Il sogno di Eleonora d’Arborea

– di Claudia Forlani

Tra venti di maestrale, cristalli di mare e leggende di foche monache, il panorama mozzafiato di Cala del Faro, sulla Costa Smeralda, riporta alla memoria l’ambizioso progetto della coraggiosa donna della Gallura che voleva costruire una nazione tutta sarda sotto le insegne del suo stemma araldico.
Dall’epica vita di Eleonora al mondo femminile di oggi a Porto Cervo.
Come è cambiata la seduzione.

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200512-10-3mCala del Faro, Costa Smeralda. Luglio 2005. La donna che scopro questa volta è combattiva e per nulla affaticata da resistenze inutili ad una vitalità imbarazzante. E’ l’amica del cuore, la confidente, l’ignaro rifugio di una comune spaesata…
A luglio è ospite degli amici di sempre e di un pergolato sonnecchiante che domina il panorama mozzafiato di Cala del Faro, a pochi chilometri da Porto Cervo, nella splendida Costa Smeralda immersa in una rigogliosa varietà di ginestre, mirti e ginepri, incorniciata da un mare di straordinaria bellezza e da una spiaggia di sabbia bianca e finissima.
Tra venti di maestrale non ammaestrabili, cristalli di mare, leggende di foche monache, trionfo di perfezioni visibili di terra e mare, l’ombra le fa il solletico sotto il pergolato salato da spruzzi di mare che increspano capelli sempre legati, come a trattenere ballerine in scarpette di piombo.
Questa notte li spargerà disordinati e fieri avvolgendo nel loro disordine i suoi pensieri.
Addenta una “carta da musica”, sfoglia di pane di foggia tonda, sottilissima e schiacciata, e dei “pani carasau” di forma quadra aromatizzati al peperoncino; rischiara la voce con un sorso di “fuoco dell’Etna”, liquore ovviamente non locale ma della scorta di casa, dal colore rosso e dall’aroma inimitabile, e scrollandosi di dosso un bigodino paffuto abbeccato alla chioma, finalmente libera e liscia, uscirà per un fuori di festa in un breve ritaglio di vita pubblica, qui particolarmente fiorente.
Meta l’inaugurazione di uno dei locali della costa dove si mescolerà a donne mondane dagli sguardi ammiccanti, tutte più o meno belle com’è più o meno bella ogni donna nel suo habitat naturale. L’habitat questa volta è mozzafiato. Il paradiso della Costa Smeralda sorto in uno spicchio di costiera tra le più belle del mondo, sulle tracce dell’antico giudicato di Gallura, una delle quattro entità politiche sovrane della Sardegna medioevale (Calari, Torres, Gallura e Arborea).
Le coordinate storiche le fornisce un attore non protagonista della serata: il tassista che conduce a destinazione e che con dovizia di particolari racconta la favolosa storia di Eleonora d’Arborea e del suo giudicato, baluardo unico nell’Europa del ‘400 della fiera capacità di un popolo di autogestirsi ed aggregare con la sua forza propulsiva e la politica di conquista i tre stati periferici sotto istanze indipendentiste contro il disagio provocato dal dominio Catalano-Aragonese, proponendosi di costruire per la prima volta nella storia dell’isola una nazione tutta sarda sotto le insegne dello stemma d’Arborea.
Tale sogno d’indipendenza fu edificato da una donna fiera e appassionata, dotata di una straordinaria bellezza e di una naturale propensione alle armi, artefice di una meticolosa azione politica riformatrice tesa alla terra e alla nazione, alla gente e al territorio.
Eleonora d’Arborea, forte delle sue doti e del suo sapere di donna, tracciò alle soglie del Risorgimento la strada di una consapevole ribellione tra acquisizione sapiente di responsabilità e impronta di modernità allora mai viste che le valse il paragone con Giovanna D’Arco.
Intanto lungo il tragitto imperversano improvvisando le variegate fogge della costa rischiarate dalla luna. Il faro illumina la Maddalena mentre più in là s’intravede la Corsica. Costeggiando la spettacolare Cala del Faro la strada si snoda tra canneti, giunghi e ginepri, ordinati e ritti come soldati mentre la figura di Eleonora riempie i suoi occhi di un coraggio che sa di poter trovare dentro di sé. Il coraggio di ogni donna che ha da riformare e riordinare, rinunciare per rinascere, mollare prese di infantile controllo e briglie di apparente rigore per sostenere la solitudine propria e quella altrui.
