Il teatro greco a Velia

– di Vito Pinto

La rassegna cilentana compie dodici anni sulle pietre antiche di Elea fondata dai Focesi ispirati dall’oracolo della Pizia. Un centro archeologico di suggestiva bellezza. La Porta Rosa scoperta da Mario Napoli nel 1964. Una città con le case su terrazze e il porticato con le botteghe, una storia di 1600 anni fa, le terme e le mura a difesa. Il dibattito “i filosofi incontrano i filosofi”.

200907-7-1m«Le cavalle che mi portano fin dove l’animo desidera giungere mi trasportavano, dopo che partirono conducendomi verso la via dalle molte voci, che appartiene alla divinità, che porta in tutti i luoghi l’uomo che sa; là ero portato; là infatti le accorte cavalle mi portavano tirando il carro, e fanciulle mostravano la strada.» Là dove “si trova la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, in una piccola città nel golfo di Salerno chiamata Hyele, cinque secoli prima di Cristo si poteva “scorgere una figura che non era persona, ma pensiero di un uomo” assorto nel “Poema sulla natura”. Era Parmenide, sofista raffinato, che viveva i suoi giorni meditando circa l’Essere ed il non essere, dando inizio, come affermava Hegel, alla vera filosofia, “dove l’uomo si libera dalle rappresentazioni sensibili e dalle inquietudini”. Lo scenario era un paesaggio sereno: una collina ospitava il tempio a Minerva, figlia di Metis, protettrice e maestra di tutte quelle arti in cui l’intelligenza si contrapponeva alla forza bruta. Intorno alla città, oltre le poderose mura, era un fiorir di sacri ulivi portatori di quei dorati succhi che condivano pietanze di un antico ma già mediterraneo mangiare, ungevano le candide pelli delle donne e i muscolosi corpi degli atleti. Gli annosi boschi circostanti, con torri a guardia, fornivano il legno per le navi, con le quali commerciare, incontrare altri popoli, raggiungere altre culture.

I fondatori Focesi avevano portato dalla patria Focea la lingua greca, lo stile del fare, i loro dèi cantati da Omero ed Esiodo, contestati da Senofane di Colofone, grande esule e giramondo, che di questa nuova città fu fautore di pensiero, di leggi e di governo. Scriveva: “uno, dio, tra gli dei e tra gli uomini il più grande, non simile agli uomini né per aspetto né per intelligenza… tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero sente…senza fatica tutto scuote con la forza del pensiero… sempre nell’identico luogo permane senza muoversi, né gli si addice recarsi qui o là.”
Fu l’oracolo della Pizia che suggerì ai Focesi la fondazione di Elea alle foci del fiume Alento. Per gli uomini di civiltà greca era impensabile partire per una fondazione coloniale senza un responso oracolare e così anche i Focesi, quando lasciarono le coste dell’Asia Minore, si diressero innanzitutto a Delfi, al santuario di Apollo. Il luogo della nuova città era un promontorio sul mare: lì posero l’Acropoli, a guardia della quale vi erano le isolette di Pontia e Isacia, a pochi metri dall’estuario dell’Alento. Di fronte era il pelago dell’ampio golfo delle Sirene, quel mare antico dal quale erano giunti da esperti nauti, dopo aver lasciato la loro città per sfuggire al dominio dei Persiani e dopo lunghe peregrinazioni e battaglie marine vinte a caro prezzo contro Etruschi e Cartaginesi. Era un mare di miti, leggende, eroi. Qui, infatti, Leucosia cantava, e canta ancora, melodiosi miraggi ai naviganti e Virgilio lasciò che Palinuro, col sonno, consegnasse al mare il suo corpo e alla storia il suo ricordo.

Erodoto racconta che i Focesi acquistarono dagli Enotri un pezzo di terra tra Palinuro e Agropoli. Il calendario pone la fondazione al 545 a.C., epoca della sessantesima olimpiade e inizio di una storia durata 1600 anni. La città crebbe e si espanse grazie ai commerci, ma soprattutto divenne faro di dottrina grazie alla sua scuola filosofica, tra le più importanti del mondo greco. Qui era la filosofia che emoziona, quella che alimenta il pensiero, la filosofia che è scienza del fare. “La ragione, non l’occhio, vede il vero”. Il “viaggio” della vita è inteso come cammino di conoscenze e ri-conoscenze. Così Parmenide avanza tra le strade acciottolate, si ferma di fronte all’infinito mare della sua Elea e si domanda cos’è l’Essere.
« …Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, l’altra che “non è” e che è necessario che non sia. … Infatti lo stesso è pensare ed essere.»
E incede Zenone, discepolo prediletto di Parmenide, che semplifica il pensiero del maestro con i suoi paradossi, quei logoi di Achille e la tartaruga o del chicco di grano che cadendo non fa rumore, mentre un sacco di grano fa rumore. Ecco la domanda:
Come può una somma di silenzio dare origine ad un rumore?
Scorrono le immagini della storia, resta la verità e non l’opinione, il ragionamento e non il riferimento ai dati della sensibilità.

Cresce la città non solo per pensiero e per leggi, ma anche per disegnato costrutto urbano. Sorgono ordinate addizioni di case, su terrazze servite da un’unica strada che conduceva diretta al porto ed altre di scambio. Sorge il teatro, il tempio a Minerva e, nella parte bassa, l’area porticata con le infinite botteghe pullulanti di quei tanti mercanti che da ogni parte del Mediterraneo giungevano nel suo porto per commerciare. Vengono allestite terme e mura a difesa, sulle quali si aprono Porta Arcaica, Porta Marina sud e la splendida Porta Rosa, con arco a tutto sesto, che ancora oggi resta uno dei più antichi esempi di tale architettura. Costruita in un punto molto stretto di una gola naturale, questa porta consentiva il passaggio dal quartiere meridionale a quello settentrionale della città. Fu scoperta nel 1964 da Mario Napoli, illustre archeologo che, alla guida della Sovrintendenza Archeologica di Salerno, diede un notevole impulso alla conoscenza della storia della Magna Grecia. Suo fu, infatti, anche il ritrovamento della “Tomba del Tuffatore” a Paestum, con i meravigliosi affreschi. Lontano da ogni fantasia cromatica, il nome della porta è un atto d’amore che Mario Napoli compì verso la moglie Rosa.

L’inevitabile silenzio della lontananza nel tempo non ha cancellato il pensiero eleatico e così da dodici anni, con felice intuizione, sulle pietre antiche di Elea si rinnova la tradizione del Teatro Greco, quello con gli attori in syrma, maschera e coturno. Il teatro classico ritorna nei luoghi della classicità grazie a “Velia Teatro”, una rassegna sull’espressione tragica e comica del teatro antico. Ma non sono solo teatro gli appuntamenti estivi, bensì anche filosofia. Dopo il ciclo “Filosofi a Teatro”, durante il quale furono presentati quattro allestimenti tratti dai dialoghi di Platone, quest’anno sarà la volta di nuove rappresentazioni che andranno ad incrementare il già ricco archivio dell’antichità di Elea nel presente di Velia. E, come sempre, al termine di ogni spettacolo, il dibattito nel quale i “filosofi interrogano i filosofi”.
Nelle calde sere di mezza estate cilentana, quando i corpi sono rinfrancati dalla brezza del vicino mare, sull’ampia, sacra spianata della Stoà alta si eleva ancora la voce di Parmenide e, come allora, sui discepoli di ogni tempo, scende il pensiero: «è, e non è possibile che non sia». Allora «anche le cose lontane, per mezzo della mente, diventano sicuramente vicine».

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *