetto. No, non era il lavoro duro o le difficolta economiche che lo avvilivano. Era la grettezza becera, la saccenteria pronunciata ad alta voce, specchio dell’incapacita di crescere che in certi posti grava sulla gente e la fa collassare. La sua giovanissima anima guardava oltre le mura cittadine di chiara pietra calcarea. Il sole brillava nella pupilla, al centro degli occhi celesti. Il sole era al centro, stampato sulla fascia bianca orizzontale frapposta a quelle celesti della bandiera di quell’enorme e materna nazione latina.

Era la fine degli anni ’40 e i sogni erano pagine di un diario di viaggio, fischi del vapore della nave pronta a salpare. La speranza era di un verde sognato, il verde dei campi di una terra lontana due mesi di mare. La speranza cresceva e straripava. Un irruento fiume in piena che investiva tutti. Uomini e donne se ne andavano in massa a cercar fortuna. E non era la prima volta. Zii, prozii, parenti piu o meno lontani avevano gia tentato e trovato la via dell’Argentina a cavallo dei secoli. Il primo grande flusso migratorio trasloco migliaia di giovani e meno giovani coi sogni chiusi nelle valigie di cartone. Anche zio Francesco trovo il motivo del viaggio nel desiderio di raggiungere un famigliare. Col cuore gonfio di aspettative, intraprese la navigazione transoceanica. Mi piace immaginare che ogni giorno vissuto in quella nave sia stato bagnato da gocce salate di felicita. Il porto di Buenos Aires pullulava di sbarchi. Erano gli anni del presidente Peron, gli italiani erano la manodopera del progetto di sviluppo argentino. Le richieste economiche sudamericane incontravano l’orientamento politico del Belpaese. L’arrivo nella capitale spalancava un mondo sconosciuto ma accogliente. Il quartiere dei pescatori raccontava storie di genovesi giunti a popolare le baracche colorate. Gli immigrati che non si fermavano nella capitale, si spostavano nella provincia di Santa Fe. Una sola regione pari all’Italia per estensione e forma. Un’altra specie di stivale incastonato all’interno delle sconfinate “pampas”. La prima fermata per zio Francesco fu Rosario, metropoli del “Monumento a la bandera”, di grattacieli cresciuti nel tipico schema a “quadra”, scacchiera di isolati da cento metri sagomati da larghe strade. Si lego a una ragazza argentina e mise a frutto quanto appreso nelle officine della provincia barese. Divento motorista. Successivamente, spostandosi piu a nord nelle campagne coltivate, vicino al selvaggio habitat del rio San Javier pianto l’insegna a bandiera della sua attivita. Sulla “ruta provincial 1”, in poco tempo costrui la casa, crebbe i figli, trovo la vita. Sulla carta d’identita cambio Francesco in Francisco.

Chi e emigrato, ritorna. Compie al contrario la traversata mosso dal vincolo con la cultura italiana, dalla necessita di abbracciare i parenti. Chi puo, percorre l’Oceano Atlantico e cambia emisfero di frequente, ma la maggior parte non dispone di risorse sufficienti a coprire i costi dei voli intercontinentali. I pochi rimpatri sono memorie di famiglia che sbiadiscono nelle fotografie ma non nei cuori di chi sopravvive. Era la meta degli anni ’80 e zio Francesco torno in Puglia da sudamericano. Era Natale e i giorni si colorarono di imprevista compagnia. Tavolate immense suonavano di piatti in porcellana decorata presa dalle credenze. Le giornate corte delle feste avevano la crosta dura e il cuore tenero dei dolci di mandorle. La festa era accendere le luci sul balcone. E per i piccoli nipoti si spalanco ad un tratto un mondo nuovo che supero anche la piu intrepida immaginazione. Una parentesi nella vita affollata dalle prime disillusioni. Un intervallo di luce nell’inverno cupo e infinito.

