Il telegiornale del poeta falegname di Anacapri

– di Gino Verbena

Nell’Ottocento, Francesco Alberino fu il “cronista ufficiale”, divertito e divertente, di Anacapri.
Scrissee declamò novecento versi su fatti e persone. Le annotazioni gustose sulle novità del progresso e sulle libertà licenziose che lo accompagnavano.
L’antipatia dichiarata per i preti.
Il racconto in ottave di un omicidio e di un furto a frate Anselmo. Puntuali le notizie in rima delle opere pubbliche: il porto, la strada costiera, la farmacia, la funicolare del monte Solaro.
L’ultima “battuta” in punto di morte.
La ricerca di Giovanni Schettino, studioso delle cose antiche di Capri.

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200508-15-3mFrancesco Alberino, falegname ma soprattutto poeta estemporaneo ed illetterato, fu nell’Ottocento, uno dei personaggi più popolari di Anacapri.
Nato nel 1808, morì nel 1899. Fu l’autore di vari componimenti in versi e di altre amenità anche in prosa che usava dettare a qualche amico disponibile, ma soprattutto del poemetto “Anacapri civilizzato” scritto nel 1889 e pubblicato postumo a Napoli nel 1902. Il poema è in ottave, per lo più settenari, ma anche, alla rinfusa, senari e quinari zoppi e sgrammaticati. E’ suddiviso in cinque “racconti” per circa novecento versi.
Il filo conduttore è il progresso che ha portato innovazioni utili alla società, ma ha seminato usanze licenziose. Si fingeva scandalizzato il poeta, ma non era certamente uno stinco di santo. Tra l’altro mantenne sempre un costante sentimento di antipatia verso i preti perché atterrivano il popolo credulone con la minaccia della scomunica per peccati anche di poco conto e con storielle in cui il diavolo afferrava per i capelli i cattivi cristiani.
“In quel tempo di tenebre / il parroco pro tempore / faceva il suo sermone / con minacce da cafone / e certe volte, col bastone, / insegnava i riti di religione. / La parrocchiale inquisizione / atterriva quel popolo minchione / tenendolo appaurato / d’essere scomunicato”.
Per giunta il parroco proponeva nuove feste allo scopo di poter effettuare questue e spillare danaro alla gente. Naturalmente, Francesco Alberino, terribile cantastorie, non mancava di alimentare il sospetto che il “parrucchiano”, con il pretesto di istruire le future spose ai doveri coniugali, ci mettesse un eccessivo zelo.
Né Alberino tace dell’annosa lotta tra il clero “di sotto”, quello di Capri, con il clero “di sopra”, quello di Anacapri. La causa dell’aspra discordia era principalmente la processione di san Costanzo alla quale i canonici di Anacapri erano obbligati a partecipare facendosi gli interminabili scalini della scala fenicia. Ma Roma diede ragione ad Anacapri: ognuno si faccia le processioni sue. E questo era un chiaro segnale di progresso civile.
Alberino passa poi in rassegna tutte le opere pubbliche che contribuirono a fare dell’isola una stazione di soggiorno e turismo. Citiamo alcune strofe alla rinfusa: “Si è fatto alla marina / un’ottima banchina / che agevola il personale / nello sbarco allo scalo. / La strada rotabile / per noi è memorabile / ché mena al paese / la vettura carrese. / Dirò ancor senza bugia / si è messo la farmacia / che non ci è mai stata. / Nell’epoca passata / in caso di malattia / di tifo o polmonite / ne moriva l’ammalato / senz’essere curato”.
E Alberino non elenca soltanto la rotabile Capri-Anacapri, il porto nuovo, la farmacia, ma anche la costruzione del grande faro di punta Carena, il restauro del monastero di san Michele, la creazione di un cimitero (prima si usava seppellire i morti nella chiesa principale dove esistevano, sotto il pavimento, varie fosse comuni) e altre opere pubbliche tra le quali spiccava, in fase di progettazione, la creazione di una “funicolare” per salire a Monte Solaro.
Ma il poeta, se si mostrava estasiato per le innovazioni, faceva pure malinconicamente presente il rovescio della medaglia: oggi non esistono più ideali, si bada solo ad imbrogliare e a far incetta di cose e di moneta. Un tempo, nei rapporti sociali, bastava la parola: essa valeva più di un atto notarile. Dal tempo di Tiberio non erano mai mancati adulteri e lussuria; ma certe cose si facevano con la dovuta discrezione. Ora quei vizi erano diventati pubblici e manifesti. Le stesse fanciulle non sono più come quelle di una volta: hanno più malizia e meno pudore, parlano chiaro e senza velo, come i ragazzi di strada, annotava Alberino.
In definitiva, la piccola opera del poeta-falegname, anche se di modesto valore letterario, è senz’altro un documento popolare per apprendere gli usi e i costumi della sua epoca, quello che si mangiava durante le feste, come ci si vestiva. C’è nel “poema” un’abbondanza di particolari che rende continuamente interessante il testo. In più, c’è tutto il sale e il pepe necessari a divertire il lettore.