Come può il solo ricordo di un “donnone” come Eleonora d’Arborea convivere con l’immagine di cortigiane mondane che si proclamano “letterine” e “veline” e che sembrano perfettamente a loro agio nelle vesti di seduttrici di un pubblico che fa il loro gioco sentendone l’infantilità.
L’impatto ha il sapore di uno scontro. Stridente e abissale come il divario – seppur più leggero e sfumato – tra l’intramontabile ed essenziale “chic”, che con il rispetto dovuto sembra essere concentrato nella bellezza essenziale, nella saggezza fiera e nell’eleganza di Eleonora, e il roboante furoreggiare delle “griffe”.
E se pensiamo che nel significato indicato da Larousse “chic” risalirebbe addirittura ai tempi di Luigi XIII (primi del ‘600), quale diminutivo della parola “chicane” usata a corte (prima di diventare ai giorni nostri la esse di curve per rallentare la velocità della Formula uno) nel significato di cavillo, arzigogolo e passaggio a zig zag per definire persone molto abili nel destreggiarsi con la legge, l’etimo francese si confà ancor più alla regina Eleonora passata alla storia anche per la Carta de Logu, il codice di leggi del giudicato esteso poi a tutta la Sardegna, frutto di un’opera di riordino e di sistemazione definitiva degli ordinamenti e degli istituti giuridici locali di cui non possono tacersi la straordinaria modernità e l’alta considerazione per il mondo femminile.
A destinazione troviamo donne, seppur bellissime e diversamente non notabili, illuminate da “griffe” multicolor che fraintendendo l’accezione secentesca di chic appaiono impegnate a mostrare “chicane” cucite ad arte su curve carnose e gonfiate per aumentare – anziché diminuire – ogni velocità, troppo lontane però dal fascino essenziale ed intramontabile di Eleonora.
Ma quel che più colpisce nel confronto è che la cortigiana di oggi cuce intorno a sé luoghi piccoli, cercando l’esclusività in spazi da invadere per tracimarvi la sua solitudine.
In una forzata autoesclusione dalle genti, quelle genti che Eleonora bramava per divenire regina di uno Stato legittimato dal popolo cui tese costantemente i suoi sforzi, ascoltandone anche di nascosto le ragioni, la contemporanea donna mondana si ritira oggi a vita pubblica arroccandosi in piazzette, rintanandosi in privè, evitando il noi per egemonizzare con il suo io sempre più vuoto spazi ordinari e comuni.
E’ l’inquilina chiassosa che si raduna nel sottoscala mostrando il fuoco fatuo del sè nel suo potere seduttivo dell’altro che abbaglia solo per invaderne la capacità di giudizio e alimentare un bisogno di protagonismo, confezionando un inutile omogeneizzato per spettatori già svezzati.
Quanto affanno nel catturare la marginale curiosità degli spettatori solo per non sentirne davvero il ritorno più profondo e con esso i limiti di un cuore solo e vitale.
E’ la faticosa ricerca di un nascondiglio da parte di chi si specchia nel dominio moderno del sé sugli altri, al contrario di Eleonora che, impadronendosi di un linguaggio autoritario e maschile per rimodernarlo secondo la propria sensibilità di donna, imparò che non tutto va salvato nella tradizione dei padri, e soprattutto che non si sopravvive da sole né come donne né come regine.
Perché da sempre c’è chi seduce illudendosi di dominare un gorgo comune esorcizzando nell’oro di bagliori e nell’argento del lamè una voglia di tenerezza di cui sente il richiamo e ancor più teme l’invasione e chi crea un noi con fatica e ne porterà con orgoglio le ferite e gli onori sentendo la capacità di essere sola e libera e con essa la possibilità di partecipare con dignità alla scrittura della storia.
C’è la bambina che si traveste da mamma e fa irruzione nella camera da letto per calamitare l’attenzione e rovinare la festa, e chi ne rimane fuori a scucirsi i propri abiti su misura. Scucire abiti denudando un corpo unico non egemonizzabile né omogeneizzabile.
Insomma c’è la donna infantile e griffata e poi c’è Eleonora con i suoi sogni e la sua intramontabile bellezza “chic”.

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