Quell’inverno che ripiombo d’improvviso quando all’aeroporto l’ultimo saluto causo un flusso inarrestabile di lacrime. Molti anni dopo zio Francesco e tornato in Italia con piu rughe e meno energia. Ha portato negli occhi il vicolo cieco della pesante crisi economica e di un passato di sacrifici deturpato da incapaci governanti. Tuttavia, ha portato ancora con se la luce dell’estate australe. Afosa, esplosiva. La stagione migliore per ricambiare la visita. E cosi e stato piu di una volta, a testimoniare un legame che supera il vincolo anagrafico della parentela. Toccando il suolo argentino, innanzitutto disorienta un riverbero di grande intensita.

I dettagli della citta e del territorio appaiono oltremodo definiti. Chi non e preparato rimane frastornato da tale abbondanza. Il tempo si dilata nello spazio e, dai ritmi calcolati delle citta si espande fino a perdersi nelle campagne delle coltivazioni e degli allevamenti. La strada per la provincia di Santa Fe e monotona nei panorami ma ricca di presenze animali e vegetali. Il viaggio e su gomme, lungo ma non estenuante. I pullman sono confortevoli, valida alternativa alle scadenti ferrovie. Partono da Buenos Aires verso tutte le direzioni. Per i tragitti piu lunghi, esistono quelli con poltroncine in pelle ribaltabili, veri e propri letti viaggianti.

L’abbraccio dei consanguinei toglie il fiato e fa vibrar le viscere. Radicati in una terra fertile, gli italo argentini sprigionano l’energia di un sorriso curioso e disinteressato. I bambini sono risorsa e motivo per credere nel futuro. I bambini sono un fiore coloratissimo e profumato, un fiore sincero che appassisce presto. Ma sono esili pilastri che reggono il futuro. Perche, se ogni impresa e vana, – sostiene Jorge Luis Borges “nulla si costruisce sulla pietra, tutto sulla sabbia. Ma abbiamo il dovere di costruire sulla sabbia come se fosse pietra”. E l’uomo si riscatta nella quotidianita del suo lavoro.

Quando ho chiesto se si sentisse piu italiano o argentino, zio Francesco non ha avuto dubbi. Ma la sua risposta scaturiva da un semplice conteggio degli anni trascorsi. Forse, era spinta dalla gratitudine sempre viva per un Paese che l’aveva accolto a braccia aperte oltre mezzo secolo prima. Gli italiani diventati argentini sono la maggioranza della popolazione. Lo denunciano i cognomi conclusi da vocali, i voli giornalieri che trasportano gli affetti e la curiosita dei parenti in cerca di rami di famiglia estesi oltreoceano. Titolari di ristoranti, gestori di garage, artigiani ma anche professionisti, imprenditori. Fino a quell’uomo solo al tavolo del bar del teatro Colon di Buenos Aires, pronto ad attaccar bottone e a gettare fuori espressioni pure di nostalgia.

Fra i mestieri piu comuni e semplici, nei luoghi della vita d’ogni giorno t’imbatti quasi sempre in qualcuno che ha legami con l’Italia. Basta l’accento a tradirti. E impossibile sottrarsi. Si finisce a parlare dell’amata nazione d’origine, di un ricordo o un desiderio ancora acceso. Dai villaggi alle citta e alle metropoli, l’Argentina porta i segni dell’entusiasmo e della dedizione dei nostri emigranti. La provincia di Santa Fe come quella di Buenos Aires, per meta ha sangue tricolore. Migliaia di microcosmi che formano un’unica isola. Marciano con la crescita lenta e costante di una societa che rialza la china. Un’immensa nazione che continua a sprigionare forza di seduzione, fino ad affascinare nuovamente i cittadini del giardino d’Europa, stretto nella morsa di una crisi avvilente. E non solo a chi ha pezzi di cuore in case isolate vicino al rio San Javier dove zio Francesco, bisnonno e vedovo, masticando parole italiane recupera emozioni dalla mente appannata. La sua memoria e un oceano di giorni trascorsi ad aggiustare i diesel ed ora tentenna all’ombra dei discendenti in una terra diventata seconda e definitiva patria.

Ci sono persone che hanno dedicato la vita a seminare bellezza nel silenzio dell’umilta, che hanno levato gli ormeggi ma non le ancore dei sentimenti, che hanno mirato lontano partendo dalle piccole cose. Sono sicuramente fra le persone che vengono ignorate ma, secondo Borges, “sono quelle che stanno salvando il mondo”.

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