E’ opportuno accennare alle altre creazioni di Francesco Alberino, per la maggior parte umoristiche, che usò distribuire agli amici fino al 1899, anno in cui si spense rispondendo sul letto di morte in rima (meglio dire “assonanza”) alla domanda d’una sua vecchia amante: “Me canusce? So’ Rosina”. “Avimmo fernuto ‘e arracquà ‘o petrusino” disse il moribondo con un filo di voce.
Per tutta la vita, Alberino fu il cronista e il poeta ufficiale di Anacapri. Era solito, infatti, scrivere pamphlet su tutto ciò che accadeva in paese: nascite e morti, matrimoni e furti. Non esistendo la televisione, fungeva un po’ da telegiornale locale. Con lui il pettegolezzo assurgeva a letteratura del proletariato, ma divertiva anche i salotti dei benestanti i quali lo convocavano per allietare i banchetti remunerandolo generosamente specie nel periodo in cui, per punirlo, il clero infuriato contro di lui diede a intendere al popolo che il falegname era stato scomunicato (aveva decantato le gesta di Garibaldi), per cui nessuno osava dargli lavoro.
Il soprannome di “La monaca” Alberino lo ereditò dalla madre la quale andava dicendo di volersi fare suora finché, a 35 anni, non conobbe l’uomo del suo destino.
Una delle più sentite creazioni fu la lunga ode in celebrazione della statua della Madonna di Lourdes, posta nella grotta lungo la provinciale Capri-Anacapri. Molti versi del falegname-poeta si tramandano oralmente. Uno studioso di cose antiche, Giovanni Schettino, anacaprese, nel corso di diversi anni, è riuscito a raccogliere, da mani diverse, una quarantina di pezzi inediti, alcuni dei quali finiti addirittura in America e in Australia in possesso di vecchi emigrati che li hanno gelosamente custoditi. Tutto il materiale, assieme a un’ampia ed esauriente biografia e a note storiche, sarà probabilmente pubblicato.
La poesia più nota fu composta quando una zoppa avvelenò il marito. Essa iniziava così: “‘Nu paese reputato / pe”na zoppa scangellata”. La zoppa andò sposa a un mezzo scemo che, dato il suo stato mentale, non avrebbe dovuto contrarre matrimonio. Le conseguenze non si fecero attendere. La donna, innamoratasi di una guardia di dogana, si fissò nel proponimento di sbarazzarsi dello stupido consorte. Una domenica lo appostò dietro alla porta della chiesa parrocchiale e gli vibrò un colpo al ventre con uno spiedo arrostacarne, ma lo ferì soltanto.
Dopo un anno di reclusione, la donna studiò un secondo tiro più audace: finse di far pace con il consorte, ma, un mattino gli preparò una focaccia con una forte dose di arsenico e lo esortò a far colazione a Cetrella dove si recava a lavorare. Il poveretto, non sospettando niente, obbedì e mangiò la sua morte. Padre Anselmo, dal cancello del convento, si accorse del fatto quando ormai la vittima era moribonda. In meno di un’ora la montagna si popolò di curiosi. Collocarono l’uomo sopra un materasso legato a una scala e su quella specie di lettiga calarono il cadavere ad Anacapri dove don Ciccillo De Tommaso, il medico, sentenziò: morte per forte dose di arsenico.
La zoppa dovette confessare il delitto e fu condannata all’ergastolo e rinchiusa nel carcere di Messina e si ebbe poi la sorte che si meritava perché morì sotto le macerie del terremoto che colpì la città siciliana.
Due divertentissime poesie furono dedicate al bisticcio feroce, per un diritto su una cisterna, tra i cugini Salvatore e Vincenzo Farace. Il primo diede un tale morso sul viso al secondo da togliergli un pezzettino di labbro e un po’ di baffi. Il poeta Alberino inizia col dire: “Mo’ chi tiene denti e mole / non ha bisogno di pistole”. E va, poco dopo, al dunque: “e di giorno festivo / se l’è mangiato vivo”. Cannibale anche durante una giornata dedicata al Signore.
In altre note… poetiche, Francesco Alberino scrive del furto che perpetrò ai danni di frate Anselmo che, dall’eremo di Cetrella, era sceso al paese lasciando incustodita la sua dimora. L’eremita vi teneva ogni sorta di viveri, mentre Alberino era costretto a vivere di espedienti e con lo stomaco vuoto che protestava. Penetrato nella casa del frate, Alberino prese zucchero, caffè, liquori, formaggio e sugna e li mise in un sacco portandoseli via.
Alcuni versi furono coniati lì per lì per un venditore ambulante incontrato presso la Scala fenicia, Salvatore Verde, che esercitò poi un ricco commercio di generi di bigiotteria a Buenos Aires e tornò qualche decennio dopo ad Anacapri, ricco e rispettato: “Vicaiuolo ‘e Vico Equenza, / si’ venuto a Crape cu na speranza; / ma si te muolle a ffà credenza, / cumme ccà sta l’ausanza, / te ne vai cu na mano a reto e n’ata a nnanza”.
Questo per dire che, se un giovane iniziava un’attività con la speranza di costruirsi un avvenire, non doveva concedere credito perché la gente, spesso, non pagava.

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Un commento su “Il telegiornale del poeta falegname di Anacapri

  1. Bellissimo e appasionante, Francesco Alberino è mio bisnonno, mi piacerebbe avere alcuni brani , a tuttora gli commento ai miei nipoti qualcosa che ho appreso damio padre Raffaele.
    Distinti saluti.

    Aldo Alberino

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